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Il giornalista di Amalfi Sigismondo Nastri: “I riti della Pasqua e la sostanza della fede”

Amalfi. Riportiamo l’interessante post del giornalista Sigismondo Nastri sui riti della Pasqua e la sostanza della fede: «Si apre domani una settimana definita “di Passione”, perché fa memoria delle sofferenze subite da Gesù e della sua crocifissione. Dovrebbe essere una settimana di profonda riflessione, siamo capaci di trasformarla in folclore, addirittura ne spettacolarizziamo gli avvenimenti.
Avviene ormai dappertutto: a cominciare dalle vie Crucis in costume e, in certi casi, con scenografie da set cinematografico. Fino alle processioni del Venerdì santo.
Intanto Gesù, attraverso le violenze, gli atti di terrorismo, le guerre (non solo quella che si sta combattendo in Ucraina), i gas tossici, l’andirivieni intenso di missili, i droni kamikaze, le bombe a grappolo, le mine, le distruzioni, la strage di tanti innocenti – bambini, penso soprattutto ai bambini – continua a essere misconosciuto, deriso, flagellato, crocifisso. Sotto i nostri occhi, sotto gli occhi del mondo.
Varrebbe la pena, da credenti, farne oggetto di meditazione.
Ma torno alle processioni, alle sfilate dei battenti dei prossimi giorni, sotto l’eccitazione di una ritrovata libertà di movimento dopo la rimozione – politica, non sanitaria – delle misure di protezione dalla pandemia di covid: non del virus, attenzione, che continua a propagarsi.
Una volta, forse perché ero giovane, o perché lo erano per davvero, percepivo le processioni come manifestazioni di fede, di pietà popolare. Esse mi trasmettevano una fortissima carica emotiva. Oggi non mi succede. Preferisco il raccoglimento, il silenzio, la preghiera appena sussurrata. Fatto è che, col tempo, alle feste religiose s’è attribuita una valenza di attrazione turistica. E questo non mi piace.
Vorrei – lo dico a me stesso, nessuno si offenda – una fede più attenta alla sostanza che alla forma, all’apparenza.
La fede – cito la Lettera agli Ebrei – è “sperandarum substantia rerum, argumentum non apparentium” (la fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono).
Per fortuna s’è capito, non ancora dappertutto però, che quell’arcaico rito dei “Sepolcri” del Giovedì santo, che ci portava da una chiesa all’altra a curiosare o a confrontare più che a pregare (lo “struscio”, una sorta di passerella elegante), è – dev’essere – solo un momento altissimo di adorazione eucaristica: un accostarsi – insegna San Tommaso d’Aquino – “come un infermo al medico della vita, un assetato alla fonte della misericordia, un cieco alla luce dell’eterno splendore, un povero al padrone del cielo e della terra”.
E sia!».

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