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E’ morto l’artista Riccardo Dalisi, sua una delle opere del museo diffuso in Costa d’ Amalfi , iniziativa scomparsa nel nulla

E’ morto l’artista Riccardo Dalisi, sua una delle opere del museo diffuso in Costa d’ Amalfi , iniziativa scomparsa nel nulla ed è un vero peccato. Ricordiamo di opere rimaste nei depositi o in un corridoio del Comune di Positano, al cimitero a Praiano, poi Ravello , ma l’idea era buona , gestita male e costata troppo visti i risultati, Una delle opere era del grande artista Riccardo Dalisi ieri sera scomparso .

Il concetto di “museo diffuso” – coniato dall’architetto milanese Fredi Drugman negli anni Settanta – intende esprimere lo stretto rapporto che intercorre fra un territorio e il patrimonio conservato nei suoi musei, ma anche quello che l’istituzione museale deve saper intessere con gli abitanti di quel territorio. Concetto che ritorna periodicamente e che, se alla base non vi è un concreto collegamento con il territorio, si traduce in uno spreco inutile. Chissà se qualcuno può pensare , invece di fare cose nuove, di recuperare quel progetto  suggestivo visto ancora oggi come moderno e infatti viene periodicamente riproposto con denominazioni nuove , ma concettualmente l’idea è sempre la stessa.

Nato a Potenza nel 1931, vive a Napoli da sempre dove ha insegnato presso la Facoltà di Architettura dell’Ateneo Federiciano. Sempre presso la Facoltà di Architettura è stato direttore della Scuola di Specializzazione in Disegno Industriale. Artista, architetto e designer di rilievo internazionale, i suoi lavori sono presenti in numerose collezioni private e nei più prestigiosi musei europei e d’oltreoceano.

Negli anni Settanta insieme con Sottsass, Mendini e altri è stato fondatore della Global Tools, cosiddetta architettura radicale le cui opere fanno parte delle collezioni permanenti anche del Centre Pompidou a Parigi e del Madre a Napoli.

Impegnato da sempre nel sociale, nella sua ricerca espressiva ha impiegato materiali ‘poveri’. Nel 1981 ha vinto il Compasso d’oro per la ricerca sulla caffettiera napoletana.

La sua creatività si è espressa tra ricerca, design, scultura, pittura, arte, artigianato. Con il Compasso di latta lanciò una iniziativa nel segno dell’ecocompatibilità e della decrescita. Ha esposto nelle principali città europee ed anche alla Biennale di Venezia, alla Triennale di Milano, al MOMA di New York, a Palazzo Reale e al MANN a Napoli. ‘In punta di piedi Riccardo ci ha lasciato’ , l’annuncio della famiglia dell’artista dato dalla pagina facebook.

Nel panorama dell’arte contemporanea le sue opere rivelano un artista “che sa essere garbato… gioioso, ilare, ironico e anche umano, fantastico, persino grottesco” (G. Dorfles). I suoi disegni sgorgano rapidi dal vivo della sua interiorità più sensibile e sembrano uscire spontaneamente dalla penna, dalla mano. Le sue opere sono il frutto di un capovolgimento del processo creativo, in cui “il progetto non è l’idea a monte del lavoro… bensì lo sbocco, lo svelamento finale di un’attività concreta” (A. Bonito Oliva).

“Non c’è una ricerca intellettuale del simbolico”, precisa l’artista, “perché è l’immediatezza del sentimento che mi interessa, questa fonte del nostro sentire da cui viene l’amicizia, la simpatia, l’amore su cui si fonda la cultura”.

La sua ricerca espressiva spazia nel mitico, nell’arcaico, nel sacro. Materiali poveri (ferro, rame, ottone) sono impiegati con amorevole manualità artigianale; nell’epoca dell’elettronica e della high tech, ridona umanità e giocosa piacevolezza alle sculture, alle figure.
“Da queste materie, opportunamente lavorate, vengono alla vita dell’arte i Suonatori, i Re, i Centauri e la Sfinge, le figure della Devozione, Cristo e la Madonna, i Guerrieri. Questi materiali umili vengono trattati dall’artista con tecniche antiche e memoria sapienziale, a sottolineare lo scarto fra la loro povertà e la persistenza e vitalità di un patrimonio irrinunciabile. A indicare quella corrente che attraversa, nel profondo, animandoli, luoghi e concezioni distanti” (A. Trimarco).
Nell’arte del nuovo millennio le sue statue, i suoi disegni, le decorazioni, gli oggetti d’uso emanano messaggi di serenità e speranza, di gioia di vivere, di fiducia nelle possibilità dell’uomo e nella religiosità da cui si genera limpida intelligenza.

Dalisi appartiene a quella generazione di architetti cresciuti sulle ceneri di un razionalismo ormai in crisi. Laureatosi a Napoli nel ‘57, in pieno “razionalismo organico”, si è distinto come “architetto inventivo”. Allievo di Francesco Della Sala, che aveva lavorato con Walter Gropius, imparò da lui l’incontentabilità: non essere mai soddisfatti dei risultati, lasciarsi stimolare anche dall’errore, una variabile che apre spazi mai programmabili.

Nel 1967 scrive Forma, Intervallo, Spazio affrontando uno studio sull’intervallo tra la forma e lo spazio che sembra vuoto…

Nel 1969 prende la libera docenza all’Università.

Nel 1970 scrive Architettura dell’imprevedibilità esponendovi la “geometria generativa” che vede lo spazio come una pulsazione di regole geometriche ricchissime, accumulabili, con proprie leggi e riscontri nella realtà urbana moderna. Ogni situazione ne può generare altre diverse. La geometria generativa è divenuta una teoria verificata in un metodo didattico insieme agli studenti. Ha lavorato con Michele Capobianco e con Massimo Pica Ciamarra per la Borsa Merci di Napoli contribuendo al progetto secondo i principi della geometria generativa riferiti all’architettura.

Un giorno del 1971 a Milano discute con Giancarlo De Carlo il progetto di una scuola architettonicamente impostato sulla geometria generativa che contiene, intenzionalmente, l’idea di partecipazione a cui è già interessato. Partecipazione intesa come accumulo di forme diverse e di soluzioni che derivano dal rapporto con la molteplicità delle relazioni sociali. Ne nascono delle critiche che gli fanno dire: “La partecipazione la faccio davvero”. Tornato a Napoli, va nel Rione Traiano e con i suoi studenti inizia quel lavoro sulla partecipazione creativa, poi pubblicato su “Casabella”, da cui nascono gli scritti per il libro Architettura d’animazione, del 1975. L’andare al quartiere costituisce in sé, globalmente, uno stimolo continuo; è uno stimolo, soprattutto, la tensione a provocare i bambini “di strada” alla produzione creativa. In primo piano balza l’interazione intensa e la rottura d’uno schema mentale, cioè di una distinzione netta tra cultura popolare e cultura aulica.

Dalisi chiama “tecnica povera” quel lavoro, in corso già da diversi anni, di grande interesse sia linguistico che politico, i cui temi principali sono la tecnica ed i materiali poveri.

Nel 1973 è tra i fondatori con Mendini, Branzi, Sottsass ed altri della Global Tools, una contro-scuola di architettura e design che riunisce, all’interno di un programma di ricerca unitario, tutti i gruppi e le persone che in Italia coprono l’area più avanzata della cosiddetta “architettura radicale”. Si tratta di raccogliere le tante energie delle avanguardie, che già vacillano verso un’incerta maturazione, e di incanalarle oltre gli anni della grande compressione creativa del ‘68. Le esperienze di Riccardo Dalisi al Rione Traiano di Napoli sono un importante riferimento alla ricerca della Global Tools.

Negli stessi anni si dedica allo studio su Gaudí: Dalisi è particolarmente attratto dalla personalità del maestro catalano tanto da sentirsi in parte un suo continuatore. Nel libro Gaudí mobili e oggetti (esposto alla Casa Museo Gaudí di Parco Güell) l’attenzione è rivolta all’uso dei materiali, ad alcuni particolari accostamenti e alla ricerca di frammenti da cui nascono oggetti richiamati ad una nuova vita che compie Gaudí e che tuttora compie Dalisi. L’esaltazione del ruolo della manualità comincia a sviluppare i primi comportamenti teorici e sperimentali che preparano l’avvicinamento al design. In questo senso Gaudí ridiventa esemplare ed importante.

Nel 1979, incaricato dalla ditta Alessi di produrre una versione della classica napoletana, inizia il suo lavoro di ricerca sulla caffettiera napoletana. Partendo dai prototipi inventati nel quotidiano rapporto coi lattonai di Rua Catalana, Dalisi sperimenta nuovi usi e funzioni per quello strumento che è ormai diventato il fulcro di un’“opera buffa del design”, premiata con il Compasso d’Oro 1981. Questa ricerca, che ha prodotto caffettiere di varie fogge e vere e proprie sculture, sembra non aver mai fine. “È stato come entrare nei sotterranei della storia d’un popolo, nell’anima di una città attraverso un processo di analisi storica e sociologica”, dice Dalisi; la caffettiera si è animata, si è fatta produzione fantastica, espandendosi sempre più. Nel 1987 la caffettiera napoletana entra in produzione e Dalisi diviene internazionalmente noto.

Dalisi introduce così nel design il folclore, la manualità artigianale, i materiali antichi e poveri associandovi l’invenzione fiabesca e poetica.

Come designer ha lavorato con Zabro, Zanotta, Alessi, Oluce, Playline, Morphos, Fiat, Cleto Munari, Kleis, Baleri, Rex, Slamp, Eschenbach, W.M.F., Rosenthal, Ritzenhoff, Glass, Bisazza e altri.

Nel 1995 incomincia la produzione di sculture, ottenendo subito esiti importanti e sicuri come attestano le diverse mostre personali in Italia e all’estero prima tra le quali quella di Palazzo Reale a Napoli (1997).

Nel 1997, in collaborazione con la C.N.A. di Napoli, la Soprintendenza ai Beni Architettonici ed Ambientali e il Comune di Napoli, ha coinvolto i suoi artigiani per l’allestimento, diventato permanente, di Rua Catalana con le sue sculture e i suoi lumi. L’esperienza è partita dall’originale ed interessante idea di realizzare opere d’arte da lui disegnate con la manodopera locale e con i materiali già definiti “poveri”, trasformando e illuminando Rua Catalana. L’esperienza, denominata Napolino, dal nome di un lume-scultura realizzato per l’occasione, aveva e ha l’obiettivo di far emergere la strada come monumento vivente. Qui tutto avviene all’insegna di un laboratorio sperimentale che vuole far emergere il grande tema della necessità del piano estetico e della forza immaginativa; un laboratorio per rinnovare, mantenere in vita e sviluppare l’attività produttiva manuale e l’artigianato. L’attività, svolta con la partecipazione dei suoi studenti di architettura, ha fatto denominare tutta l’iniziativa “Università di Strada”. Nel 1998 Napolino è stato selezionato dalla Comunità Europea come uno degli otto progetti pilota da adottare e diffondere nel mondo all’interno del programma Creative Links. Participation for a Better World.

Negli ultimi trent’anni anni si è dedicato intensamente alla creazione di un rapporto sempre più articolato e fecondo tra la ricerca universitaria, l’architettura, il design, la scultura, la pittura, l’arte e l’artigianato, mantenendo al centro la finalità di uno sviluppo umano attraverso il dialogo e il potenziale di creatività che ne sprigiona.

Da sempre impegnato nel sociale (restano fondamentali le esperienze di lavoro di quartiere con i bambini del Rione Traiano, con gli anziani della Casa del Popolo di Ponticelli negli anni ’70 e, negli ultimi anni, l’impegno con i giovani del Rione Sanità di Napoli, del Centro territoriale Il Mammuth di Scampia e dell’Istituto penale per i minorenni di Nisida), ha unito ricerca e didattica nel campo dell’architettura e del design accostandosi sempre più all’espressione artistica come via regia della sua vita.

Nel 2009, dopo lunga ricerca preparativa, ha presentato, in collaborazione con la Triennale di Milano e la Nuova Accademia di Belle Arti di Milano, la prima edizione del Premio Compasso di latta, iniziativa per una nuova ricerca nel campo del design nel segno del sostegno umano, della eco-compatibilità e della decrescita. Nel 2014 ha vinto il secondo Compasso d’Oro per il suo impegno nel sociale.

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