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Positano, multiprorietà di lusso finita nell’indagine della Dda di Napoli. Nel paese nessuno sa nulla

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Positano, multiprorietà di lusso finita nell’indagine della Dda di Napoli. Nel paese nessuno sa nulla . La notizia è stata riportata dal quotidiano La Città di Salerno il 24 febbraio 2022 . Forse un’operazione immobiliare che ha visto i riflettori della Procura della Repubblica.  La perla della Costiera amalfitana , come tutte le località di prestigio anche in Campania e non solo, attira capitali che possono avere collegamenti con la criminalità organizzata, o sospetta tale, come è avvenuto, per esempio, con il Mulino d’ Arienzo, di cui ancora oggi dopo tanti anni si sa nulla, solo l’abbandono. A Positano come in Costa d’ Amalfi non vi è la criminalità organizzata o la camorra, ma ovviamente ci possono essere dei contatti per il fenomeno della droga, una piaga per le famiglie ovunque , anche qui, e anche per le operazioni immobiliari , come avvenuto nella vicina Sorrento ma anche Capri in passato, è capitato anche in alcuni appalti dove indirettamente ci potrebbero essere ditte coinvolte, ma in genere sono rapporti che si troncano facilmente . Ora la Città fa sapere che

C’è anche una multiproprietà di lusso a Positano tra gli immobili finiti sotto attenzione della Dda di Napoli nell’ambito di un’indagine sui clan dei Casalesi e Belforte che ieri ha portato al sequestro di beni per 30 milioni di euro in diverse province italiane. La Dia, la guardia di finanza e la questura hanno sottoposto a sequestro a due imprenditori casertani l’ingente patrimonio su ordine del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere – Sezione per l’Applicazione delle Misure di Prevenzione – su proposta del Direttore della Dia e del Questore di Caserta con la collaborazione della Guardia di Finanza. I due fratelli imprenditori casertani finiti nei guai erano definiti le “spie per il pizzo” perché attraverso le loro aziende raccoglievano i soldi da versare a titolo di estorsione al clan Belforte di Marcianise, ed in più organizzavano incontri tra gli imprenditori estorti e gli appartenenti alla cosca. In particolare è stata riscontrata, anche grazie alle dichiarazioni rese da alcuni collaboratori di giustizia, una strutturata modalità di riscossione del “pizzo” tramite l’azienda facente capo ai due fratelli. I due sovrafatturavano gli importi dovuti a loro da alcune aziende “gonfiando” i costi rispetto alle effettive forniture per consentire la creazione di “fondi neri” destinati al pagamento delle estorsioni. (sdn)

 

Prima di pubblicare per i nostri lettori, abbiamo cercato di saperne di più, ma oltre a questo per il momento non sappiamo, se riusciamo a saperlo lo diremo ai nostri lettori come è diritto-dovere di chi fa informazione, ma se abbiamo presupposti e documenti tali da aver supporti concreti e veritieri, in questi casi occorre prudenza e professionalità prima di comunicare . Ripetiamo che non si tratta di casi interni, ma esterni che hanno investito, magari all’insaputa degli stessi venditori o tecnici . In casi del genere si potrebbe inviare informative magari più specifiche, anche se non necessariamente dettagliate per ovvi motivi, all’amministrazione comunale e ai mass media locali per una indubbia utilità pubblica e sociale.

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