Archeologia in Penisola. Gli “Indiana Jones” della Penisola Sorrentina di Antonino De Angelis
È con grande piacere che riportiamo, in versione integrale, un interessantissimo articolo di Antonino De Angelis, recentemente pubblicato nella prestigiosa rivista “Oebalus – Studi sulla Campania nell’Antichità”, diretta da Felice Senatore. Questo contributo, arricchito da un ampio apparato iconografico, non solo offre uno spaccato prezioso sulla storia archeologica della Campania, ma riesce anche a dare un volto a figure fondamentali, spesso evocate nei discorsi familiari e accademici, ma raramente conosciute nella loro interezza.
Nel contesto di un salotto, tra una conversazione con Renato De Angelis e un dialogo con lo stesso Antonino De Angelis, si parlava spesso di personalità che hanno lasciato un segno indelebile nella tutela e valorizzazione del patrimonio archeologico campano. Tuttavia, mancava spesso una conoscenza diretta di questi protagonisti, figure chiave che operavano dietro le quinte, ma il cui contributo è stato cruciale per la conservazione e la scoperta di tesori inestimabili.
Tra questi spiccano gli Ispettori Onorari della Soprintendenza Archeologica: Salvatore Ferraro, Raffaele Pane e Mario Russo. Il loro lavoro, sebbene in parte oscuro al grande pubblico, ha rappresentato un pilastro fondamentale nell’archeologia campana. Questi uomini, animati da una passione incrollabile e da un profondo senso del dovere, hanno dedicato la loro vita a proteggere e promuovere un patrimonio culturale che, senza il loro intervento, avrebbe potuto andare irrimediabilmente perduto.
L’articolo di De Angelis, con una minuziosa attenzione ai dettagli e un’appassionata narrazione storica, ci guida alla scoperta di queste figure, ricostruendone il profilo umano e professionale attraverso documenti, testimonianze e immagini d’epoca. Le fotografie, parte integrante del lavoro, non sono semplici illustrazioni, ma veri e propri strumenti che permettono al lettore di entrare in contatto visivo con personaggi che, fino ad ora, erano solo nomi evocati in conversazioni colte.
L’opera di Ferraro, Radmilli,Pane e Russo emerge così in tutta la sua importanza: dalla salvaguardia di reperti unici alla gestione di scavi archeologici di grande rilevanza, il loro operato ha gettato le basi per una moderna consapevolezza del valore inestimabile del nostro passato. In un’epoca in cui l’archeologia era spesso appannaggio di pochi, loro hanno reso accessibile a molti un patrimonio che oggi possiamo ammirare nei musei e nei siti archeologici della Campania.
Leggere questo articolo significa non solo fare un tuffo nel passato, ma anche rendere omaggio a coloro che, con dedizione e sacrificio, hanno lavorato per preservare la memoria storica di una delle regioni più ricche di storia al mondo. Grazie al lavoro di Antonino De Angelis e alla cura editoriale di Felice Senatore, queste storie escono finalmente dall’oblio per entrare a pieno diritto nel patrimonio collettivo
OEBALUS Studi sulla Campania nell’Antichità 17, 2022
Pubblicazione annuale. Registrazione del Tribunale di Napoli, n. 68 del 22 settembre 2006.
DIRETTORE RESPONSABILE Felice Senatore
COMITATO DI REDAZIONE
Alessandro Pagliara – Mario Russo – Eliodoro Savino – Gianluca Soricelli Vincenzo Bellelli – Maurizio Bugno – Domenico Camardo – Eduardo Federico Henrik Mouritsen – Fabrizio Pesando – Felix Pirson – Paolo Poccetti Claude Albore Livadie – Rosalba Antonini – Dominique Briquel – Giuseppe Camodeca Giovanna Rocca – Heikki Solin – Timo Sironen – Gianluca Tagliamonte Renata Cantilena – Luca Cerchiai – Michael Crawford – Francesco De Angelis –
COMITATO SCIENTIFICO
Natalie de Haan – Jens-Arne Dickmann – Massimo Poetto
OEBALUS – Associazione Culturale Via S. Costanzo, 8 – 80073 Capri (NA)
Grafica e impaginazione: Helga Di Giuseppe e Felice Senatore
ISSN 1970-6421 ISBN 9788866872283
OEBALUS Studi sulla Campania nell’Antichità N° 17 2022 edito da Scienze e Lettere
Antonino De Angelis Gli “Indiana Jones” della Penisola Sorrentina.
Una testimonianza su archeologia e società civile degli anni ’60 Se dovessi scrivere il secondo capitolo della mia autobiografia, dopo quello dell’età dell’adolescenza, pubblicato in un pamphlet col titolo “ I pettiussi, trastulli con le ali”, dovrei titolare quello dell’età giovanile Fra gli Indiana Jones della Penisola Sorrentina, cioè descrivere quegli anni in cui entrai a far parte di un drappello di coetanei che, innamorati della bellezza di questo territorio, si tuffo nel mondo dell’archeologia sorrentina. Siamo nei primi anni Sessanta del Novecento quando appena fondata la sezione sorrentina di Italia Nostra un gruppetto di ventenni visionari si raccolse intorno a Renato De Angelis primo giovanissimo presidente (fig. 1).
Il gruppo era composto da Raffaele Pane, Enzo Manniello, Toruccio Ercolano e Luigi Miccio (fig. 2)
a cui, cooptato da Raffaele, mi affiancai anch’io, come loro, pieno di entusiasmo e di fervore culturale. La sezione sorrentina di Italia Nostra era stata istituita, grazie alle sollecitazioni di Elena Croce e all’incoraggiamento di Donna Paola Zancani, a Piano di Sorrento presso la casa dell’avvocato Francesco De Angelis. Dopo i primi anni di presidenza di suo figlio Renato nel 1966 fu eletto l’ingegnere Mario Maresca che la guiderà fino al 2003 con mano decisa e autorevole. La sede per molti anni fu allocata al secondo piano del palazzo degli eredi di Gaetano Amalfi alla via San Michele, per poi essere trasferita a Sant Agnello nel mio studio al rione Angri. Del consiglio direttivo fecero parte uomini e donne di grande prestigio e spessore culturale della Penisola Sorrentina e non solo: Gustavo lacono, Saverio Mollo, Antonia Maresca. (fig. 3),
Adelia Trapani, Gustavo Minervini, Gilberto Marselli, Angerio Filangieri, Mario Tramontano, Vincenzo Spagnuolo Vigorita e noi giovani neofiti; spesso partecipavano alle riunioni il grande meridionalista Manlio Rossi Doria, il marchese Pietro La Via, raffinato intellettuale di caratura europea, e l’archeologa Paola Zancani che per le sue scoperte ben avrebbe potuto impersonare, al femminile, l’immaginario Henry Walton Jones di Georges Lucas. Accanto a loro, e con il loro insegnamento, cresceva quel gruppetto di giovani entusiasti, animati dal sacro fuoco dell’archeologia a cui, negli anni successivi, si unirà un gran numero di giovani studenti che si faranno attivi difensori del territorio e dell’ambiente X i compiti di noi giovani attivisti il ruolo di informatori e maggiori criticità paesaggistiche, al seguito dei grandi giornalisti di inchiesta. Ricordo Antonio Cederna, nel 1968, durante i sopralluoghi per la sua memorabile inchiesta apparsa in quattro puntate sul Corriere della Sera col titolo Suicidio della penisola sorrentina (figg. 4-4a)
ed Ermanno Rea per il dirompente servizio Le mani su Sorrento pubblicato sul settimanale Panorama del 15 agosto 1968 (fig. 5).
Proprio in quegli anni a Sorrento e nella sua penisola imperversava la travolgente trasformazione urbanistica; nel giro di un paio d’anni nella piana di Sorrento furono aperti centinaia di cantieri edili verso cui ogni mattina, provenienti dall’intera provincia, si dirigevano migliaia di muratori, manovali, terrazzieri, carpentieri, ferraioli. Si spianavano e sterravano gli agrumeti, si aprivano trincee e si scavavano fondazioni su cui si posavano i plinti di cemento armato per nulla badando a ciò che dagli scavi, oltre al terreno, sortiva fuori. Spesso emergevano tesori e sparivano nel nulla. A Vico Equense sarà portata alla luce, grazie all’impegno e l’attenta vigilanza del giovanissimo Salvatore Ferraro (figg. 6-6a)
la necropoli di via Nicotera, e a Massalubrense, per lo zelo della neonata sezione dell’ Archeoclub, la necropoli del Deserto. Negli stessi anni (1976) Salvatore Ferraro pubblicava i suoi studi su gli Osci, Etruschi e Greci in penisola sorrentina con ivi la cronaca dei nuovi ritrovamenti. Eravamo sempre pronti a raccogliere ogni indizio o notizia proveniente dai cantieri circa ritrovamenti occultati o reperti trafugati. Vigili nel segnalare all’autorità movimenti sospetti da parte dei non ignoti trafficanti locali che solo per lucro favorivano la dispersione di materiale archeologico presso collezionisti e ricettatori. Era stata appena rinvenuta la necropoli del fondo Stiffa in occasione dello sbancamento per la costruzione della stazione Agip di Marano quando in via dell’Accademia erano apparsi pezzi di colonna e vari capitelli tenuti celati dal costruttore per evitare il fermo dei lavori; saputa la notizia sollecitammo l’intervento della Guardia di Finanza la quale provvide al sequestro e al deposito dei reperti presso il museo Correale. Tutte le notizie e gli occasionali recuperi di materiale in nostro possesso, prima di consegnarlo all’autorità tutoria, confluivano, per la sua valutazione critica, presso Donna Paola Zancani, nostro faro consigliera. La frequentazione del Pizzo ci portava in un mondo lontano dall’angustia culturale del piccolo paese, per noi giovani era occasione di arricchimento e di erudizione. Il solo pensiero che su quelle stesse poltrone si fosse seduto il gotha degli archeologi europei un po’ ei inorgogliva. Donna Paola si intratteneva e conversava con noi con lo stesso interesse e lo stesso impegno con cui aveva conversato e discusso con Amedeo Maiuri, Paolo Mingazzini, John Beazley, Karl Lehmann-Hartleben, Bernard Schweitzer, Heinz Kahler e, naturalmente, Umberto Zanotti Bianco, il suo compagno d’avventura alla foce del Sele. Ogni volta aggiungeva fatti, dettagli e aneddoti sugli scavi, sempre negli acquitrini sia a Paestum, con la devota assistenza degli umili operai e lo sguardo torvo della polizia fascista, che nella piana di Sibari, aiutata dalle idrovore degli americani. Con il suo intervento seguimmo a Sorrento, nel gennaio del 1965, lo scavo di una tomba nel costruendo complesso del Parco Verde (fig. 7), nel fondo di Amelia Cacace, scavo diretto da Pietro Soprano, funzionario della Soprintendenza di Pompei, e da lei stessa, Paola Zancani. Fu l’unico piccolo scavo effettuato in quegli anni sotto il controllo dello Stato in tutta la zona, squassata dalla nuova edilizia, compresa fra la via degli Aranci, Marano, Viale Nizza e Via Rota. Era una tomba a cassa di tufo grigio coperta da diciotto anfore di argilla capovolte e incrociate; una tomba di un adulto, non già di un bambino come più tardi è stato scritto, lunga metri 2,34 per 91 centimetri per un’altezza di cm. 47, formata da lastre di tufo grigio di spessore fra i 15/20 centimetri (figg. 8, 9-9a).
Lo scheletro recava tra le gambe un modesto corredo di impasto bruno non decorato. Una ricerca negli archivi del Soprintendenza archeologica di Napoli o presso quella di Pompei dovrebbe consentire il recupero dei verbali redatti da Soprano con tutti i dati relativi. Il materiale recuperato fu depositato, in attesa della definitiva collocazione, presso sede di Italia Nostra a Piano di Sorrento. All’epoca del ritrovamento ero all’inizio della mia attività professionale, lavoravo in alcuni cantieri edili di Sorrento dove ebbi modo, come in quella circostanza, di acquisire diretta conoscenza dei luoghi e dei fatti. Già nella primavera dell’anno precedente, senza nessuna sorveglianza erano state trovate nello stesso cantiere ben dodici tombe nello scavo centri eseguito in trincea con l’impiego devastante di una draga, quasi tutte già sacchegiate in antico. Le tombe anch’esse a cassa di tufo grigio si trovavano sulla direttrice nord/sud; solo due restituirono un corredo ceramico le altre erano state svuotate. Lo scarso corredo recuperato (ricordo alcuni bellissimi vasi di circa cm. a figure nere e smalto bianco) fu trattenuto dall’architetto Antonio Gargiulo titolare dell’impresa appaltatrice, che molti anni dopo consegnerà al museo Val di Villa Fondi.
Ancora prima, durante l’autunno del 1963, in occasione di un saggio effettuato nell’angolo nord/est del fondo Cacace, richiesto dall’ingegnere Aldo Bellone calcolatore delle strutture edilizie, il terrazziere Antonino Esposito, detto O Scenatico, si imbatté, alla profondità di oltre due metri, in una grossa anfora di terracotta che, a suo dire, sotto i colpi del piccone si era frantumata in mille pezzi, pezzi che egli disinvoltamente aveva lasciato nel terreno. Tuttavia accanto ad essa era apparso un piccolo “vasetto” ceramico che egli segretamente si era portato a casa. Ecco ciò che in proposito annotai in un mio quaderno di appunti: «Il primo ritrovamento è avvenuto verso la fine di ottobre del 1964 durante uno scavo per saggiare il terreno di fondazione di un nuovo fabbricato, questo rinvenimento rimase sconosciuto fino a pochi giorni addietro. Ne era a conoscenza solo l’operaio addetto allo scavo del pozzetto di saggio. Con la venuta alla luce di questa prima tomba nell’angolo di nord-est della lottizzazione, si è ritrovata un’anforetta di circa cm. 15 di altezza per 8 di larghezza, ha forma arrotondata con collo allungato, reca sulla parte centrale una figura di lottatore seduto di finissima fattura con belle decorazioni floreali. Questo pezzo fu lasciato dai saccheggiatori perché nascosto in un anfora d’argilla molto grande che non poteva essere asportata. Prontamente la recuperai dalle mani del terrazziere per mostrarla a Donna Paola Zancani (fig. 10).
Ora è esposta presso il museo Vallet (figg. 11-11a, 12).
Fig. 13. La tessera di Italia Nostra con la firma al Presidente Giorgio Bassani Socio di Itala Nostra dal 1966
(figg. 13-13a), e da sempre sensibile alla tutela del territorio, insieme alla lekythos del II sec. aC. nel 1994 ebbi a donare alla Fondazione Sorrento, per il tramite di Mario Russo, altri due pezzi scoperti per caso nella cucina di una casa colonica a monte del cimitero di Piano di Sorrento, zona notoriamente ricca di giacimenti archeologici. Sapevo che nel 1874 nel vicino cimitero era stato rinvenuto il grande ‘vaso preistorico’ poi depositato al museo Correale (attribuito alla civiltà del Gaudo in seguito allo scavo in loc. Trinita), e poco distante, nel fondo di Ciccio Pollio, erano stati trovati vari piatti da pesce a figure rosse, perciò non fui sorpreso di scoprire in quella casa i preziosi reperti In visita alla famiglia colonica notai su un ripiano vari oggetti fra cui due pezzi di scavo (coppa e oinochoe del IV sec. a.C.); mi fu detto che molti altri ne erano stati trovati in passato durante gli scassi per la messa a dimora delle piante di arancio e che parecchie coppette e qualche lucerna, lasciate ai bambini per giocare, crano state distrutte. Visto il mio grande interesse e considerata la mia prossima parentela mi furono generosamente donate. Ora come ho detto sono in mostra nel museo di Villa Fondi. Molti anni dopo ebbi occasione di fotografare altri oggetti venuti alla luce nella stessa zona fra cui una statuetta votiva di 30 centimetri e alcuni vasi.
Intanto a Sorrento Enzo Manniello (fig. 14, 15, 16-16a),
fra escavatori, gru e betoniere si era procurato un grosso spiedo (‘o fierro), e con quello si recava nei cantieri, con gli spalatori della soprintendenza, por saggiare il terreno in cerca di vuoti o impedimenti che potessero segnalare un ritrovamento archeologico. Enzo allora prendeva ad infilare il ferro fra le zolle, ora verso il basso, ora in laterale o in diagonale, a seconda della posizione giudicata più utile, mentre tutti intorno eravamo in attesa del sospirato annuncio: sento qualcosa!, pronunciato mentre fissava il suo sguardo negli occhi dei compagni. Era quello il segnale che invitava tutti a sognare. I suoi sogni, anche negli anni successivi, continuarono in altri giardini, dalla collina del Deserto a Sant’Agata sui due Golfi fino alla Trinità, a Piano di Sorrento, quando, con Claude Albore Livadie, contribuì non poco alla scoperta della civiltà del Gaudo in Penisola Sorrentina.
Nel 1971, grazie alla soffiata di un operaio, Raffaele Pane aveva saputo che presso la costruenda villa Zagari, di rimpetto al museo Correale, era avvenuto un importante ritrovamento. Si appostò fra gli arbusti del confinante Hotel Royal e intravide fra gli arredi del nuovo giardino una serie di vasi, colonne, panchine e alcune statue di impasto bianco; una di esse attirò la sua attenzione per le dimensioni e i lineamenti. Raffaele, memore dei suoi studi classici, capi che quella statua aveva qualcosa a che fare con la Roma antica anche perché il sito ricadeva, secondo gli studiosi, nell’area delle terme dell’antica Surrentum. Scatto una fotografia e da quella si capi che si trattava di una copia romana di una statua greca alta circa tre metri messa li fra quella paccottiglia forse per confondere gli sprovveduti, ma non certo l’erudito studente di botanica che si era laureato proprio in quell’anno. Oggi quella statua maestosa, dopo una lunga sosta nel museo nazionale di Napoli, accoglie i visitatori nell’atrio del Museo archeologico di Piano di Sorrento (figg. 17-19).
Punta Campanella in quegli anni, per gli amanti della storia antica, era l’ambiente ideale per esaltanti cacce al tesoro dove, soprattutto dopo la pioggia, quando i contadini cercavano lumache, c’era chi cercava cocci, monete e testine fittili, Fu durante una di quelle ricognizioni che Mario Russo e il suo amico Nello Coppola decisero di scendere all’approdo meridionale e si infilarono nella stretta gola dei calcari per raggiungere il mare. Nello Coppola, per uno strano scherzo del destino, chissà perché, decise di fermarsi sullo stretto pianerottolo, sempre per lo stesso scherzo del destino a quell’ora il sole si trovò, come da migliaia di anni, in quel posto preciso, sicché la luce in quel momento proietto negli occhi di Nello le ombre di uno strano graffito. Dopo duemila e trecento anni un occhio umano si accorgeva di quella scritta misteriosa che segnalo a Mario, il quale all’istante capi di trovarsi davanti a una scoperta eccezionale che avrebbe cambiato la conoscenza storica della Penisola Sorrentina. Una scoperta che lo avrebbe impegnato in molti anni di studio nelle stanze alte del Pizzo, sotto lo sguardo illuminante dell’insigne archeologa Paola Zancani; uno studio che sarà presentato nel 1985 al convegno di Taranto sulla Magna Grecia (fig. 20).
Il territorio della Penisola Sorrentina è straordinario, in superficie mostra la bellezza e sotto nasconde i tesori della sua storia. Storia antichissima, lontana migliaia di anni a partire dalle epoche più remote. Ricordo le scorribande al seguito dell’archeologo Antonio Mario Radmilli (fig. 21)
in cerca delle tracce del mesolitico e del neolitico.
Insieme a Renato De Angelis, pancia in su nell’ultimo tratto, ci infilammo nella grotta della Carapanella, prospicente il faro e la scritta osca, grattando il fondo e osservando ogni possibile indizio che ci portasse almeno tremila anni addietro. Sui crinali a costiera che si affaccia sul Golfo di Salerno scalzammo centinaia di pietre che Radmilli esaminava con cura. Sulle terre alte della Malaccola, in cerca di notizie utili, interroga va chiunque avesse a che fare con il lavoro della terra. In località Campitelli assistemmo per ore un contadino, che era li a zappare la vigna, con la segreta speranza che dalle zolle saltasse fuori una crastulella di terrecotta o qualche altra scheggia degna di interesse. Durante quella campagna il grande paleontologo trovò anche il tempo per Fig. 21 il paleonmingo Antonio M. Radanili tenere una dotta conferenza a Sorrento su un tema, anche allora, di ricorrente attualità: Una crisi economica di cinquemila anni fa. Per noi giovani emuli di Walton Jones fu sempre una piacevole avventura cercare insieme a lui. Qualche volta con fatica ma sempre con entusiasmo, i misteriosi reperti che la terra gelosamente custodisce e ci nasconde: cocci di terracotta, ossi di animali, resti di pasti di uomini primitivi e tanti altri documenti per noi insignificanti ma per lui, studioso dei tempi remoti, utilissimi per farci sapere chi siamo e qual è la storia che ci ha portata fin qui.


