Belmonte: gli ebrei portoghesi nascosti per 500 anni
Belmonte: gli ebrei portoghesi nascosti per 500 anni. Un paesino di 7000 abitanti nell’entroterra portoghese, al confine con la Spagna verso nord-ovest nella Beira baixa, a cavallo tra colline e montagne a poco più di 540 m. d’altitudine: Belmonte, apparentemente un borgo lusitano come tanti è invece la capitale dei paradossi storici, geografici e religiosi. Sono rimasto sorpreso dalla presenza di agrumi a queste altitudini e così lontano dalla costa. Ancora più sorpreso che questo luogo abbia dato i natali a Pedro Alvares Cabral, uno dei grandi navigatori della storia dell’umanità, lo scopritore del Brasile; e questo dettaglio ci fa capire della doppia bandiera che sventola sul castello del borgo, sia quella portoghese che quella brasiliana. Ma il paradosso più spettacolare è l’incredibile storia della comunità ebraica locale che imperterrita per circa 500 anni è riuscita a mantenere segretamente il culto domestico del cripto-giudaismo così’ da potersi riorganizzare come comunità ebraica a tutti gli effetti negli ultimi due decenni del XX secolo. Probabilmente i primi ebrei si stabilirono a metà del XIII secolo a Belmonte e nelle zone limitrofe (Guarda, Covilhà, Castelobranco, Troncoso), forse di provenienza nord-africana e si insediarono come abili mercanti di tessuti, conciatori, tagliatori di pelle, sarti, calzolai, piccoli commercianti ed artigiani in genere, ma anche studiosi, orafi, medici e rabbini. Con l’espulsione degli ebrei dalla vicina Spagna nel 1492 e la susseguente introduzione dell’orribile e criminale inquisizione nel vicino Portogallo, le locali comunità sefardite furono poste di fronte ad una scelta: il rogo o la conversione forzata. La maggior parte di Essi ovviamente scelse la vita con delle forzate conversioni al cattolicesimo. Ma queste conversioni furono solo di facciata; caparbiamente gli ebrei di Belmonte continuarono il proprio culto segretamente nelle proprie case, accendendo le candele allo Shabbat, digiunando durante lo Yom-Kippur, celebrando celatamente la Chanukkah. Così per circa 25 forse 30 generazioni il culto cripto-giudaico continuò per circa cinque secoli. Riuscirono a fingere le loro conversioni frequentando le chiese cattoliche di Domenica, costretti ad accendere il fuoco nei camini durante lo shabbat, farsi seppellire sotto il simbolo della croce, sposarsi con il rito cattolico nelle chiese. Nei matrimoni, però, si rivelarono diligentemente endogami e quindi sposandosi tra correligionari ( segretamente tali) il culto segreto, la tradizione religiosa, antropologica e culturale fu salvata di madre in figlia e di padre in figlio. Con l’avvento della Repubblica in Portogallo, nelle grandi città quali Lisbona e Porto, a cavallo tra XIX e XX secolo si costituirono nuove piccole comunità ebraiche in quelle città con costruzioni di sinagoghe. Ma con l’avvento della dittatura di Salazar nel 1938 l’ufficiale dell’esercito portoghese Artur Barros Basto, cripto-giudeo ufficialmente ritornato all’ebraismo tout-court e costitutore massimo della nuova comunità ebraica di Porto fu vilmente accusato ed ingiustamente condannato per pedofilia e si ebbe così un nuovo stop al ritorno ufficiale all’ebraismo in terra lusitana. Nel caso invece di Belmonte, in una realtà piccola, periferica e di scarsa visibilità, accade che nel 1917 arrivò un ebreo-polacco l’ingegnere Samuel Schwarz (talvolta traslitterato in polacco come Szwarc), Direttore delle vicine miniere di Wolframio. Schwartz rimase incuriosito da alcuni piccoli dettagli degli ebrei portoghesi e quando conquistò la fiducia di un piccolo gruppo di ebrei belmontesi dichiarò a quelle persone di esser anch’egli ebreo. Non fu creduto in un primo momento, ma al momento della preghiera gli ebrei belmontesi furono colpiti dall’utilizzo della parola “Adonai” che in ebraico significa “Dio” da parte di Schwartz. L’ingegnere polacco entrò quindi in confidenza con vari membri di famiglie ebraiche e comunicò ai cripto-giudei belmontesi l’esistenza di altre comunità ebraiche nel mondo sconosciute sino a quel momento a tutti i taciti membri di quella comunità. Solo dopo la caduta del regime fascista salazariano alcune famiglie cripto-giudaiche belmontesi iniziarono a dichiararsi ufficialmente ebree. Sin quando negli anni ’80 si pensò bene di organizzarsi meglio con la costituzione di una comunità vera e propria sino a costruire una nuova sinagoga nel 1995 e ad ottenere il riconoscimento ufficiale quale comunità dallo stato portoghese, che in seguito a tale riconoscimento nel 2012 riabilitò ufficialmente in parlamento anche la figura di Barros Basto, il “Dreyfuss portoghese”. Inizialmente la nuova comunità belmontese era costituita da circa 200 membri, oggi rimangono a Belmonte un’ottantina di ebrei praticanti. La sinagoga è attiva tutti i giorni per le attività religiose, sociali e culturali. Il presidente della comunità Pedro Diogo è molto prolifico nella sua attività, ed il nuovo rabbino di origine marocchina Eliyahu Chefer si prodiga nella sinagoga “Bet Eliahu” per lo svolgimento di rituali e preghiere. Solo una trentina di membri sono emigrati verso Israele; gli ebrei portoghesi si sentono ancorati anche culturalmente alle loro radici locali, tanto che qualche anno fa hanno anche organizzato la “Radio Judaica Portuguesa” condotta da Josef Antonio con trasmissioni in portoghese, ebraico ed inglese. Nel 2005 è stato istituito uno stupendo Museo Ebraico, molto didattico ed esplicativo, primo nel suo genere in Portogallo ed è oggi uno dei sei siti museali da visitare a Belmonte. Nel 2016 Edipio Diogo Henriques, uno dei primi cripto-giudei a rivelarsi ha costruito l’Hotel Monte Sinai, che oggi felicemente gestisce (e seppure siamo in bassa stagione ci sono svariati turisti brasiliani, israeliani, portoghesi e di altre nazionalità nella sua struttura).Alcuni viticoltori locali hanno ben pensato di produrre un vino Kosher chiamato “Adega de Covilha – Terras de Belmonte”. Voci di corridoio tra i membri della comunità mi informano che a breve sarà possibile ottenere anche un olio di oliva kosher, Belmonte era ed è rinomata per il suo olio di oliva e tra i suoi 6 musei vale la pena visitare il piccolo e simpatico “Museo do aceite” (museo dell’olio d’oliva). A circa un kilometro a valle del paesino qualche decennio fa è stato anche istituito un cimitero ebraico, attiguo a quello cattolico e municipale. Stupisce anche la placca commemorativa all’ingresso del cimitero ebraico dell’Associazione dei reduci delle guerre coloniali portoghesi che ringraziano la partecipazione di alcuni cripto-giudei belmontesi in Africa. Camminando per la dolce erta verso il Castello sono stato colpito da un piccolo negozio di ceramiche e riggiole maiolicate con la scritta “Claudio Bassani” (tipico cognome ebraico italiano). Claudio Bassani, ebreo mantovano ex orafo a Valenza Po dopo un peregrinare tra Italia, Brasile, Israele e Portogallo ha deciso nel 2015 di stabilirsi a Belmonte e si è trasformato in un eccellente ceramista produttore di ceramiche anche a tematica religiosa. Claudio mi ha confidato di aver trovato la sua serenità in questo borgo portoghese in continuazione con la sua identità spirituale e culturale. La presenza storica ebraica a Belmonte ha anche un po’ agito sul linguaggio, infatti gli ebrei utilizzavano una sorta di calào (slang); alcune parole sono entrate nel gergo popolare di tutti i belmontesi; Dio viene anche chiamato “Adonai” così come la sinagoga viene chiamata “esnoga”. Nell’antica “juidaria”, ovvero Giudecca molte case sono state arricchite con pannelli esplicativi sui personaggi che abitavano in quelle case come il medico Abraham Sabà, Dom Yahya “o negro”, eroe dell’indipendenza portoghese del XII secolo, la mistica Luìsa Antonia, la filantropa Gracia Mendes “a senhora”. che nel XVI secolo salvò molti ebrei dalle grinfie pelose dell’Inquisizione. Belmonte val bene una visita per i suoi incredibili e straordinari paradossi. Il monumento a Cabral incorniciato dalle bandiere portoghese e brasiliane dà un effetto speciale soprattutto di notte. Il museo delle nuove scoperte dedicato alle scoperte di Cabral è stato realizzato con tecniche moderne e lo trovo estremamente didattico, soprattutto per gli studenti, Ma Belmonte colpisce soprattutto per questa straordinaria storia di ebrei nascosti per 500 anni nelle loro tipiche abitazioni e fa capire un dettaglio importantissimo al turista; le minoranze etniche, linguistiche e religiose rappresentano un enorme valore aggiunto al territorio, e la loro tutela è un dovere morale per l’intera comunità di Belmonte.


