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Don Peppe Diana e la sua lotta contro la camorra: “Per amore del mio popolo non tacerò”

Il 21 marzo è una giornata molto importante per l’Italia: si celebra la Giornata nazionale in memoria delle vittime di mafia. Un momento per riflettere su quanto sia necessario che cittadini e autorità, insieme, lottino contro ogni forma di criminalità organizzata. Ed in questo giorno è doveroso ricordare l’impegno di don Peppe Diana che ha pagato il prezzo più alto, la vita, per aver denunciato “il cancro” della camorra.
Era la mattina del 19 marzo 1994, solennità di san Giuseppe, quando il parroco 35enne don Peppe Diana si apprestava a celebrare la Messa delle 7.30 nella parrocchia di San Nicola a Casal di Principe.
Ma quella Messa don Peppe Diana non riuscì ad officiarla perché, mentre si trovava in sagrestia conversando con un amico ed indossando già i suoi paramenti liturgici, un killer della camorra entrò nella stanza chiedendo: «Chi è don Peppe?». Il sacerdote rispose: «Sono io».
A quel punto lo sconosciuto tira fuori la pistola ed esplode quattro colpi colpendolo alla testa, al collo e alla mano. Il sacerdote muore all’istante. A premere il grilletto è Giuseppe Quadrano, che diventerà collaboratore di giustizia e sconterà 14 anni
Il suo omicidio venne ordinato da Nunzio De Falco, boss di una delle fazioni del clan dei Casalesi.
La sua colpa era stata quella di avere sete di giustizia e di essersi impegnato nel contrasto alla camorra con denunce, proclami ed omelie opponendosi allo strapotere mafioso.
Nel Natale del 1991 i fedeli ricevono dalle sue mani un documento intitolato «Per amore del mio popolo non tacerò», firmato dai preti della forania di Casal di Principe.
In quella “lettera” don Peppe ha condensato un messaggio di denuncia per la sua terra: «Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra. Oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana. I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato. È oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche è caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi. La camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc. non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi».
Nel giorno dei suoi funerali centinaia di persone espongono lenzuoli bianchi alla finestra in segno di lutto. Durante il rito religioso il vescovo di Acerra don Antonio Riboldi afferma: «Il 19 marzo è morto un sacerdote, ma è nato un popolo».
Sono passati 29 anni da quella tragica mattina ed in sangue versato di Don Peppe Diana è diventato un seme che ha dato vita ad una foresta di associazioni, comitati, amministrazioni comunali, gruppi ecclesiali, volontari, che combattono per la legalità nei territori dove esiste la piaga della camorra.