Piano di Sorrento, Mons. Arturo Aiello celebra la Novena di San Michele tra ricordi ed emozioni
Piano di Sorrento. Questa sera in tanti hanno raggiunto la Basilica di San Michele Arcangelo per il tradizionale appuntamento con la Novena in onore del Santo Patrono. A celebrare Mons. Arturo Aiello che, come ogni anno, torna nella sua vecchia parrocchia per vivere insieme alla comunità uno degli appuntamenti in preparazione alla solennità di San Michele. Profonda e coinvolgente la sua omelia che riportiamo: «Siete giunti alla vigilia della solennità dell’Arcangelo San Michele in fraternità con gli altri arcangeli in una novena che Don Antonino ha voluto colorare di verde. Quando gli ho chiesto quale tema avesse scelto per questa novena, mi ha detto: “Vorrei intessere un discorso intorno alla ubicazione dei più importanti Santuari micaleiti che sono sempre ubicati in alto sulle cime». E’ molto bella questa intuizione.
Nell’ordito del Vespro c’è tanto materiale per questa dimensione silvestre dell’Arcangelo. Per esempio: “Signore non abbandonare l’opera delle tue mani”. Un’invocazione tesa a chiedere una presenza alla creazione. Non abbandonare l’opera delle tue mani, non ti allontanare da questa cosa bella e buona che tu hai fatto.
E poi nel Cantico c’è una sinfonia sempre in crescendo dove vengono chiamate sempre nuove voci per benedire il Signore: acqua e fonti, fuoco e grandine… Tutte le voci della natura sono chiamate a lodare. E noi abbiamo questa responsabilità di poter far sprigionare la lode anche dalle cose, anche dalle creature che non hanno coscienza perché in questa opera meravigliosa che è il creato l’uomo è l’unico consapevole di essere, è l’unico consapevole di esistere e dunque guardando le cose, ammirandole e custodendole, è come se sprigionasse da esse quella voce che le cose, le piante, gli animali, le montagne, i diamanti, le miniere non possono sprigionare se non attraverso la voce dell’uomo.
San Michele ci aiuti a riprendere questa responsabilità. Siamo responsabili di quello che accade.
Ho voluto questa sera ascoltare il brano di Isaia: “Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle”.
La Bibbia è piena di parabole dove si parla di un campo, di una vigna, di un giardino. Quella vigna era stata scelta da Dio, piantata con le sue mani. La Bibbia, soprattutto l’Antico Testamento, è piena di immagini del Dio agricoltore, del Dio che pianta, del Dio che pota, del Dio che ha cura delle sue piante, delle sue creature. L’ha circondata di un muro, ha scavato un torchio per la pigiatura perché siamo in tempo di vendemmia, ma ecco che – a fronte di tante attenzioni da parte del Dio amante, la vigna (che fuori metafora è il popolo) lo tradisce producendo uva amara.
Che cosa produce la tua vigna, cioè il tuo cuore, la tua vita, le tue relazioni? Producono cose belle? Fioriscono nelle tue mani, sulle tue labbra, dai tuoi scritti, dal tuo lavoro cose belle? Allora stai rendendo al meglio ciò che Dio ha deposto in te come persona e nel creato. Se invece dalle tue mani e dalla tua vita si producono frutti amari, relazioni interrotte, silenzi abissali o parole arroganti ed offensive ecco che questa vigna sta tradendo il suo sposo. Perché la vigna di cui parla Isaia possa essere riferita ad una donna (e qui la donna è Israele) lo desumiamo in particolare dal Cantico dei Cantici in quel passo che poi la Chiesa ha utilizzato come antifona mariana: “Sono nera ma bella”. Ma in realtà nei versi seguenti si scopre che quella bellezza è peccaminosa: “I miei fratelli mi han posto a custodia delle vigne. La mia vigna non l’ho custodita”. Nel linguaggio dei Cantico dei Cantici la vigna è il corpo della donna.
Una serie di ammiccamenti ci vengono rispetto al giardino, rispetto alla vigna che deve essere consegnata – nella parabola di Gesù – ad altri contadini che la faranno fruttificare. Ma all’inizio, nel libro della Genesi, c’è questa immagine che poi domina tutta la letteratura, non solo quella biblica ma anche quella profana, che è l’immagine del giardino.
San Michele è il custode del tuo giardino. Qui giardino sta per i miei ricordi. Sono venuto non in ottime condizioni fisiche però nel desiderio di sniffare un po’ di canti, di risentire, di riassaporare, di ricollegarmi ad un passato che mi ha visto qui fin da quando avevo 14 anni. E dunque il giardino è anche quello dei ricordi, è il giardino della tua vita, delle persone che hai amato e che rincontri nella preghiera mentre passeggi in questa celebrazione vespertina. Il giardino è cogliere che qualche posto è vuoto e non mi riferisco al numero dei fedeli presenti ma a quelli che sono volati in cielo e che lasciano tanti interrogativi. Sono giardini che sono stati chiusi violentemente e nei quali – almeno fisicamente – non possiamo entrare
Questo Arcangelo Michele protettore del creato, custode del giardino come il Cherubino con la spada fiammeggiante che fa da guardiano, come si è declinato nella tua vita? Vi rovescio una serie di immagini intorno a questa parola che nella mia vita è stata molto potente. Ognuno di noi ha un suo vocabolario dove ci sono alcune parole che solo ad incontrarle in un testo o ad ascoltarle in un discorso immediatamente ti entusiasmano.
Per me tra quelle parole c’è la parola “giardino”. E la prima immagine è il giardino della mia infanzia dove giocavo da bambino e lì c’erano due alberi: uno di prugne ed uno di albicocche. Non so per quale motivo io prediligessi l’albero di prugne perché mi ci arrampicavo come un gatto e mi stendevo in un incavo tra due rami e guardavo il mondo dall’alto. Quando c’erano i frutti avevo anche la possibilità di mangiare le prugne. Costituiva una sorta di vedetta lombarda da cui guardare il mondo e da cui guardare anche il mio futuro da quell’albero. Quell’albero era il punto da cui guardavo il mondo e da cui sognavo il mondo. Perché un giardino serve a sognare ed i sogni vanno sognati e possibilmente vanno sognati insieme. E questo insieme riguarda la seconda immagine di giardino che vi riguarda perché è il giardino del Centro parrocchiale. Già nel Centro vecchio mi industriavo nel mio piccolo a fare da giardiniere per ricompensare i Padri Sacramentini dell’ospitalità che ci offrirono per ben dieci anni, dal 1979 al 1989. Quando cominciavamo a vagheggiare il nuovo Centro per molti anni questa parola è stata una parola magica, ha mosso tanti cuori, ha fasciato tante storie. Il nuovo Centro doveva sì contenere degli spazi chiusi ma, per la mia sensibilità, doveva avere un grande spazio verde. E’ un giardino piantato che ha risposto non sempre con lo stesso amore. E’ un giardino pensato, che ha bisogno ancora di essere trasformato. Un giardino non è una foto statica ma è un dinamismo di piante che vanno potate, armonizzate, alcune seccano, altre fioriscono. Un giardino è un divenire continuo. Abbiate cura di quello spazio che certamente è uno spazio umano ma le piante non sono solo ornamentali. Chi non sa parlare con una pianta è privato di tante belle esperienze nella vita. Ci sono modalità di relazione anche con il mondo vegetale.
Ovviamente c’è il giardino dell’Episcopio di Teano che per me costituisce la terza tappa di questo pellegrinaggio spirituale che voglio compiere con voi e che trovai in una dimensione piuttosto desertica e che pian piano, con amore, cercai di trasformare come un biglietto di benvenuto per chi varcasse la porta dell’Episcopio che dava proprio nel giardino. Ci sono anche delle frasi e ci sono delle date anche dolorose. Questo per dire che il giardino non è solo un percorso estetico ma è anche un percorso doloroso perché è un percorso di vita.
Nell’esperienza avellinese ci sono be due giardini. Il primo è un grande giardino perché mi sembra essere stato un grande sogno della Chiesa che indegnamente servo. Mi riferisco al Parco Palatucci, un grande parco chiuso, vandalizzato, dove succedeva di tutto, dove le piante erano cresciute in maniera disordinata, dove si depositavano stracci ed altri materiali di risulta, che chiedemmo di avere in adozione dal Comune che ne era il proprietario. E’ un unicum che una Diocesi abbia assunto un intero parco per trasformalo in un fiore all’occhiello della città con viali, fontane, panchine, strutture sportive, frasi che possano smuovere qualche persona da propositi suicidi. A mio parere quel giardino oggi è una grande testimonianza di amore.
L’ultima immagine è il mio giardino di Serino che è una sorta di Chiostro in cui passeggiare a sera.
Ma dopo tutto quello che ho detto ho in mente di piantarlo un giardino? Entriamo nella custodia del creato ed il creato custodito ti custodisce.
Concludo con un’espressione di Cicerone: “Se io ho una biblioteca ed un giardino sono un uomo felice”».

