La morte e i non-morti: viaggio antropologico tra culture e oltre la vita
(prima parte)
Con l’avvicinarsi di Halloween, è interessante riflettere su come diverse culture interpretano la morte, non solo in termini di vita e di trapasso, ma anche attraverso figure come i “non morti” che continuano a esistere ai margini della nostra realtà. Nel corso degli anni, ho già scritto su questa festa, anche su “Positano News” (articolo che potete leggerecliccando qui), sottolineando che Halloween non è una semplice festa americana “di importazione”, bensì una tradizione “di ritorno”. La circolarità culturale è ciò che rende il mondo in continuo mutamento, perciò interessante. Possiamo discutere della trasformazione consumistica e mediatica delle tradizioni, ma non dovremmo mai dimenticare che, se certe manifestazioni vanno diffondendosi vuol dire che significano qualcosa a livello sociale.
In questo e nel prossimo articolo, mi propongo di esplorare l’affascinante complessità del concetto di morte nelle diverse società, concentrandomi su come alcune tradizioni distinguono tra “livelli” di morte e sui vari significati culturali dei “non morti”. Dal folklore africano ai revenants europei, fino ai fantasmi inquietanti del Sud-Est Asiatico e del Giappone, la percezione della morte e di ciò che potrebbe avvenire “dopo” varia in modo sorprendente e stimolante. Alla base della riflessione ci sono alcune domande semplici, eppure incredibilmente complesse, che i principali studiosi si sono posti e continuano a porsi da molto tempo: cos’è, esattamente, la morte? Possiamo definirla? Il concetto di morte ha davvero un senso?
La morte come evento incompleto
La morte è più di un mero evento biologico, infatti gli esseri umani, consapevoli del loro destino, hanno sviluppato complessi sistemi culturali per elaborare la fine della vita. La morte, cioè, è un fenomeno plurale, come efficacemente ha scritto Luis-Vincent Thomas nel suo ponderoso “Anthropologie de la mort” (1975): non si limita alla morte fisica, ma si estende alla morte sociale, politica, economica e persino ecologica.
La morte fisica, per malattia, vecchiaia, incidente o violenza, rappresenta solo uno dei possibili finali dell’esistenza, ma esistono altri modi in cui una persona può “morire” agli occhi della comunità. La morte sociale può avvenire quando qualcuno viene escluso dal tessuto comunitario, privato dei suoi diritti o della sua dignità. Nel contesto delle migrazioni, molte persone sono soggette a una sorta di morte sociale ed economica, causata dalle condizioni disumane che affrontano durante il loro viaggio o all’arrivo in paesi ostili.
Da un punto di vista medico-legale, le modalità della morte costituiscono un argomento di fondamentale importanza per la classificazione dei decessi in molte nazioni. Questa categorizzazione serve a determinare le circostanze della morte, fornendo una base per eventuali indagini giuridiche o sanitarie. Le principali categorie riconosciute sono:
- Morte naturale: Questa categoria comprende i decessi causati da processi biologici o malattie naturali, come il cancro, l’infarto, o semplicemente l’invecchiamento. La morte naturale è spesso legata alla degenerazione dell’organismo dovuta al passare del tempo o a condizioni mediche croniche che progrediscono fino a compromettere le funzioni vitali. Nel contesto medico-legale, il decesso viene certificato come naturale se non ci sono segni di interventi esterni o violenti, e la morte risulta essere il normale esito di una condizione fisica o di una malattia non curabile.
- Incidente: La morte accidentale si verifica quando un evento inatteso e imprevedibile causa il decesso di una persona. Gli incidenti stradali, le cadute, gli annegamenti o le morti causate da calamità naturali rientrano in questa categoria. Dal punto di vista medico-legale, un incidente implica che non c’era intenzione di arrecare danno e che la morte è avvenuta in circostanze casuali. Questo tipo di decesso può sollevare domande sulla prevenibilità dell’evento e spesso implica la necessità di indagini più approfondite per chiarire eventuali responsabilità civili o penali.
- Suicidio: Il suicidio è la morte causata dall’azione volontaria di una persona che decide di porre fine alla propria vita. Il riconoscimento del suicidio come modalità di morte richiede una valutazione approfondita delle circostanze che hanno portato al decesso, cercando di capire se vi fosse una chiara intenzione dell’individuo di togliersi la vita. In alcuni casi, possono essere necessari esami psicologici post mortem o l’analisi di eventuali messaggi o azioni precedenti al decesso per determinare la volontarietà del gesto. Il suicidio rappresenta una delle categorie più delicate dal punto di vista medico-legale, poiché coinvolge implicazioni morali, psicologiche e legali che toccano sia i familiari che la comunità.
- Omicidio: L’omicidio, secondo la definizione medico-legale, è la morte causata dall’azione diretta di un altro individuo, che sia premeditata o meno. Questo tipo di decesso include sia gli atti volontari, come gli omicidi premeditati o i crimini passionali, sia quelli involontari, dove una persona muore per un’aggressione o una violenza non intenzionata, come nel caso del cosiddetto “omicidio colposo”. L’omicidio richiede indagini approfondite per determinare il contesto e le responsabilità. Gli esami autoptici, insieme all’analisi delle prove forensi, giocano un ruolo cruciale nella definizione di questi casi.
Oltre a queste quattro principali categorie, i medici legali fanno uso di altre due categorie ausiliarie:
- Indeterminata: Questa categoria viene utilizzata quando, nonostante tutti gli sforzi investigativi, la causa della morte non può essere stabilita con certezza. Può accadere in situazioni dove le prove sono insufficienti o contraddittorie, come in alcuni casi di overdose, morti improvvise o decessi avvenuti in circostanze ambigue. La natura indeterminata della morte è una sfida sia per i medici legali che per le autorità giudiziarie, poiché lascia aperta la possibilità di ulteriori indagini.
- Pendente: Quando una morte è ancora sotto inchiesta e non sono state ancora determinate le circostanze esatte, si parla di causa “pendente”. In questi casi, il decesso potrebbe essere legato a più fattori concorrenti, oppure potrebbe essere necessaria un’analisi più approfondita dei dati forensi, tossicologici o medici prima di poter stabilire la causa precisa. L’indagine è in corso e non è ancora stato possibile chiudere il caso con una classificazione definitiva.
Queste modalità di classificazione della morte non sono solo utili per fini statistici o scientifici, ma giocano anche un ruolo chiave nelle indagini giudiziarie, aiutando a determinare se siano necessarie ulteriori indagini, responsabilità civili o penali, o l’adozione di misure preventive per evitare incidenti futuri.
Spostando l’attenzione su un piano meramente biologico, la morte può essere analizzata come un processo che avviene attraverso una serie di cambiamenti fisici ben definiti, legati alla cessazione delle funzioni vitali del corpo umano. Questi cambiamenti, osservabili sul corpo di un individuo deceduto, seguono un ordine temporale preciso e sono fondamentali per comprendere il decorso della morte a livello medico e legale. Ogni fase riflette una trasformazione specifica, segnalando l’avanzamento del processo di decomposizione.
- Pallor mortis: Nella fase iniziale della morte, questo fenomeno fa riferimento all’immediato pallore che si manifesta sulla pelle a causa dell’interruzione della circolazione sanguigna. Poiché il cuore smette di pompare sangue, la gravità fa sì che il sangue inizi a defluire dalle parti più elevate del corpo verso le aree inferiori, lasciando le superfici superiori visibilmente più chiare. Questo effetto diventa evidente entro 15-30 minuti dalla morte e fornisce un primo segnale del decesso. Il pallore della pelle è una conseguenza diretta della perdita di ossigenazione, con il sangue che non riesce più a circolare e a fornire nutrienti e ossigeno ai tessuti.
- Algor mortis: Con la cessazione dell’attività metabolica, il corpo non è più in grado di produrre calore. Questo porta alla fase dell’algor mortis, in cui la temperatura corporea inizia gradualmente a diminuire fino a raggiungere l’equilibrio con l’ambiente circostante. La velocità con cui avviene questo raffreddamento dipende da vari fattori, come la temperatura esterna, l’umidità, la posizione del corpo e l’abbigliamento indossato al momento della morte. In media, il corpo perde circa 1° per ogni ora dopo il decesso. Questa fase è importante non solo per lo studio dei fenomeni biologici della morte, ma anche per aiutare i medici legali a stimare il tempo trascorso dal decesso, noto come “tempo della morte”.
- Rigor mortis: Dopo qualche ora dalla morte, il corpo entra nella fase del rigor mortis, un processo di irrigidimento dei muscoli. Questa rigidità è causata dall’esaurimento delle riserve di ATP (adenosina trifosfato), la molecola che alimenta l’attività muscolare. Quando l’ATP si esaurisce, i ponti di actina e miosina, che sono essenziali per la contrazione e il rilassamento dei muscoli, rimangono bloccati, causando l’irrigidimento muscolare. Il rigor mortis inizia tipicamente entro 2-6 ore dal decesso e raggiunge il picco dopo circa 12 ore, rimanendo presente per altre 24-48 ore, a seconda delle condizioni ambientali. Col passare del tempo, la rigidità si attenua quando i tessuti muscolari cominciano a deteriorarsi, e il corpo entra nelle fasi successive della decomposizione.
- Livor mortis: Un altro fenomeno legato alla morte è il livor mortis, ovvero la formazione di macchie livide sulla pelle dovute al ristagno del sangue nelle parti inferiori del corpo. Una volta che la circolazione si arresta, il sangue, per effetto della gravità, si accumula nei vasi sanguigni delle aree più basse, conferendo alla pelle una colorazione violacea o bluastra. Questo processo inizia circa 20-30 minuti dopo il decesso e diventa evidente dopo 2-4 ore, stabilizzandosi completamente dopo 6-12 ore. Le macchie livide possono fornire indizi cruciali ai medici legali per capire la posizione del corpo o se è stato spostato dopo il decesso, in quanto i lividi si formano solo nelle aree in cui il corpo è stato a contatto con superfici inferiori. Se il corpo viene spostato nelle prime ore dopo la morte, le macchie potrebbero “migrare”, ma una volta fissate, restano in quella posizione.
Queste fasi non sono solo meccanismi biologici, ma assumono anche un significato critico in contesti medico-legali, poiché permettono di determinare con precisione il momento della morte e le condizioni in cui è avvenuto il decesso. Inoltre, questi segni fisici sono utili per risolvere potenziali enigmi investigativi, come il tempo e la modalità della morte, aiutando a ricostruire gli eventi accaduti nelle ultime ore di vita dell’individuo.
La visione antropologica della morte
Dal punto di vista antropologico, la morte non è mai un evento isolato: rappresenta un momento di transizione e un rito di passaggio, in cui la separazione del defunto dalla comunità vivente deve essere gestita attraverso pratiche rituali che permettono di reintegrare l’ordine sociale e il senso di appartenenza. Le società umane spesso costruiscono attorno alla morte un sistema di significati che ne legittima il valore e fornisce un contesto di comprensione per coloro che rimangono. La morte, dunque, non è soltanto la fine della vita fisica, ma è anche una realtà relazionale e simbolica che coinvolge chi resta e la collettività in generale.
Nella letteratura specialistica sono presenti numerosi esempi di come varie culture concepiscano la morte non come uno stato immediato e assoluto, ma come un processo graduale con “livelli” o fasi differenti. In molte tradizioni, la transizione dalla vita alla morte è vista come un continuum piuttosto che come un punto di non ritorno, e ci possono essere fasi intermedie tra la vita e la morte definitiva. Questo è particolarmente evidente nel caso delle morti dei leader o delle persone di alto rango, che richiedono rituali elaborati e risorse significative (come le tombe monumentali dei faraoni egizi, i sepolcri imperiali cinesi o, per fare un esempio più recente, i imponenti funerali della regina Elisabetta II nel settembre 2022 a Londra). In questi casi, la morte diventa anche un modo per riaffermare il potere e la gerarchia sociale.
Più comunemente, in numerose culture la morte non è immediata, ma avviene in più fasi. Tra i Luo del Kenya, ad esempio, esiste una distinzione tra la “morte sociale” e la “morte biologica”: quando una persona smette di respirare, non è immediatamente considerata “completamente” morta. Solo dopo che certi rituali sono stati svolti, si accetta che la persona abbia attraversato del tutto la soglia della morte, ma c’è anche l’idea che una persona possa “esistere” in una forma intermedia come spirito.
Come ricorda lo storico Alexandre Hatungimana nel 2006, nel Burundi tradizionale la morte è vista come un elemento onnipresente, ineluttabile e misterioso, spesso personificata in modo negativo e temuto. È percepita come vicina e inevitabile, tanto che i burundesi assegnano ai loro figli nomi che riflettono queste credenze, come Ntirubakure (la morte non è lontana) o Rurihose (la morte è ovunque). Una delle caratteristiche principali della visione burundese della morte è la sua giustizia: colpisce tutti senza discriminazioni; tuttavia, quando una persona cara muore, i sentimenti di perdita e ingiustizia emergono fortemente, portando la famiglia a percepire la morte come selettiva e crudele, rapace e malvagia. Inoltre, aggiunge Hatungimana, la società burundese attribuisce ogni morte a una causa specifica, spesso legata a maledizioni o incantesimi: quando qualcuno muore, i parenti cercano immediatamente il colpevole, spesso accusando vicini o sospetti di praticare stregoneria. In alcuni casi, la morte può essere dovuta a “gelosia” degli antenati, i quali, se trascurati, potrebbero interferire con la vita dei vivi, dacché molti burundesi spesso ricorrono a feticci per proteggersi da questa paura.
Nel buddhismo tibetano, invece, la morte è un processo che coinvolge diversi stadi di disintegrazione del corpo fisico e del concetto di sé. Si parla di “bardo”, uno stato intermedio tra la morte e la rinascita, in cui la coscienza transita e può ancora influenzare il proprio destino. La morte, cioè, non è vista come un evento immediato, ma come un viaggio spirituale attraverso vari livelli di esistenza. Nell’Antico Egitto, inoltre, la morte coinvolgeva più “anime” o componenti della persona, ciascuna delle quali attraversava fasi diverse. Ad esempio, il “ka” (essenza) e il “ba” (personalità) dovevano essere riuniti dopo la morte in un essere perfetto chiamato “akh”, per garantire che l’individuo potesse vivere nell’aldilà. Il processo non si esauriva con la morte fisica, ma dipendeva anche dalla corretta esecuzione dei rituali.
In tutt’altro contesto, presso i Lakota, una tribù nativa nordamericana, la morte è un processo che coinvolge più anime. Quando una persona muore, si dice che una parte della sua anima (l’”anima errante”) viaggi verso il mondo degli spiriti (rappresentato come “un felice territorio di caccia”), ma un’altra parte può rimanere legata al mondo terreno per un periodo di tempo, permettendo un certo grado di interazione con i vivi. Per certi versi, si tratta di qualcosa che ricorda la cultura moderna occidentale dove, con l’avvento della tecnologia medica, c’è la distinzione tra la “morte cerebrale” e la “morte clinica”, per cui una persona può essere dichiarata clinicamente morta, ma con il supporto delle macchine, il corpo potrebbe continuare a funzionare per un certo tempo.
Tutti questi esempi, nella loro varietà e specificità, mostrano come la morte possa essere concepita in modi diversi, con stadi o livelli che variano secondo il contesto culturale e religioso, e rendono meno scontato definire cosa significhi essere “veramente” morti.
⁅Nell’immagine un dettaglio del “Trionfo e danza della morte”, di Giacomo Borlone de Buschis (1484-1485), affresco presso l’Oratorio dei disciplini, Clusone (Bergamo)⁆



