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Piano di Sorrento, l’omelia pasquale di Mons. Arturo Aiello nella Basilica di San Michele Arcangelo: “Non m’hai tradito Signore” segui la diretta

Piano di Sorrento. Ieri sera nella Basilica di San Michele Arcangelo, a presiedere i Vespri Solenni di Pasqua, il vescovo di Avellino Mons. Arturo Aiello che per tantissimi anni ha ricoperto il ruolo di parroco proprio a San Michele e che continua ad essere legato da un affetto profondo alla sua ex parrocchia dove non fa mancare la sua presenza soprattutto nelle occasioni importanti. Bellissima la sua omelia nella sera di Pasqua che riportiamo integralmente: «Approdiamo a questa celebrazione del vespro con i sentimenti che abbiamo dopo una giornata di sole scottante, col bisogno d’essere posti un po’ al riparo magari con un doposole per le scottature che la luce abbagliante ha provocato negli occhi, sul corpo, sul cuore. Che sia abbagliante la luce di Pasqua lo dice l’inno delle Lodi: “Sfolgora il sole di Pasqua, risuona il cielo di canti, esulta di gioia la terra”. Per noi questo raccoglierci a luci soffuse davanti a Gesù Eucaristia ha questo effetto di raccoglimento e di ombra dopo il sole battente. Perché trovare rifugio nel silenzio del vespro? Perché abbiamo bisogno di ripensarla la grazia, di rigustarla, di rendercene consapevoli, che è sempre l’esercizio più difficile. “Non m’hai tradito Signore, d’ogni dolore son fatto primo nato”. Questo è Quasimodo in un testo che porta come titolo “Amen per la Domenica in Albis”. Dunque un testo pasquale, nato comunque dentro la sensibilità liturgica della Pasqua. Il poeta esordisce con un grido che credo dobbiamo sentire e avere anche noi: “Non m’hai tradito Signore”. Può essere anche l’espressione ultima di una vita o l’ultima espressione di un’intera esistenza. Perché questa scoperta gioiosa che lui ha mantenuto la promessa con noi, con la storia? Perché le prove contrarie sono tante. Le controprove della Resurrezione, della Pasqua, della Redenzione, sono così forti, così possenti, così imponenti, che rischiamo di farcene convincere rispetto al testo biblico liturgico che annuncia la vittoria sulla morte. Solo come ultima abbiamo la guerra che ci sovrasta e ci angoscia.
Ma immagino che questa possa essere stata anche la coscienza dei discepoli e di quelli che avevano seguito Gesù per le vie della Galilea e della Giudea. Queste ore sono quelle dei discepoli di Emmaus che girano le spalle alla città e non solo. All’avventura che li ha portati a Gerusalemme dietro il vento di un Messia che prometteva un Regno e adesso se ne tornano sconsolati: “Noi speravamo che fosse stato lui a liberare Israele”. E ognuno di noi a volte è tentato di dubitare. Il dubbio fa parte della fede, per tante cose che non vediamo conseguenti, per tanti eventi dolorosi che segnano le nostre vite. E dunque ci accomuniamo con lo stupore. Gli apostoli hanno avuto molta difficoltà a convincersi della Resurrezione perché anche per loro le prove contro erano tante, perché la morte fa sentire il suo peso, chiude e sigilla le lapidi. “Non m’hai tradito Signore”, e questo dobbiamo dirlo per noi a fronte di tanti nostri tradimenti. Potrebbe dirlo Giuda, potrebbe dirlo Pietro, potrebbe dirlo ciascun discepolo che sia scappato davanti al baluginare delle spade, delle corazze e delle luci nella notte del giardino. Noi lo abbiamo tradito, lui no.
“Non m’hai tradito Signore”, lo diciamo stasera ovviamente sempre nella fede che è sempre sopra le righe rispetto alla realtà. La gioia del sapere che Gesù ha perforato la morte, ha perforato la pietra, ha perforato il dolore aprendo squarci laddove non ci restava che piangere. “Non m’hai tradito Signore”, facciamo nostra l’espressione del poeta che poi aggiunge: “D’ogni dolore son fatto primo nato”. Espressione un po’ misteriosa. Ricompare il dolore che non è scomparso, che riappare e riapparirà nelle nostre vite: “D’ogni dolore son fatto primo nato”. Ciò che sembrava un fallimento è diventato una vittoria, ciò che sembrava una chiusura si schiude, una tenebra apre un giorno senza tramonto. Sono questi i paradossi della Pasqua. Dove c’era un vuoto c’è una pienezza, dove c’era un morto c’è un vivo.
E allora anche il poeta, e noi con lui questa sera, davanti a Gesù riassumiamo il nostro dolore con una prospettiva diversa, con uno sguardo diverso che ce lo fa raccogliere come una esperienza di apertura e non di chiusura. “D’ogni dolore son fatto primo nato”, il riferimento è certamente alla nascita che avviene nel dolore. La tomba si apre come le gambe di una donna all’atto dell’amore, all’atto del parto. Nel dolore. Si apre così anche il costato di Cristo e si apre anche la tomba spalancata perché il dolore non è più il dolore assurdo ma viene letto e percepito come un dolore di vita e non un dolore di morte. Le cose sono identiche nella loro fattualità, nella loro oggettività, ma agli antipodi per le due possibili interpretazioni. E cioè un dolore che è l’ultima parola, oppure un dolore che scardina una porta – come quella del Cenacolo – in vista di una vita che deve uscire.
“D’ogni dolore son fatto primo nato”. Innanzitutto di ogni dolore son fatto, come se questa costruzione di noi attraverso l’opera dello scultore divino avvenisse sempre attraverso colpi, attraverso mancanze, persone che vanno via.  Quando una persona parte ci sentiamo sempre un po’ abbandonati e questo “Non m’hai tradito Signore” è il superamento del dolore da abbandono che accompagna tutte le nostre vite e tanti giorni della nostra vita. Basta un saluto, una sera, una partenza, un arrivederci, un addio, per riportarci a questo dolore infantile di essere stati abbandonati. “Non m’hai tradito Signor”. E adesso comprendo che la muratura, che il cemento armato della struttura della mia vita è per lo più composto da dolore. “D’ogni dolore son fatto primo nato”, perché primo nato? Il primo nato è il primogenito, una nascita che viene sempre salutata con gioia. Ogni nascita dovrebbe esserlo, ma la nascita del primogenito è comunque sempre accompagnata da particolare attesa, affetto, occhi luccicanti. E il poeta si sente in questa esperienza pasquale dove scopre di non essere stato tradito, che Gesù ha mantenuto la sua promessa, si scopre primogenito di una umanità dolorante. “D’ogni dolore son fatto primo nato”, come se ogni nato fosse primo nato, neonato, perché è nuovo, perché primo, perché il dolore non viene mai ripetuto ma è sempre inedito.
Ho voluto consegnarvi questi tre versi di cui è composta tutta la poesia di Quasimodo in questa sera di Pasqua in cui speriamo di scoprire anche noi di non essere stati traditi da lui. Tante persone ci tradiscono nella vita e mai ci alleniamo ai tradimenti, agli abbandoni. A volte temiamo che possa abbandonarci anche Gesù: “Da chi andremo Signore, tu solo hai parole di vita eterna e se ci abbandoni tu siamo veramente in caduta libera”. Ma tu ci sei, “Non m’hai tradito Signore”.
Questa sera in cui i preti sono stanchissimi – e forse non solo loro ma anche quelli che hanno ripreso l’andare delle processioni – giungono a questa sera un po’ spossati, come se fosse una fatica la Pasqua, come una fatica il parto, come una fatica la vita. Su questa fatica stasera scende il balsamo, l’abbraccio e il bacio, la certezza di compagnia di Gesù che dice: “Io sono il vivente, non ti tradirò, mi troverai dietro la porta della tua morte, mi troverai in ogni tuo dolore, io non ti abbandono come tu mi abbandoni. Io non tradisco, io sono il fedele”.
Grazie Gesù perché tu non ci abbandoni e ci fai di quel dolore che noi vorremmo respingere, ci costituisci, ci impasti, ci imposti con quelle esperienze che vorremmo non vere. “Se possibile passi da me questo calice”, lo hai detto anche tu. Grazie per questa sera dove mettiamo la crema per le scottature della Pasqua. “Non m’hai tradito Signore, d’ogni dolore m’hai fatto primo nato”».

Piano di Sorrento, l’omelia pasquale di Mons. Arturo Aiello nella Basilica di San Michele Arcangelo: “Non m’hai tradito Signore”

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