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“Come allora, così ora” – Seconda parte: la metafora che agisce

Magia simpatica, metafora e altre logiche del simile
Nel suo celebre “Il ramo d’oro” (1890), James George Frazer definisce le due leggi fondamentali della magia simpatica: quella del simile e quella del contatto. La prima – oggetto di questa riflessione – si fonda sull’idea che “il simile produce il simile”, cioè che, se due cose si assomigliano, allora una può influenzare l’altra. È la base di una logica analogica secondo cui “come succede qui, succederà là”: come la nebbia sale dalla terra, così l’anima si solleva dal corpo; come si taglia una effigie, così si ferisce l’originale.
Questa logica non è appannaggio di credenze “primitive” o di superstizioni popolari: è una struttura della mente umana, una forma di pensiero che persiste, trasversale nel tempo e nello spazio, visibile tanto nei rituali antichi quanto in certe forme di pensiero contemporaneo. Si tratta, in fondo, di un modo per ordinare il mondo attraverso relazioni di somiglianza, nella convinzione che il mondo sia un sistema di corrispondenze.
Frazer raccoglie una molteplicità di esempi etnografici per illustrare la legge del simile. Nei riti di fertilità, per esempio, si semina simbolicamente il seme umano come si semina quello agricolo: come germoglia la pianta, così crescerà il bambino. Nei rituali di guarigione, si ricorre a oggetti che imitano la parte malata del corpo: statuette, feticci, bambole vengono curate o tormentate per trasmettere il medesimo effetto sul paziente reale.
Anche nella Penisola Sorrentina si conosce – o si conosceva fino a tempi recenti – un rito popolare di guarigione dell’ernia inguinale infantile. Si cercava un giovane albero di quercia, lo si tagliava longitudinalmente a metà, senza reciderlo del tutto. Il bambino affetto da ernia veniva fatto passare attraverso la fessura aperta nel tronco, mentre si pronunciavano preghiere o parole rituali, spesso misteriose. Una volta completato il passaggio, le due metà dell’albero venivano richiuse e legate. Se l’albero guariva, allora, secondo la logica simpatetica, anche il bambino sarebbe guarito.
Un altro esempio celebre è quello delle bambole voodoo, in cui l’effigie dell’individuo funge da tramite magico: pungerla significa infliggere dolore a chi rappresenta. Ma la stessa logica si ritrova anche in pratiche quotidiane più familiari: i gesti scaramantici, come toccare ferro o fare le corna, rispondono al principio che un’azione simbolica possa scacciare il male, perché “come il ferro resiste, così il corpo sarà protetto”.
In molte culture, le cerimonie si basano su questa corrispondenza simbolica tra un gesto e un evento: il sacrificio rappresenta l’abbondanza, la processione ripete il cammino dei santi, la danza imita la pioggia. La forza della magia simpatica sta nella sua potenza immaginativa; è una forma di pensiero che associa per immagini, che lavora per somiglianze visive, gestuali o narrative. È ciò che Claude Lévi-Strauss chiamava “pensiero selvaggio” (1964): una capacità speculativa che costruisce sistemi simbolici usando gli strumenti della concretezza e dell’analogia, o della metafora implicita.
Il simbolismo analogico crea ponti tra il visibile e l’invisibile, tra il qui e l’altrove, tra il presente e il possibile. Non si tratta di un’illusione ingenua, ma di una strategia rituale per agire sul mondo, dal momento che il gesto non è puro teatro, ma è performativo. In questo senso, la magia simpatica è anche una forma di linguaggio che dice senza dire, che allude, richiama e rievoca. È un codice che ha il potere di evocare altro da sé, è un pensiero che crede nella forza trasformativa dell’immagine.
Molto di ciò che chiamiamo magia si ritrova nella struttura della metafora, perché entrambe funzionano per analogia. Dante Alighieri ha reso eterni tanti versi, come ad esempio «Amor che move il sole e l’altre stelle», una delle più potenti metafore d’amore e di cosmogonia, in cui l’amore non è solo un sentimento, ma addirittura la forza universale, il principio motore dell’intero cosmo. Oppure, più banalmente, dire “la nebbia è un sipario” non è solo una figura stilistica, ma è un modo per affermare che tra le due esiste una parentela di forma, di effetto, di atmosfera: “Come il sipario chiude la scena, così la nebbia nasconde il paesaggio”.
La metafora non è ornamento, ma è struttura; non è solo descrizione, ma è azione, siccome modifica la percezione e permette di “vedere” grazie all’immagine evocata: se il rito trasforma lo spazio e il tempo, la metafora trasforma l’esperienza. Si tratta di un ponte tra immaginazione e azione, tra linguaggio e realtà, tra individuo e collettività: da un lato il gesto rituale crea un effetto sul mondo, mentre dall’altro la parola metaforica crea un effetto sulla mente.
La logica del simile, allora, è una chiave di lettura delle nostre emozioni, paure o desideri che siano; è la prova che il pensiero umano, in tutte le sue forme, continua a cercare connessioni profonde tra ciò che appare simile, perché è un modo per agire sul mondo.
C’è una formula che tutti abbiamo pronunciato da bambini: “Facciamo che io ero…”. In questa semplice frase risuona tutta la forza della rappresentazione, della magia, del linguaggio come creazione del mondo. Il bambino che dice “facciamo che io ero un re” non sta solo immaginando: sta diventando, nel gioco, il re. Come in un rito, il passaggio non è simbolico in senso debole, ma pienamente efficace: il gesto vale quanto l’identità, senza ironia o distanza.
Questa logica non è così diversa da quella che anima il pensiero magico: “come io fingo, così divento”. La trasformazione avviene perché si crede nel potere della somiglianza e della mimesi, che è una logica molto lontana dalla scienza moderna, eppure ancora viva in molte pratiche simboliche, religiose, artistiche e perfino terapeutiche, come nel caso del “role playing” o del teatro. Il gioco infantile, allora, non è soltanto un esercizio di fantasia, ma una forma elementare di pensiero rituale. È la prima metafora incarnata, una prova che la mente umana – fin dalla sua infanzia – struttura il mondo attraverso similitudini operative.
D’altra parte, nella magia simpatica, nella metafora poetica e nel gioco infantile si cela la stessa intuizione, ossia che “dire è fare”, che “immaginare è trasformare”, e che “come allora, così ora” – nel linguaggio come nel gesto – qualcosa accade davvero.

Gesti quotidiani e forme implicite
Ogni mattina, milioni di persone si svegliano e, prima ancora di aprire bene gli occhi, compiono gesti familiari: la mano che cerca il telefono sul comodino, la tazza del caffè sempre nella stessa posizione, il giornale aperto su una pagina precisa. Questi atti, apparentemente banali, sono in realtà carichi di senso. La ripetizione, che a prima vista potrebbe sembrare noiosa o automatica, è invece una struttura profonda della nostra vita quotidiana. Le abitudini, le piccole routine, le scaramanzie personali – dal bussare sul legno al non passare sotto una scala – funzionano come micro-rituali. Non abbiamo bisogno di credere apertamente in una religione per agire in base a logiche simboliche: ci basta compiere ogni giorno lo stesso gesto nello stesso ordine per sentire che il mondo ha un minimo di coerenza, che il tempo può essere abitato con un senso.
Non è un caso che molte culture, anche le più secolarizzate, mantengano forme rituali in ambiti apparentemente lontani dal sacro. Pensiamo al modo in cui si apparecchia la tavola nei giorni di festa, ai brindisi, alle formule di saluto o di augurio, alla disposizione degli oggetti in casa o sul luogo di lavoro. Ogni gesto ripetuto racchiude un intento specifico, come proteggere, contenere o rassicurare. Nel gesto quotidiano, dunque, sopravvive il principio rituale, quella logica simbolica per cui un’azione fatta in un certo modo, in un certo ordine, produce effetti reali nel mondo. La ripetizione potrebbe sembrare un’abitudine, invece è soprattutto un ancoraggio. In tempi incerti, come quelli che attraversiamo, la possibilità di rifugiarsi in gesti noti – anche solo nell’accendere una candela, nel sistemare i cuscini in un certo modo, nel ripercorrere lo stesso tragitto ogni giorno – diventa una forma di resistenza simbolica. La ripetizione è un modo per dire a sé stessi: “sono ancora qui, il mondo continua a funzionare secondo un ordine, questa è la mia misura delle cose”.
Dal punto di vista psicologico, le azioni ripetute offrono stabilità, perché agiscono come strutture portanti dell’identità, ancoraggi emotivi che aiutano a reggere l’imprevedibilità del reale. Da una prospettiva sociale, invece, si tratta di strumenti di appartenenza e di riconoscimento, infatti ci sediamo allo stesso tavolo con le stesse persone, usiamo le stesse parole, facciamo le stesse cose e, in tal modo, rinsaldiamo legami invisibili. Il gruppo si riconosce attraverso le sue ripetizioni, come salutare nello stesso modo, celebrare le stesse feste, rispettare le stesse consuetudini (ogni gruppo umano si dice: “Noi siamo quelli che fanno così”).
Come sapevano bene le culture orali, in cui la conoscenza non si tramandava per iscritto, ma si passava di bocca in bocca, di gesto in gesto, di rito in rito, la ripetizione è anche un veicolo di trasmissione. Infatti, ancora oggi la pedagogia – da quella infantile a quella professionale – si fonda su un principio semplice: si impara facendo, si ricorda rifacendo.
Le tabelline si imparano a memoria; le parole nuove si memorizzano usandole più volte; i mestieri si apprendono guardando e ripetendo, fino a che il corpo non diventa esperto, fino a che il sapere si incorpora.
Ogni cultura è fatta di forme che si ripetono, anche quando cambiano di senso. Una canzone pop può funzionare come una ninna nanna arcaica; un meme virale ripete schemi umoristici antichi; un tutorial su YouTube trasmette competenze artigianali. La forma è ciò che resta, ciò che torna, ciò che consente alla cultura di sopravvivere alle sue stesse trasformazioni.
E così, dietro a ogni gesto quotidiano che si ripete – chiudere sempre a chiave in un certo modo, dire una frase precisa prima di iniziare un compito – si nasconde un principio antico: come allora, così ora. Una fedeltà implicita al passato, un modo per rendere il presente abitabile, un ponte silenzioso tra ciò che eravamo e ciò che siamo.

Corpo, memoria, ripetizione
Nel suo libro “Come le società ricordano” (1999), Paul Connerton scrive che questa memorizzazione avviene attraverso il corpo, ovvero non attraverso le statue, i documenti o i monumenti, ma attraverso il modo in cui ci si inginocchia, si cammina, si mangia. La memoria non è solo nella mente, ma anche e soprattutto nei gesti, perché è ripetizione, incorporazione e abitudine. Si tratta di una riflessione radicale, siccome la memoria sociale non si conserva solo nei racconti o negli archivi, ma si iscrive nei corpi attraverso pratiche rituali. Quando partecipiamo a un rito – sia esso religioso, funebre o comunitario – non facciamo che ripetere ciò che è già stato fatto; eppure, questa ripetizione non è meccanica perché, in realtà, è una rievocazione incarnata, nel senso che il corpo è come un palinsesto che conserva le tracce di ciò che ha vissuto o osservato.
Il rito agisce allora come uno spazio-tempo privilegiato per l’inscrizione della memoria collettiva: chi partecipa a un rito non solo ricorda, ma riattualizza una storia che lo precede e lo supera. Nella postura del corpo, nella sequenza dei movimenti, si attua quella che Connerton chiama “memoria incorporata”, ossia un sapere sedimentato nei muscoli, nei nervi e nelle articolazioni.
Molto prima di Connerton, Marcel Mauss aveva coniato l’espressione “tecniche del corpo” (1936) per indicare quei gesti quotidiani – camminare, nuotare, dormire, portare un bambino – che apprendiamo imitandoli, senza bisogno di spiegazioni. Secondo Mauss, ogni società sviluppa un proprio stile corporeo, cioè un modo specifico di abitare il mondo con il corpo. Le tecniche del corpo sono apprese e trasmesse all’interno di un contesto culturale e, dunque, non sono atti naturali, ma forme acquisite, storicamente e socialmente situate. Così, anche il semplice modo di sedersi o di salutare diventa un segno distintivo: “come si fa qui, così farò anch’io”.
In questo senso, la tradizione non è un contenuto astratto, ma un insieme di gesti incorporati, tramandati attraverso la ripetizione. La logica che vi presiede è quella, appunto, del “come, così…”, di cui parlava Amalia Signorelli: “come faceva mio padre, così faccio io”; “come si saluta in questo villaggio, così saluto anch’io”. Evidentemente, la tradizione non è una narrazione, ma una postura, un ritmo, una cadenza e possiamo trovarne esempi ovunque, come nelle danze rituali, in cui ogni passo e ogni movimento del bacino o delle braccia, ripete un gesto codificato e riconoscibile da chi appartiene alla stessa cultura. È come se il corpo sapesse e ricordasse, per cui non occorre spiegarne il significato. Ma lo stesso vale per i gesti religiosi, dove il segno della croce, il modo in cui ci si inginocchia o si tengono le mani giunte sono azioni che conservano la memoria di una fede e di un’appartenenza, cioè di una visione del mondo. Sono gesti che si apprendono da bambini, guardando gli adulti, infatti non c’è bisogno di insegnarli, perché si imitano, si incorporano e si tramandano.
La memoria si trasmette attraverso il corpo anche nei lavori manuali, ad esempio nel modo in cui si impugna un attrezzo o si impasta il pane, nella maniera in cui si intreccia un cesto o si costruisce un muretto a secco: si tratta di saperi che passano di mano in mano, appresi per osservazione e imitazione, come fa l’apprendista con il maestro, del quale ripete i gesti e ne interiorizza il ritmo. Cioè, il sapere è nel fare e nel rifare, ma soprattutto nel rifare come.
È in questo senso, allora, che il corpo è un archivio vivente, perché conserva le forme della memoria collettiva. Ma non è un deposito inerte, quanto piuttosto un organismo in movimento, che riattualizza continuamente ciò che ha appreso. La memoria del corpo, infatti, è selettiva e dinamica, è performativa e non fissa il passato, ma lo fa rivivere ogni volta con una sfumatura diversa.
In un’epoca in cui le memorie sembrano sempre più delegate ai supporti digitali, ricordare attraverso il corpo, con la manualità, è un modo per restare connessi alla propria cultura, alla propria storia, alla propria comunità. È un modo per dire: “come facevano loro, così faccio anch’io”.

La forma che dura
C’è qualcosa di profondamente umano nel ripetere, che non è un ritorno meccanico, né un’abitudine inerte, ma è un gesto che fonda, che tiene insieme il mondo. Quando un bambino ripete il gesto dell’adulto, non sta solo imitando, ma sta partecipando; sta dicendo, senza saperlo, “come fai tu, così faccio anch’io”. E in quella ripetizione, in quel piccolo “come, così…”, si annida un’intera infrastruttura di senso.
La ripetizione è ciò che permette di riconoscere e di trasmettere; è il ritmo che scandisce le forme della cultura rendendole familiari, e quindi abitabili, per cui permette di essere nel tempo. Faccio un esempio: la scuola, la politica e l’arte sono tutti ambiti in cui il nuovo si costruisce sul già fatto e sul già visto, ma non come copia, bensì come variazione che genera nuove risonanze. La cultura, in altre parole, è una raffinata tecnologia del “come, così…”, perché afferma: “come abbiamo fatto, così continueremo a fare”; “come allora, così oggi”; “come tu, così io”.
Troppo spesso liquidiamo la ripetizione come qualcosa di superstizioso, irrazionale, o obsoleto, eppure il “come, così…” non è una credenza ingenua, ma una forma culturale, un modo di essere nel mondo. Quando si dice “come mio padre accendeva il fuoco, così lo accendo io”, non si sta semplicemente seguendo un metodo, ma si sta entrando in una relazione temporale, affettiva e simbolica. Si sta costruendo continuità, si sta dando forma a un’eredità, per cui si sta rendendo ogni gesto carico di storia. È per questa ragione che una danza non è solo movimento, che una preghiera non è solo parola, o che una commemorazione non è solo ricordo, perché, in verità, sono tutte pratiche che, in modi diversi, attualizzano il passato.
Qui diventa cruciale distinguere tra metafora e rito, tra cui passa una distinzione sottile, ma fondamentale.
La metafora dice: “come questa cosa, così quell’altra”. È un ponte concettuale, una analogia orizzontale che attraversa lo spazio o l’astrazione.
Il rito, invece, dice: “come allora, così adesso”. Ed è un ponte temporale, una analogia verticale che collega il presente a un passato mitico o fondativo.
Nel primo caso, comprendiamo il mondo, mentre nel secondo, lo abitiamo. Cioè, la metafora spiega, invece il rito fa. Eppure, entrambi si basano sulla stessa logica simbolica: la possibilità che due cose, sebbene diverse, possano parlare tra loro e possano corrispondersi. Non è un pensiero infantile o arcaico, ma un pensiero relazionale, che cerca senso nella connessione e nella somiglianza, ovvero in una ripetizione che crea continuità.
Dobbiamo prendere atto che nella condizione umana c’è un paradosso: da un lato, siamo esseri razionali, protesi verso l’innovazione, il cambiamento, la rottura; dall’altro, cerchiamo rifugio nella ripetizione, nella ritualità, nella forma che dura. Queste due tensioni sono tenute insieme dal “come, così…”, che non ci chiede di scegliere tra tradizione e novità, ma ci invita a vedere nella ripetizione una forma di generatività. Ripetere non è copiare, ma è dare forma a ciò che ci tiene insieme; è rifare, non perché obbligati, ma perché così si fa il mondo.
Nella nostra epoca siamo indotti a celebrare il nuovo come valore assoluto, per cui riscoprire il valore culturale della ripetizione significa anche riscoprire la nostra umanità più profonda, cioè quella che non inventa tutto da capo, ma sa riprendere per trasformare. È questa la forza simbolica del “come, così…”, perché non è un ritorno all’identico, ma un ritorno al senso; ci aiuta a comprendere che questa non è una contraddizione, ma una dinamica vitale. La ripetizione non è negazione della creatività, ma sua condizione, infatti non tutto ciò che si ripete è sterile; anzi, solo ciò che si ripete con senso può davvero permettere un cambiamento.
Ripetere, per l’essere umano, non significa rimanere fermi, ma significa fare ritorno per andare avanti. E allora, “come allora, così ora” non è una forma di nostalgia, di imitazione o di obbedienza cieca, ma è una modalità per dare incessantemente forma a ciò che ci fa umani. Quel che ci distingue è proprio la capacità di prendere un gesto antico, e di rifarlo, renderlo nuovo, vivo, operante. È il gesto che fa il mondo.

Immagine di copertina: “L’Ispirazione del Poeta”, di Nicolas Poussin, 1628-1629, Musée du Louvre, Parigi.