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Massa Lubrense, breve racconto dedicato ad amico malato di Alzheimer “Accadde alla Baia di Ieranto”

Massa Lubrense, breve racconto dedicato ad amico malato di Alzheimer

Accadde alla Baia di Ieranto

Carlo sedeva su una grande pietra bianca, intento ad asciugarsi
il sudore dalla fronte, e guardava il mare; il mare come
qualcosa di consanguineo, non diverso o estraneo; il mare
come qualcosa in cui, per antica consuetudine si specchiava il
cielo e con esso gli alberi, le montagne e la case vissute. Fu per
questo motivo che Carlo attese ne uscisse una sirena. Ma
ahimé, per un po’, le onde portarono in superficie solo visioni
fugaci. Ad un tratto, però, ne emerse una giovane che, giunta a
pochi passi da lui, gli sorrise sommessamente e gli si avvicinò
piano piano stringendo un ramo di rosmarino nella mano.
Quando gli fu a breve distanza gli disse: “Posso sedermi? Sono
stanca!” e depose ai piedi d’un ulivo l’enorme valigia che aveva
con sé.
“Da dove vieni?” le chiese Carlo,
“Da una città colma di case, costruite una sull’altra e una a
fianco all’altra, ovunque; edifici ciclopici a nascondere con la
loro affascinante e illusoria prospettiva, con la loro allegoria
dell’abbondanza, la grande povertà materiale e morale che,
partendo dai marciapiedi lastricati di avidità, sconfina in luoghi
che appaiono illuminati ma sono sempre bui, senza tregua e
senza ragioni per l’anima. Ho percorso molte strade, dritte ed
esposte al vento perché avevo solo un progetto, l’autonomia;
una moderna libertà, un ossequio alla licenza che pensavo si
conquistasse col coraggio; pertanto non avevo motivo di
interagire con gli altri e non ho imparato, come tanti altri, a
stare sola; dunque, ho attraversato corti gelide dove di vivo c’è
solo il ricordo di qualcosa che cercavo. Ma anche molte piazze
luminose e colorate quando mi sono avvicinata alle cose che
avevo quasi sempre trascurato. Posso dire che vengo da molto
lontano e che ora ho deciso di dirigermi verso il limite delle cose
possibili; ma non mi é ancora chiaro dove si trovi. Tu puoi
aiutarmi? Puoi dirmi qualcosa tu che di fronte hai un limite?”,
chiese Liz.
Carlo scrutò la giovane dal basso in alto e quando giunse ad
intravederne gli occhi, le disse: “Certo che ti aiuto, ti aspettavo;

mi pare di conoscerti da millenni ma non ne sono sicuro!”, ed
arrossì, in modo così evidente, come consapevole d’averla detta
grossa, che Liz se ne accorse e si girò verso il mare per
nascondergli il sorriso. Poi si rigirò piano piano e mise mano alla
valigia da cui trasse una piccola scatola di cartone per Carlo,
“E’ per me? Cosa contiene?”
“Devi aprirla solo dopo che io sarò partita!”
“Ma tu non partirai…non é vero?”
“Sei forse tu il limite delle cose a me possibili? Un limite che ha
sempre a che fare con un altro limite, il mio? Se così fosse la
scatola contiene un pegno segreto e tale dovrà rimanere fra me
e te perché io devo ripartire!” e così dicendo richiuse la valigia e
volse ancora lo sguardo verso il mare.
Nel frattempo il sole apparve alle spalle dei due ed in pochi
minuti illuminò la Baia; il mare, che sembrava in dormiveglia,
aprì gli occhi e cominciò a muovere le onde per ogni dove; tutto
prese un colore tenue o acceso; tutto sembrò come nuovo e
per Liz era nuovo.
Il giorno trascorse attraversando uno ad uno gli ulivi in fiore le
cui foglie mosse dalla brezza marina davano il dorso al cielo
imbronciate, scontente. Poi venne sera. Carlo raccolse qualche
ramo secco per accendere la legna nel camino ed apparecchiò
la tavola come se stesse aspettando molte persone a cena.
Riempì la brocca d’un corposo vino rosso ed affettò tutto il pane
provando ad immaginarsi le strade, i cortili e gli spazi colorati
attraversati da Liz. Per un attimo gli sembrò di aver fatto
altrettanto ma non ne aveva che fragili ricordi. Era come se il
tempo fosse passato inutilmente. I segni del suo passaggio
erano solo orme lasciate nel solco che la furia della tempesta
aveva cancellato. Eppure egli continuava a voltarsi indietro per
misurare il suo cammino ma non intravedeva che poche orme,
quelle lontane, molto lontane. Avrebbe potuto tentare dall’alto

ma non aveva mai imparato a volare e allora? Quale senso di
vuoto! Schiacciato dal peso del suo fardello invisibile andò
sull’uscio e vide che Liz si era seduta alla fonte. Qualcosa in lui
implorò il cielo perché ella guardasse per lui il più lontano
possibile e pensasse a qualcosa che potesse riguardarlo, lo
sguardo, per esempio, o il sorriso d’un tempo. Liz lo fece e
pianse; poi riempì la brocca e se ne andò, taciturna nella bella
sera.
Carlo la vide allontanarsi; poi rientrò e si diresse senza
tentennamenti verso la tavola su cui aveva appoggiato il regalo
di Liz. Aprì delicatamente la piccola scatola e sorrise: sul fondo
era adagiata la foto d’un uomo con in braccio una bambina
dagli occhi curiosi; sul retro una scritta minuscola: ciao pà! La
sola immagine poteva essere utile a smuovere un macigno ma
ciò che tolse la sua storia dal soffitto furono le parole. “Ciao
pà!”. Fecero riapparire il passato. Non solo, anche se solo
fugacemente, indicarono una strada, percorribile, per un breve
tratto, ad occhi aperti. Dunque, vi era ancora traccia di
qualcuno nella mente di Carlo. Egli, da qualche tempo, non era
più in grado di creare anche una semplice relazione fra le
immagini, le parole, gli eventi ed il trascorrere del tempo. Ma
quella sera egli spalancò la finestra che dava sulla baia per
guardare in lontananza, mentre nel cielo si accendevano le
prime stelle. Riguardò più volte la foto che gli aveva portato Liz
e quel gesto, quell’allontanarsi involontario dalla vita d’ogni
giorno lo condusse lievemente al profondo che pare sia molto
lontano ma è dietro l’angolo; per la prima volta, dopo molti
anni, si imbatté in alcune di quelle connessioni lasciate in
sospeso e sorrise ancora.
Comunque, una volta che, sia pure parzialmente, Carlo ebbe
sperimentato di nuovo il suo sentire, gli ulivi ed il mare si
affrettarono compiaciuti a comunicargli che anch’essi avevano,
di nuovo, percepito la sua presenza, come in una sorta di dono
reciproco; la luna, dal canto suo, saputo dell’accaduto, accorse

per dire qualcosa alle stelle: “ Si tratta di un fatto straordinario
per quest’uomo; dunque come non pensare che egli sia pronto
a congedarsi dalla vita se non gli si concede ancora la possibilità
di immergersi nel tempo; orsù, siate pronte a brillare come non
mai, può giovargli! Può riuscirci!”. Ma le stelle non sono puntini
luminosi che si accendono e si spengono a piacimento di
qualcuno, anche se questo qualcuno si chiama luna: “Cosa ne
sai tu di luce, tu che conosci solo quella riflessa!”, disse, con
voce alterata, una certa  EBLM J0555-57Ab, “E’ vero ciò che dici
ma io so riflettere molto bene!” rispose la nostra signora che,
sappiamo, possiede un carattere a dir poco ardimentoso. Sirio,
che è una specie di metronotte del cielo, dopo aver assistito in
silenzio al curioso battibecco, volse uno sguardo interlocutorio
ad Earendel, la stella più vecchia dell’universo e quando da
questa ricevette un perentorio “Procedete! La piccola desidera
farsi notare, procedete pure”, prese a braccetto Antares, la più
bella stella, e attraverso segnali conosciuti e intuitivi, come un
direttore d’orchestra diede inizio alla sinfonia. Fu così che sulla
Baia s’accese una notte meravigliosa, mai vista prima d’allora.
Carlo guardò il mare colorato dalla luce lunare, che, anche se
riflessa, riuscì ad entrare nel suo cuore e rimanervi per un po’,
nelle vesti della speranza che chiedeva un nuovo
appuntamento.

Antonio Cuomo