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Il Taccuino di Baudelaire di Giovanni Farzati

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đź’ĄCentoparole e oltre
di Gibigiannatop
Le “carrettelle”;  costruite con tavole di legno, ruote con cuscinetti, sterzavano, con due funi legate all’asse anteriore;  destra, sinistra; in alcuni paesi, in dialetto,  venivano chiamati “Manipatti”; c’era Albatros, la Gatta, la Trebbia,  Furore, Tuono+Fulmine, Sole nero; i nomi di battaglia delle carrettelle; fu una  sfida tra rumore e scintille con un tifo da stadio; settembre del 97.

Dura poco più di 10 minuti;  per l’esattezza 10 minuti e 54 secondi il video su yotube di una storica e caratteristica manifestazione popolare che si tenne ad Agropoli 25 anni fa, 1997;  la  corsa in discesa delle carrettelle, dagli scaloni davanti all’ingresso del  centro storico;  sopra Agropoli vecchio; la partenza;  fino all’arrivo giù al porto, un percorso di  un 500 metri, a rotta di collo,  in mezzo ad uno sferragliare pauroso; infatti le carrettelle non avevano ruote gommata ma cuscinetti che a contatto con l’asfalto, producevano un rumore da impazzire.

💥Massimo Maletta: Un piccolo consiglio, se posso, a proposito di radio. Chi la ama e ama anche il cinema, da vedere assolutamente “i love radio rock”

đź’ĄRaccontini di casa nostra
scelti da A.C.Smith
Il direttore-  C’è un amico carissimo che, quando torna giù in paese, mi chiama puntualmente direttore, e io lo lascio dire, rispondo volentieri, un po’ perchè è un amico e un po’ perchè nell’Ottantotto il direttore lo feci veramente. Dirigevo l’ AGORA’, il giornale di Salento, un giornale messo insieme con le spillette e i fogli A4, che usciva ogni mese puntualmente. Furono due anni e mezzo di fatica, ma uscirono dalla mia stanzetta che guardava il campanile più di 4500 copie.
Io ero direttore, editore, giornalista, segretario, tecnico, ragioniere e anche strillone, ma in tanti mi chiamavano giornalaio, ecco perchè accetto volentieri il titolo che il mio amico ancora mi dà. Portavo il giornale a casa ad ogni ora a chi ne faceva richiesta e le mie uscite serali destavano non pochi sospetti. Il primo numero solo qualcuno sa come venne fuori e da dove venne fuori e su questo è meglio tacere. Gli altri 29 numeri, l’AGORA’ uscì 30 volte, vennero fuori da un Commodore extra large che occupava la mia intera scrivania insieme alla stampante, anch’essa massiccia, e le pile di fogli pronti per l’uso. La stanzetta era a un passo dal campanile e in quella stanzetta ne feci di sogni. Scrissero in 83. La cosa è facilmente verificabile, conservo belle e brutte a casa di tutti i numeri dati in pasto ai Salentini. Vennero alla luce versi d’amore senza tempo, annotazioni shock e inaspettate, articoli lunghi di politica che io solo so che ci volle per accorciarli e venne fuori l’alta scuola di Domenico Telesca, che con le sue trovate e i suoi personaggi presi dalla vita reale, dava al giornale lustro e popolarità. Solo un signore, non proprio mansueto, avendo saputo del mio giornale, mi disse in un orecchio: “Scrivere non è uno scherzo!”, ma al terzo numero si complimentò. Come finì? Il Commodore a un certo punto si scassò, i Salentini si scassarono, io mi scassai. Scegliete voi il finale.

đź’ĄDaniela
Nell’Ottantadue mi piaceva una ragazza di Napoli, Daniela, che avevo conosciuto all’università. Stessa facoltà, stesso corso e stesso segno zodiacale, acquario, di cui eravamo entrambi orgogliosi. Studiammo per due mesi insieme lo stesso esame a casa sua. Lei un giorno, quasi scherzando, mi aveva sorprendentemente invitato a condividere l’impresa dell’esame direttamente a casa sua almeno il giovedì. Accettai subito naturalmente senza pensare neanche per un istante all’esame. Casa bella, comoda, ariosa, mobili di lusso, un balcone degno di una reggia e una madre accogliente e acculturata. Daniela  aveva perso il padre da due anni. Io abitavo a Parco Nasti, nel quartiere Arenella.
Venne il giorno dell’esame. Lei mi piaceva, diciamo la verità, ma dell’esame sapeva poco o nulla, più nulla che poco. Io “m’assettai” nel primo pomeriggio e rimediai un 24, esame non bello, assolutamente modesto, ma buono per il libretto. Lei mezz’ora dopo, stesso professore, stessa sedia, ma non disse niente, bocciata. Cercate di capire il mio imbarazzo. Mi salutò velocemente e scappò via, non ebbi neanche il tempo di dirle: “T’accompagno!”. Intanto un collega che conoscevo appena cominciò ad assillarmi con domande a ripetizione sull’esame che avevo appena fatto ed io, palesemente annoiato, guardavo continuamente la porta per fargli capire le mie intenzioni. Ma alla porta chi compare all’improvviso? Daniela accompagnata dalla madre vistosamente di buon umore. Fu un lampo, Daniela si sedette di nuovo davanti al professore titolare della cattedra e in due minuti schioccò un trenta e lode che mi fece rabbrividire. I due, Daniela e il professore, per poco non si baciarono. Non rividi più Daniela e neanche la madre, anche perchè cambiai facoltà, ma di tanto in tanto ripenso alla loro casa, la casa del 24. C’era un balcone stupendo, gremito di fiori  e arbusti tropicali, da cui potevi abbracciare con lo sguardo in un attimo Posillipo e il Vesuvio.

💥Il mio non è..
un gran paese (Salento)sia chiaro, qui non si nasce, i matrimoni sono quasi un evento e non si va a scuola, tutte le scuole sono chiuse per mancanza di alunni. Era ancora vivo il mio paese negli anni Settanta, quando andavo a scuola dalla signora Maria. Ascoltavo la sera divertito le discussioni animate nel bar di Peppino dal balcone o dal letto, fino a notte fonda, quando le voci diventavano più cariche per il vino rosso locale e la birra. Abitavo in piazza. Ricordo Gigio, con i suoi versetti, i signori che giocavano a “Patrone”, c’era un vecchietto americano che veniva dall’America per giocare con noi, Peppinella Serra, Lina re Crorinda ed Edoardo Borrelli, quando intonava il suo canto perfettamente intonato. C’erano i circoli culturali e i giovani, che d’estate facevano un torneo di calcio in notturna, la Coppa Salento, di cui eravamo tutti orgogliosi, non solo il sindaco che in pubblica piazza ne tesseva le lodi. Poi tutto finì, chi dice per la politica, chi per l’emigrazione, chi non se lo spiega e chi oramai non se lo ricorda più quel tempo migliore.
Io dico, non vi stupite,  che tutto finì anche per colpa della scuola che non ci fece amare il Cilento. Come si può amare un paese totalmente sconosciuto il cui passato è una meteora misteriosa nello spazio, dove l’unico personaggio riportato nella toponomastica, Marcello Scarpa, era ed è un misterioso Carneade? Io a scuola ho imparato che il dialetto era una lingua sbagliata, che l’agricoltura e la pastorizia erano sinonimi di miseria, che i lavori migliori stavano in città, che una laurea poteva risolvere ogni problema e che il topo di campagna era sostanzialmente uno zoticone. E’ vero, lo spopolamento e il degrado dei paesini montani e non solo del Cilento è cosa risaputa e globale a cui sfuggono pochissimi eletti, ma io non credo che l’azienda Salento, la mia azienda, sia da buttar via, ANZI. Anzi è la mia parola d’amore per te, paesello immortale che ancora canti nella mia fantasia gli stornelli di Edoardo (fdm)

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