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Andreas Clemmensen e la casa di Amalfi.

Il Sud Italia: schizzi e appunti di viaggio. L’interpretazione dell’immagine, la ricerca di una identità 

 Hus ved Amalfi. Andreas Clemmensen e la scoperta dell’architettura vernacolare campana

Gemma Belli Università di Napoli Federico II –  Napoli –  Italia

Andreas Clemmensen e la casa di Amalfi

Particolarmente significativo del fascino esercitato dall’architettura vernacolare della costieraamalfitana è il caso dell’architetto nativo di Læk, Andreas Lauritz Clemmensen (1852-1928),esponente del romanticismo danese9. Formatosi alla scuola di disegno di Christian Vilhelm Nielsen, e poi nel periodo 1867-75 alla Det Kongelige Danske Kunstakademis, dove si laurea in Architettura, Clemmensen compie numerosi viaggi al sud, toccando Inghilterra, Olanda eFrancia, e visitando l’Italia ben cinque volte: nel 1880-82, nel 1901, quindi nel 1906-07, poinel 1921 e infine nel 1923. Alcune tappe del suo primo tour  coincidono con quelle effettuate dal più noto Martin Nyrop, che nel suo itinerario si unisce a temporanei compagni di viaggio come Knud Larsen (1854-1939), Arnold Krog (1856-1931), Solomon Sørensen (1856-1937) e Martin Borch (1852-1937); nel soggiorno del 1906-07 a Pistoia Clemmensen è, invece, assieme al figlio Mogens Becker (1885-1943), anch’egli architetto. Per il progettista della Immanuel Church di Copenaghen, il viaggio in Italia è inteso come una costante fonte di ispirazione, l’occasione per vedere e apprezzare la «buona architettura»10,connotata da semplicità e funzionalità come negli esempi offerti dalla certosa dell’Ema, dei palazzi di Roma, o della piazza dei Cavalieri di Pisa11. I soggiorni italiani influenzano in maniera decisa la sua personale espressione architettonica, matura a partire dal principio degli anni Novanta dell’Ottocento, e improntata ai caratteri di purezza formale e omogeneità, nonché a un accentuato senso della misura e dell’unità, combinati a elementi classicheggianti. Ad esempio, nella lottizzazione di Horneby Sand (1893-1906) a Hornbæk, cittadina balneare lungo la costa settentrionale della Danimarca, Clemmensen progetta una serie di abitazioni per le vacanze (Kystvej 14, 16 e 18) in muratura, rifinite con intonaco bianco a grana ruvida, che configurano un aperto tentativo di tradurre la casa rurale italiana nel contesto danese, rispondendo al contempo alle esigenze di una classe borghese, lasciata libera, in questo caso,di optare per modelli nordici, o per suggestioni formali dell’Italia meridionale12. E anche in villa Færchs a Holstebro le candide superfici intonacate, il loggiato, la terrazza, o il volume sporgente con la volta estradossata in sommità, sono memori di architetture viste in Italia. Ma soprattutto durante i primi soggiorni nella penisola Clemmensen resta profondamente affascinato dall’edilizia spontanea della costiera amalfitana, il cui valore esemplare sarà oggetto di un entusiastico articolo pubblicato alcuni anni dopo.

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Analogamente a quanto aveva fatto l’austriaco Josef Hoffmann con l’architettura caprese13,Clemmensen affida la sua appassionata ricostruzione illustrata a una delle più prestigiose riviste di settore: «Arkitekten», organo della Federazione degli architetti danesi, edita a Copenaghen a partire dal 1899 da Arkitektens Forlag14. Rende, così, un’esperienza personale patrimonio condiviso grazie a un’ampia diffusione a stampa, come faranno alcuni anni dopo Hilding ed Eva Kuhlefelt Ekelund con il noto articolo pubblicato su  «Arkkitehti», e intitolato  Italia la bella. Rapsodia di un viaggio15.Il contributo di Clemmens è breve: una pagina di scritto e altre due di disegni corredati da legenda –  due prospetti, una sezione e tre piante, una per ciascun livello –  frutto di rilievi dello stesso architetto. Ma al suo interno è contenuto un caloroso tributo alla casa amalfitana, indicata come piena espressione del valore estetico della funzionalità, contrapposta alla leziosità e all’artificiosità dell’architettura danese di allora Con tono lirico l’architetto danese descrive la costa di Amalfi, che ammira dalla terrazza dell’Hotel Luna, apprezzando la spontaneità delle architetture aggrappate alla roccia, i relativi caratteri di essenzialità e purezza volumetrica, i contrasti chiaroscurali, l’uso del bianco, la disposizione apparentemente arbitraria ma resa “pittoresca” dalla perfetta fusione tra elementi naturali, percorsi, terrazzamenti e materiali da costruzione. La piccola abitazione, posta appena fuori dell’abitato, al di sotto del livello stradale, sul fianco della montagna, è elogiata per la perfetta integrazione con il paesaggio, nel suo rapporto con una vegetazione fatta di olivi, cactus e vigneti (puntualmente indicata nei disegni), e nel suo dialogo con la piatta superficie blu del Mediterraneo. La «vivacità plastica di un oggetto di argilla uscito dalle mani di un artigiano» 16 è forse il carattere che induce Clemmensen ad assimilare in prima istanza l’edificio a un “monumento”. Solo successivamente lo riconosce come tipo edilizio di origini medievali, molto frequente lungo quella costa. Una tipologia in cui, per reperire nuove superfici abitative, a una cellula originaria erano state aggregate nel tempo ulteriori unità, in maniera niente affatto casuale, secondo un’organizzazione spaziale a grappolo, e una disposizione lungo terrazzamenti digradanti. E la cui tecnica costruttiva consisteva in murature in di pietra calcarea con malta di calce e coperture con volte estradossate, capaci di opporre al vento e alle acque meteoriche una migliore superficie di scorrimento e deflusso. Clemmensen descrive, poi, nel dettaglio i vari ambienti, insistendo sulle coperture voltate, sulle terrazze, e sottolineando la «magnifica vista sul mare» della finestra a sud della stanza coperta a botte. Rimarca la natura di rifugio dell’abitazione, esalta la vocazione funzionale dei suoi elementi  – il canale di gronda in muratura, solo all’apparenza una cornice decorativa, viene raccontato con delicato compiacimento – , evidenzia il carattere di continuità esistente tra le varie parti architettoniche: il fluire dei gradini in pietra nella terrazza, quindi nel giardino e ancora nelle sporgenze sul ripido pendio verso il mare. Conclude con il figurarsi l’abitazione, a suo tempo occupata da un nucleo della classe operaia affittuaria del Comune, quando era abitata da una famiglia contadina che vi conduceva una «vita beata tra la sua vigna il suo uliveto e i suoi animali domestici» 17.Se è riconosciuta l’influenza della casa di Amalfi sulla concezione architettonica di Clemmensen, così come la diffusione di questo suo scritto in patria18, confermando quanto la cultura nordica partecipi vivamente alla scoperta dell’edilizia minore vernacolare come pura architettura delle origini, è difficile valutare la ricezione dell’articolo presso gli architetti italiani contemporanei o quelli della generazione successiva. Ma è indubbio che il piccolo edificio continui a esercitare il suo fascino. Nel 1923 Camillo Jona (1886-1974), architetto triestino già autore di uno studio sull’architettura rurale in Valle d’Aosta, raffigura questa casa in una fortunata pubblicazione dedicata all’architettura rusticana lungo la costa amalfitana, corredata da numerosi disegni di architetture vernacolari, giudicati tra le più significative del Mezzogiorno, esemplari della «genialità e [del] buon gusto proprii di quella popolazione» 19; la didascalia al disegno, che colloca l’edificio  a Conca, vista la sua ubicazione lungo la strada verso il paese, insiste sul carattere antico della costruzione.

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Nel 1936, poi, Giuseppe Pagano ne pubblica due fotografie nel celebre volume Architettura rurale italiana , curato con Guarniero Daniel raccogliendo gli esiti della mostra “L’architettura rurale nel Bacino del Mediterraneo”, allestita alla VI Triennale, ricognizione puntuale e sistematica dell’architettura minore e delle costruzioni rurali di tutta Italia attraverso lo strumento fotografico: la casa è indicata come forma evoluta di «botte incrociata fortemente ribassata» 20.Sessant’anni dopo Bruno Zevi riprodurrà la stessa immagine sulla copertina di un libriccino dedicato ai “Dialetti architettonici”, quale apprezzabile esempio di architettura scevra da «ogni preoccupazione dogmatica»: «una cosa vivente», in cui il valore estetico è dato dalla funzionalità 21. Commentando lo studio di Pagano e Daniel –  «ampio, stupefacente panoramadi edilizia rurale»22 – , e interrogandosi sulla possibilità di eleggere a «espressioni autentiche d’arte alcune delle architetture raffigurate, lo storico romano chiosa: «stupefacente per organicità, involucro quasi plastico di arcani spazi, una casa con volta a botte incrociata sulla costa di Amalfi. Questa che abbiamo riprodotto in copertina, c’è da scommetterci, è un atto di poesia»23. E più avanti continua: «torniamo alle peregrinazioni di Pagano e, specificatamente, alla casa con volta a botte incrociata sulla costa di Amalfi che abbiamo scrutinato come la gemma della sua raccolta. Merita attenzione perché narra contenuti e funzioni con assoluta franchezza, è gremita di asimmetrie e dissonanze, rifugge da ogni impianto prospettico, scompone il volume per rivestire differenziati ambiti interni, celebra le tecniche costruttive artigianali, fluidifica gli spazi e, di conseguenza, esalta il continuum in quanto postula un’immagine non -finita, quasi in sospeso o in fieri; impersona così le invarianti del linguaggio moderno, e le arricchisce eliminando linee orizzontali e angoli retti, smussando gli spigoli, inarcando le pareti affinché recepiscano l’intera gamma delle ombre e delle luci colorate. Un capolavoro vernacolare, degno di essere avvicinato alla cupola di Brunelleschi o all’abside michelangiolesca di San Pietro. In termini musicali, si potrebbe dire che alla dodecafonia schönberghiana aggiunge le dimensioni dei rumori, del caso e del silenzio»24

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Conclusioni. Se già agli inizi dell’Ottocento, durante il suo primo viaggio in Italia, Karl Friedrich Schinkel aveva prestato attenzione ai caratteri dell’architettura della casa meridionale e mediterranea, così anche gli architetti nordici si spingono in Campania e lungo le sue coste alla scoperta delle meraviglie del paesaggio e delle costruzioni spontanee. In essi la ricerca dei princìpi eterni dell’architettura pone gradualmente in secondo piano il mito dell’antichità classica, in virtù di una più ampia considerazione del clima, deimateriali, della luce e dei colori del paesaggio mediterraneo e rurale, ammirato e idealizzato anche nella semplicità delle forme di vita dei suoi abitanti, nell’equilibrio tra architettura e natura, tra costruzione, luce, spazio e atmosfera: «non è dunque da stupirsi se dalla casa rurale mediterranea, ed in particolar modo da quella italiana, molti dei più intelligenti architetti del nord, abbiano tratto motivo per nuovi orientamenti, abbiano riscoperto la commozione del Costruttore poeta sostituendola al mestiere dello scenografo convenzionale. […] l’influenza del paesaggio circostante e soprattutto la spregiudicata coerenza funzionale e tecnica sono evidentemente leggibili in queste opere di architettura rurale»25

8  In merito cfr. in particolare F. Mangone,Viaggi a sud , cit. e Id., Il paesaggio come memoria di viaggio, cit. 9 Dati sui soggiorni dei viaggiatori danesi in Italia sono consultabili ai seguenti link:http://www.acdan.it/danmark_italia/scand_data/siitb.htm; http://www.acdan.it/danmark_italia/scand_data/siitc-e.htm; http://www.acdan.it/danmark_italia/scand_data/siitf-g.htm; http://www.acdan.it/danmark_italia/scand_data/siitn-p.htm; http://www.acdan.it/danmark_italia/scand_data/siitq-r.htm; http://www.acdan.it/danmark_italia/scand_data/siitu-z.htm

10  A. Clemmensen,  Hus ved Amalfi, «Arkitekten», VIII, 1905-06, pp. 535-537, qui p. 535.

11  Ibidem.

12 N. Dahlkild, Fra Sommervilla til Feriehytte. Om århundredskiftets og mellemkrigstidens fritidsbebyggelser  ,«Dansk Byplanlaboratorium. Byplanhistoriske Noter», 23, 1991, pp. 12-13.

13 J. Hoffmann, Architektonisches von der Insel Capri , «Der Architekt», III, 1897, p. 3.

14 A. Clemmensen, Hus ved Amalfi, cit.

15  H. Ekelund, Italia la bella. Matkarapsodia , «Arkkitehti», 2, 1923, pp. 17-28.

16 R. Pane,  Architettura rurale campana , Rinascimento del libro, Firenze 1936, p. 7.

17  A. Clemmensen, Hus ved Amalfi, cit., p. 535.

18  N. Dahlkild, Fra Sommervilla til Feriehytte , cit.

19 C. Jona, L’architettura rusticana nella costiera d’Amalfi , C. Crudo & C., Torino 1923,

20  G. Pagano, G. Daniel, Architettura rurale italiana, Hoepli, Milano 1936, p. 43.

21 B. Zevi, Controstoria dell’architettura in Italia. Dialetti architettonici , Newton, Roma 1996, p. 15.

22 Ivi, p. 14.

23   Ivi, p. 15

24 Ivi, p. 33.

25 G. Pagano, G. Daniel, Architettura rurale italiana, cit., p. 76.

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