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Funerali della giornalista di Shireen Abu Akleh, cariche della polizia a Gerusalemme

Funerali della giornalista di Shireen Abu Akleh, cariche della polizia a Gerusalemme. La carica dei soldati israeliani contro la bara di Shireen Abu Akleh, giornalista palestinese uccisa l’11 maggio scorso, ha il sapore della negazione dell’identità dopo la morte. Pare questo il destino dei palestinesi, relegati all’angolo nel mondo arabo in tumulto, dove una bandiera appoggiata su di una bara è diventata il nemico da uccidere. Un po’ come se oltre il corpo si volesse cancellare un senso di appartenenza: senza origini siamo il nulla.

E’ questo il grande rischio dei palestinesi: sparire dalla storia, risucchiati nel buco nero delle cause perse, mentre hanno ancora le chiavi di case che non vedranno mai più.

Ad essere grave poi è che Abu Akleh, volto notissimo di Al Jazeera, non avrà mai giustizia in Israele, dove continua a vigere l’impunità per tutti quei crimini, capricci e umiliazioni quotidiane che i palestinesi vivono. Questa assenza di giustizia continua ad alimentare nuovi e vecchi rancori che prendono poi le sembianze dei giovani da ambo le parti. Infatti proprio loro, i giovani, erano quelli che tenevano la bara con il corpo di una donna. Ed erano sempre giovani quei soldati convinti di essere nel giusto, mentre palesemente sbagliavano.

Senza equiparare, oltre a una sensazione di ingiustizia perenne che lascia i palestinesi nel limbo dell’indifferenza c’è quella della sindrome di accerchiamento degli israeliani che sono incapaci di trovare una via di uscita per fuggire ai loro mali. E, infine, ci siamo noi spettatori sempre divisi in tifoserie, incapaci di argomentare ma solo di azzuffarci in sterili dibattiti. Perché la Palestina è diventata vittima anche delle nostre ideologie che non ammettono l’autocritica.

Qui, invece, siamo di fronte a una sfida epocale che è irrisolta da oltre sessant’anni. I palestinesi hanno o no diritto a esistere, ad avere una loro identità? E la risposta non può tardare ad arrivare perché siamo ostaggi di un senso di colpa, giusto, ma che nulla ha a che fare con quello che accade oggi.

Non possiamo quindi solidarizzare con il governo israeliano, accettando qualsiasi azione esso compia, in nome di una simpatia storica che ha la sua origine nella tragedia della Shoah che è ben altro e non c’entra con le azioni compiute oggi. C’è bisogno di giustizia. Chi ha assassinato la giornalista Abu Akleh deve essere consegnato alla giustizia. C’è bisogno che chi, fra quei soldati israeliani ha quasi fatto cadere a terra la bara contenente il corpo di una donna vittima dell’odio, chieda scusa.

Fonte Il Fatto Quotidiano

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