Quantcast

Capri, un mosaico unico che rischia la banalizzazione

Capri, un mosaico unico che rischia la banalizzazione. Riportiamo di seguito l’articolo di Carlo Knight, pubblicato sull’edizione odierna del Corriere della Sera, come prefazione al libro di Ernesto Mazzetti Capri, un mosaico. Memorie isolane di protagonisti e comprimari”. 

Sapevo, perché Ernesto me l’aveva raccontato, che il pittore e poeta Teodoro Witting, uno dei principali esponenti della «Scuola di Posillipo», era il suo trisnonno. Nato a Francoforte sul Meno, Witting era arrivato a Napoli ai primi dell’Ottocento. E mi diverte pensare che nello stesso periodo di trasferiva a Napoli dall’Inghilterra il mio trisavolo Henry Knight, il quale amava l’arte. Mi sono spesso chiesto se i due si siano mai incontrati. Adesso, quando Ernesto mi ha chiesto di scrivere la prefazione di questo libro, ho pensato ai Biglietti da visita di Norman Douglas. A prima vista la somiglianza sembra evidente. In quell’opera lo scrittore britannico immagina d’aver rinvenuto, dopo molti anni, un antico bruciaprofumi giapponese del quale aveva dimenticato l’esistenza. E d’aver scoperto, in quel vecchio vaso di bronzo, una piccola montagna di biglietti da visita delle persone che aveva conosciuto, Douglas sfrutta l’occasione per raccontare una serie di aneddoti. Alcuni dei quali risultano spiritosi, mentre in altri non manca qualche malignità. Adesso però mi sono accorto d’essermi sbagliato. Un mosaico caprese è completamente diverso dai Biglietti da visita. Nel suo libro Mazzetti crea un nostalgico mosaico raffigurante la Capri d’altri tempi, e inventa un nuovo genere artistico-letterario. I sessantacinque personaggi, che hanno incrociato la sua vita caprese, sono scomparsi. Ma gli altrettanti veloci tratti biografici schizzati nel libro sono un piccolo capolavoro. E diventano delle tessere musive. Ma non è tutto. La medesima composizione, osservata da un altro punto di vista, può assumere un diverso significato. Quel mosaico di pietruzze colorate può rivelare anche involontariamente i gusti e le passioni dell’autore. Trasformandosi allora in un autoritratto.

Mazzetti, oltre ad essere un bravo giornalista, è pure uno scienziato, eminente nelle discipline geografiche. Forse mi sbaglio, ma credo che non debba essere stato facile, per una persona concreta come lui, navigare in un oceano di sentimenti accompagnati dalla malinconia. Dev’essere stato triste rievocare persone che ha amato e amici ai quali si sente ancora affezionato. L’anima fredda dello scienziato riappare invece nel capitolo intitolato «Mezzo secolo di mutamenti», dove Capri viene psicanalizzata e messa a nudo con preciso rigore. In poche righe, Mazzetti descrive magistralmente le trasformazioni del territorio, l’evoluzione della popolazione e la crescita dell’economia. Credo di poter capire cos’è passato nella sua mente. Frequento Capri da tempi più lontani dei suoi. E ricordo quando da Napoli si raggiungeva l’isola con il «vaporetto della passeggiata», o con la «barca a motore» che faceva sosta a Castellammare, e dove si viaggiava seduti sui cordami e le balle di mercanzia. Come lui, soffro assistendo alla progressiva e inarrestabile banalizzazione d’un luogo che consideravo magico. E che, malgrado tutto, continuo ad amare. Capri è molto diversa dall’isola incantata unica al mondo che ammaliava i miei genitori. La perdita dell’unicità è il fenomeno più grave. Ma non so quanti se ne rendono conto. Posso dire, avendo navigato in tutti i mari del mondo come ufficiale di marina, che esistono altre splendide isole, molto spesso incontaminate. Anche più belle di Capri, ma che non emanano lo stesso fascino. Sembra incredibile, ma Capri è diventata famosa dopo la pubblicazione di due opere che non sono dei capolavori letterari. Il libretto di Kopisch sulla Scoperta della Grotta Azzurra, e la Storia di San Michele di Munthe. Questo dimostra che anche la cultura gioca un ruolo importante. Mi domano quali sarebbero le reazioni degli odierni clienti dei caffè della «piazzetta», se qualcuno rivolgesse loro qualche domanda. Come, ad esempio: «Lo sa che il mito delle Sirene è nato a Capri?». Oppure: «Ha mai sentito parlare della leggenda di Telon, il mitico re dei Teleboi (antichi abitanti dell’Acarnania e delle isole Ionie della Grecia) che sposa la ninfa Sebethis e regna a Capri prima della guerra di Troia?».

Capri continua a puntare sulla moda, anche se questo implica una perdita del suo carattere. Sarebbe interessante scoprire quante storiche botteghe sono diventate delle boutiques. E la tendenza è proseguita anche dopo che la famosa «moda caprese» è stata spazzata via dalla forza delle marche internazionali. Quasi cent’anni or sono Norman Douglas aveva capito queste cose. Egli cercò di spiegare ai capresi che la loro vera ricchezza era la presenza d’una forte identità, capace di rendere la loro isola diversa da tutte le altre. E impedire la banalizzazione. Per salvare quel tesoro, lo scrittore auspicava la nascita d’un museo «destinato ad ospitare vasi, calchi d’iscrizioni e d’intagli, bassorilievi, busti trovati nell’isola», e sparsi in varie collezioni. Ai quali si sarebbero potuti aggiungere i calchi e le riproduzioni dei reperti capresi conservati in vari musei italiani e stranieri. Il luogo da lui suggerito era la Certosa, dov’era già possibile ammirare la statua del Narciso da Damecuta, la base dedicata a Cerere, ed il Peplophoros da Palazzo a mare. Ma la voce dello scrittore non fu ascoltata.

Ancora una volta la furbizia e gli interessi personali prevalsero sull’intelligenza.

Capri, un mosaico unico che rischia la banalizzazione

Commenti

Translate »