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La morte e i non-morti: viaggio antropologico tra culture e oltre la vita

(seconda parte)

Nella prima parte di questo articolo abbiamo esplorato la morte come evento incompleto e la visione antropologica che ne deriva, evidenziando le diverse interpretazioni culturali di questo momento cruciale. Ora, spostiamo l’attenzione sulle risposte rituali che molte società hanno sviluppato per affrontare la morte e il complesso confine tra vita e morte. Questa seconda parte si concentra sull’importanza dei riti funebri e sul concetto di “non-morti”, figure che incarnano la continuità tra questi due mondi.
Queste manifestazioni rituali e mitologiche riflettono la tensione universale tra la volontà di chiudere con il passato e il persistente richiamo di ciò che, pur essendo morto, non è mai completamente scomparso.
Le risposte rituali alla morte
Le pratiche funebri variano enormemente tra le società umane, ma condividono l’obiettivo comune di risolvere l’incertezza legata alla morte e all’aldilà, facilitando il passaggio tra la vita e la morte. Molte culture prevedono rituali che durano nel tempo, in cui la memoria del defunto viene mantenuta viva attraverso celebrazioni annuali, sogni o preghiere. In alcune società, la morte non segna una separazione definitiva: i defunti continuano a vivere nella memoria collettiva, a essere venerati o a svolgere un ruolo nelle vite dei viventi.
Questo processo può essere lacerante quando viene interrotto o impedito, come accaduto durante la pandemia di COVID-19, quando i rituali funebri tradizionali furono sospesi per ragioni sanitarie. Tale distacco improvviso ha evidenziato quanto sia importante, per la comunità, poter vivere i rituali che accompagnano la morte e cercano di darle senso. Ciò suggerisce la necessità, a livello sociale, di un’elaborazione collettiva di lutti non solo individuali, ma anche comunitari.
Queste pratiche rispondono a bisogni profondi legati all’elaborazione del lutto, alla gestione della comunità e alla continuazione delle relazioni con i defunti. Ecco alcuni esempi che forniscono un quadro delle diverse risposte culturali alla morte:
1. Riti funebri: Si tratta di uno degli aspetti più universali e significativi del trattamento della morte. Questi rituali, che variano notevolmente da cultura a cultura, includono spesso la preparazione del corpo del defunto attraverso pratiche come il lavaggio, la vestizione e a volte l’uso del trucco per “ripristinare” una certa dignità del corpo dopo la morte. In alcune culture, come in Giappone, l’aspetto estetico è fondamentale per assicurare che il defunto entri dignitosamente nel mondo dei morti. Le modalità di disposizione del corpo possono variare dalla sepoltura alla cremazione, ma esistono anche forme meno convenzionali come la sepoltura celeste tibetana, dove il corpo del defunto viene esposto agli avvoltoi. Questo rituale, fondato sull’idea di continuità tra gli esseri viventi e la natura, riflette una visione del ciclo della vita profondamente radicata nella filosofia buddista tibetana. In altre culture, come nel caso del popolo Toraja in Indonesia, il corpo del defunto può essere conservato per mesi o anni in casa, con i familiari che continuano a trattarlo come fosse vivo, riflettendo una concezione fluida della separazione tra vita e morte.
2. Culto degli antenati: In molte culture, la morte non segna la fine della relazione tra i vivi e i defunti. Al contrario, i morti continuano a far parte della comunità, non solo come ricordi, ma come entità attive nel mondo spirituale. Il culto degli antenati è diffuso in molte società tradizionali africane, asiatiche e sudamericane, dove si ritiene che gli spiriti degli antenati possano proteggere, guidare o influenzare la vita dei discendenti. Questo culto non riguarda solo la commemorazione passiva dei defunti, ma implica l’esecuzione regolare di rituali che garantiscono il benessere degli antenati nell’aldilà e il loro continuo ruolo di intermediari tra i vivi e il mondo degli spiriti. In Cina, ad esempio, le offerte agli antenati durante festività come il Qingming o il Festival dei Fantasmi rappresentano un modo per mantenere
l’equilibrio tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Ascrivibile a questa tipologia, però, c’è anche il “culto delle anime del purgatorio”, in cui le anime dei defunti in purgatorio sono considerate in grado di intercedere per i vivi, a patto che si preghi per loro e si allevino le loro sofferenze. Questo stabilisce un legame continuo tra vivi e morti, simile a come in molte tradizioni gli antenati rimangono parte integrante della comunità, capaci di influenzare il benessere dei loro discendenti, magari comunicando attraverso i sogni.
3. Riti di commemorazione: Sono un’altra modalità attraverso cui le culture mantengono vivo il legame con i defunti. Si tratta di una tipologia rituale molto varia, ma che condivide l’obiettivo comune di far rivivere la memoria dei morti e di
riaffermare l’appartenenza dei vivi a una continuità generazionale. Un esempio emblematico è il Giorno dei Morti in Messico, una celebrazione che, contrariamente a molte tradizioni occidentali che vedono la morte come un momento di lutto e separazione, trasforma la commemorazione in una festa gioiosa. Durante questa celebrazione, le famiglie si riuniscono per preparare altari decorati con fotografie, candele, fiori e offerte di cibo per i defunti, invitando simbolicamente i loro cari a tornare temporaneamente tra i vivi. Il rito enfatizza non solo il ricordo, ma anche l’integrazione tra il mondo dei vivi e quello dei morti, riconoscendo che i defunti continuano a svolgere un ruolo significativo nella vita quotidiana.
4. Gestione del lutto: Com’è intuibile, ogni cultura sviluppa norme e convenzioni per la gestione del lutto, ossia il periodo di transizione emotiva che segue la morte di una persona cara: in alcune società, questa fase è accompagnata da manifestazioni pubbliche di dolore e sofferenza, mentre in altre culture esistono regole che stabiliscono la durata del lutto e i comportamenti appropriati. In molte comunità africane, ad esempio, il lutto può includere un periodo di isolamento o
l’uso di abiti specifici come il nero o il bianco, e può durare diverse settimane o mesi. Al contrario, nelle società occidentali moderne, le manifestazioni pubbliche del lutto tendono a essere più contenute, ma esistono ancora rituali codificati, come l’uso del velo o la partecipazione a commemorazioni private o pubbliche. Il lutto, in ogni caso, è un processo collettivo e personale che risponde non solo a bisogni emotivi, ma anche a imperativi sociali e culturali.
5. Concezioni dell’aldilà: Infine, esistono innumerevoli visioni di ciò che accade dopo la morte, ciascuna influenzata dalle credenze religiose, dalle esperienze storiche e dalle tradizioni filosofiche di ciascuna cultura. Nelle religioni abramitiche, come il cristianesimo e l’islam, l’aldilà è concepito come un giudizio definitivo dell’anima che porta alla salvezza eterna in Paradiso o alla dannazione nell’Inferno. In altre tradizioni, come l’induismo e il buddismo, la morte è vista come una tappa di un ciclo di rinascite, con l’anima che si reincarna in base al karma, ovvero alle azioni compiute durante la vita. Nel taoismo, la visione dell’aldilà è meno personale: piuttosto che un singolo destino individuale, la morte rappresenta il ritorno dell’individuo a un flusso energetico universale. La concezione dell’aldilà varia, dunque, in base alle domande esistenziali che ogni cultura si pone sulla natura dell’esistenza e del destino umano, e queste visioni influenzano profondamente il modo in cui le persone si preparano alla morte e la affrontano quando accade.
Evidentemente, i rituali della morte e le concezioni dell’aldilà riflettono le diverse risposte umane alla più grande delle incognite: la fine della vita. In ogni cultura, queste pratiche non sono solo un modo per affrontare la perdita personale, ma servono anche a costruire e mantenere l’ordine sociale, a rafforzare i legami comunitari e a fornire un senso di continuità tra il passato, il presente e il futuro.
La continuità tra vita e morte: i “non-morti”
Come sottolineato dal filosofo Eraclito: «I mortali sono immortali e gli immortali sono mortali, vivendo la morte degli altri e morendo la vita degli altri». Questo paradosso cattura l’idea che la morte è in realtà un aspetto fondamentale della vita, e che il modo in cui una società organizza e comprende la morte riflette il suo modo di concepire l’esistenza stessa. Gli antropologi cercano di cogliere questa complessità, esplorando come le diverse culture attribuiscano significato a ciò che accade oltre il confine della vita e come i vivi continuino a “vivere” la morte dei loro cari, mantenendone vivo il ricordo e il valore sociale.
Tra le varie interpretazioni possibili, quella del “non-morto” è profondamente radicata e diffusa, perché si riferisce a entità che si collocano in uno stato intermedio tra la vita e la morte. Dal punto di vista antropologico, i “non-morti” rappresentano figure che sfidano la normale separazione tra i due stati, manifestando una continuità della vita o un ritorno dalla morte in forme che evocano paura, venerazione o mistero. I non-morti, in molte culture, incarnano ansie profonde legate alla morte, al corpo, all’anima e al destino dell’individuo nell’aldilà.
In altri termini, riflettono il tentativo di risolvere il “problema” della morte non solo come fine biologico, ma come evento sociale che lascia conseguenze non chiuse. Le figure dei non-morti, infatti, spesso sono protagoniste di miti, leggende e rituali che cercano di spiegare ciò che succede quando il ciclo della vita e della morte viene disturbato o non segue il corso naturale. E, su questa base, le rappresentazioni dei non-morti variano ampiamente da una cultura all’altra, assumendo caratteristiche diverse a seconda delle tradizioni, delle credenze religiose e delle influenze storiche.
In Europa, il concetto di “non-morto” si concretizza principalmente nelle figure del vampiro e dello zombi. Il vampiro, con radici nel folklore rumeno, slavo e balcanico, è una figura che ritorna dalla morte per nutrirsi del sangue dei vivi, simbolo di contagio, decadenza e paura della morte non completamente realizzata. Il vampiro è connesso a un certo grado di erotismo e potere, ma rappresenta anche un pericolo sociale, poiché la sua stessa esistenza minaccia il ciclo naturale della vita e della morte. Come osserva Vito Teti, i vampiri assumono connotati diversi e, prima o poi, ritornano, cioè «hanno una qualche possibilità di non morire», perché rappresentano la melanconia dei moderni verso le rovine del mondo tradizionale. Lo zombi, invece, nella sua versione moderna popolare, ha avuto origine da credenze caraibiche (in particolare haitiane) legate al voodoo, ma si è trasformato in una figura che evoca l’annullamento dell’individualità e il controllo da parte di forze esterne. Nella cultura pop occidentale, il non-morto è spesso spogliato della sua umanità e ridotto a una macchina predatoria o a un corpo senza anima. Questo concetto si lega alle paure moderne di epidemie, de-umanizzazione e perdita dell’identità.
Nelle culture africane e caraibiche, in particolare all’interno del voodoo haitiano, il concetto di zombi è differente da quello dell’Occidente contemporaneo. In questo contesto, infatti, uno zombie è un cadavere che è stato rianimato da uno houngan (sacerdote vudù) o da uno bokor (stregone) attraverso incantesimi o riti magici, diventando un servitore privo di volontà propria. Piuttosto che essere una minaccia globale, come negli scenari apocalittici del cinema occidentale, lo zombi haitiano incarna il timore della schiavitù e della perdita di autonomia. Il controllo del corpo dei morti simboleggia, per estensione, il controllo del potere coloniale sui corpi dei vivi.
In altre tradizioni africane, i morti possono tornare come spiriti vendicativi o benevoli, in base al modo in cui sono stati trattati nella vita o nel passaggio all’aldilà. I “ritorni dei morti” in queste culture non sono solo una minaccia, ma anche una forma di connessione tra il mondo dei vivi e quello degli spiriti, riconoscendo la permeabilità dei confini tra vita e morte. Nel folklore europeo medievale, invece, il revenant è un morto che ritorna nel mondo dei vivi per tormentare o vendicarsi di coloro che gli hanno fatto un torto: morti inquieti che ritornavano con intenti malvagi; spiriti vendicativi che non riescono a trovare pace finché non vendicano la propria morte o completano qualche compito lasciato incompiuto.
Diversamente, in molte culture dell’Asia orientale, come il Giappone e la Cina, i non-morti si manifestano principalmente come fantasmi (yūrei in Giappone) o spiriti inquieti che non hanno ricevuto il giusto rito funebre o sono morti in circostanze violente. Questi spiriti, non essendo riusciti a raggiungere l’aldilà, rimangono intrappolati tra i mondi, talvolta perseguitando i vivi. La figura del non-morto qui è meno “corporea” rispetto ai vampiri e agli zombi occidentali, e si concentra di più sul legame tra il mondo spirituale e quello materiale, riflettendo una preoccupazione per la continuità sociale e il rispetto per gli antenati.
Nella mitologia indiana, invece, il vetala è uno spirito o demone che infesta i cadaveri (anche di animali) e li usa come veicoli per muoversi tra i vivi, ma, a differenza degli zombie, mantengono la loro intelligenza e sono capaci di parlare e influenzare il mondo dei vivi. Si tratta di una figura legata all’idea della reincarnazione, poiché l’anima non ha ancora trovato pace e cerca di rimanere nel mondo terreno.
L’impossibile conclusione della riflessione sulla mortalità
Gli esempi potrebbero continuare a lungo, perché le varietà e le tipicità sono realmente innumerevoli. Il concetto di fondo però mi sembra già sufficientemente chiaro: i “non morti” rappresentano frequentemente la paura della morte e il desiderio di controllare ciò che avviene dopo il decesso. Fantasmi, spiriti, zombie e altri esseri simili incapsulano le ansie legate alla perdita di identità, alla decomposizione fisica e all’inquietudine che si prova nel non sapere cosa accade dopo la fine della vita. Questi miti e leggende sui non morti non solo riflettono le credenze religiose e culturali, ma anche le profonde ansie umane sulla morte, la mortalità e il soprannaturale.
Come afferma Luis-Vincent Thomas, la “antropo-tanatologia” evidenzia il doppio rapporto che la morte intrattiene con la comunità e con l’inconscio: «Con la comunità per il fatto che socializza la morte attraverso il gioco delle credenze e soprattutto dei riti. […] Con l’inconscio per il fatto che è strettamente legata all’immaginario, alle pulsioni, ai sistemi mitici, teologici, metafisici».
Le varie tradizioni sulla morte presentate in questi due articoli sono accomunate da una costante: il tentativo umano di gestire l’inevitabilità della morte e il suo impatto sociale ed emotivo.
Se nel passato in molte culture si è diffusa una certa idea di “morte incompleta”, ossia quella condizione in cui i morti non hanno “finito” il loro viaggio o non sono stati trattati adeguatamente dai vivi, oggi c’è piuttosto una “morte invertita”, come la definisce Philippe Ariès, ossia una morte “invisibile” e “silenziosa” perché dislocata in ospedale: in larga parte della nostra società industriale e postindustriale, morire in casa è diventato inappropriato e quell’ultimo atto della vita ha finito per essere deritualizzato nell’apparato tecnico dell’assistenza ospedaliera e nell’abbandono di tutti, morenti e persone care, alla competenza medica. Questa condizione contemporanea mostra come l’idea della morte continui a trasformarsi di pari passo alla società, sebbene resti legata alla paura che la morte possa, in qualche modo, ritornare a turbare l’ordine dei vivi. È dentro questo quadro, dunque, che si può comprendere il perché del successo di celebrazioni come Halloween anche nella nostra società ipertecnologica. Sebbene affondino le loro radici in antiche festività legate ai morti, rappresentano ancora oggi una forma di riconciliazione tra passato e presente. Come ho avuto modo di spiegare in precedenti pubblicazioni, Halloween non è una semplice “importazione” americana, ma un fenomeno di “ritorno” culturale. La sua popolarità dimostra come il fascino per la morte e per i suoi rituali rimanga attuale, anche se trasfigurato da consumismo e spettacolo mediatico. Nonostante il cambiamento, queste celebrazioni conservano un significato sociale importante: permettono di affrontare la morte in un modo simbolico e ritualizzato, sdrammatizzando l’evento e accogliendo l’idea della sua inevitabilità.
Come esseri umani, abbiamo paura dell’ignoto, ma anche della perdita del controllo e della possibilità che la morte non sia un evento definitivo, ma un continuum che ci riguarda anche da vivi. In questo senso, le rappresentazioni del non-morto – dai media moderni ai racconti tradizionali – ci costringono a riflettere sul nostro rapporto con la morte: sollevano questioni profonde su cosa significhi veramente morire e se sia possibile, o desiderabile, tornare da quello stato.
L’invito di questi miei due contributi è di usare queste riflessioni per superare la superficialità con cui spesso si affronta il tema della morte. La figura del non-morto, con tutta la sua ambivalenza, ci spinge a interrogarci sul significato della vita stessa e sull’eredità che lasciamo. La morte, che appare come una fine definitiva, in molte culture diventa una porta che può essere aperta di nuovo, e il “ritorno” dei morti rappresenta tanto una minaccia quanto una forma di connessione tra le generazioni di ieri, oggi e domani.
La mort en fȇte
(Immagine tratta da “La mort en fȇte”, catalogo della mostra omonima sulla cultura della morte in Messico, esposta a Bruxelles nel 1993).