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Ravello e il caso Gergiev: perché è giusto condannare i silenzi sul conflitto voluto da Putin

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Ravello e il caso Gergiev: perché è giusto condannare i silenzi sul conflitto voluto da Putin. Ne parla Piero Sorrentino in un articolo dell’edizione odierna del quotidiano Il Mattino.

Nota anche per il suo stretto legame con il presidente russo, che sceglie di ignorare una esplicita richiesta di presa di distanza da un atto scellerato, pericoloso e violento. A Gergiev non è stato domandato di negare la sua amicizia con Putin o di sputare sulla madrepatria. Gli è stata chiesta una parola su ciò che un Festival culturale, e Ravello certamente tra questi, porta avanti attraverso la lingua dell’arte e dell’Umanesimo: i valori del pacifismo e della democrazia, la tutela dei diritti umani. E su questo, come detto, il tema della libertà d’espressione o di pensiero c’entra davvero pochissimo. Quando parliamo di libertà erigiamo un totem la cui ombra giganteggia ben al di là delle implicazioni pratiche del concetto. In tutto quello che facciamo nelle nostre vite, in ogni scelta da quelle più semplici ai grandi dilemmi etici siamo, del resto, ben poco liberi. Siamo sotto il peso di enormi condizionamenti, dobbiamo continuamente fare i conti con mille aspetti, considerare che esistono mille libertà e mille dignità da non ferire o calpestare. Senza essere troppo assertivi, ma non ha alcun senso parlare di libertà assolute. Nessuna libertà va a cadere in un vuoto astratto, ognuna di queste incontra limiti, attriti e contesti spesso confliggenti.
Che cos’è, del resto, l’intero edificio del diritto, se non questo continuo tentativo di correzione e bilanciamento? E la preparazione di un programma artistico di un Festival non può che tener conto di questo aspetto, del fatto cioè che l’espressione artistica è una fondamentale forma di responsabilità. È impensabile poter ritenere di staccare la cultura da tutto ciò che le accade intorno, affidandosi a una specie di passaporto che consenta a un artista obiettivamente eccellente quale Gergiev senz’altro è di isolarsi in un momento drammatico come questo. Sbaglia decisamente, quindi, il presidente della Fondazione Ravello, Dino Falconio, quando afferma: «Quello che oggi ci tocca valutare è il profilo culturale e artistico e non gli aspetti politici () a meno che un artista non faccia un peana». Perché la responsabilità delle parole sta non solo in quelle che si dicono, ma anche a volte soprattutto in quelle che si tacciono. Non c’è bisogno di dire esplicitamente, quando col silenzio si dice la stessa cosa in maniera ancora più inquietante. Simone De Beauvoir raccontava in una lettera la sua angoscia nel realizzare che la parola rosso non sarebbe mai stata rossa quanto il colore rosso. Il dramma del lavorare con le parole, cioè, sta nell’enormità della distanza che le separa dalla realtà, o da ciò che le parole definiscono. Ma quanto è ancora più drammatico e inaccettabile se quelle parole, seppure spesso scollate con fatica dalla realtà, non solo non vengono pronunciate, ma coscientemente taciute? Fuori c’è la guerra. Ci servono le parole per dirla e per odiarla.

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