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Biden: stop petrolio russo. La risposta del Cremlino: «Niente più gas all’Europa»

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Biden: stop petrolio russo. La risposta del Cremlino: «Niente più gas all’Europa». Stop alle importazioni di petrolio e di gas russo negli Usa. La decisione era nell’aria da giorni, tanto che il legislativo di Washington aveva già calendarizzato la discussione di un progetto di legge che l’avrebbe approvata, mentre si prepara a paralizzare anche la convertibilità delle riserve auree di Mosca. Joe Biden l’ha anticipata con un ordine esecutivo che fissa entro la fine dell’anno la fine della dipendenza limitata della quale gli Stati Uniti soffrono nei confronti del loro storico nemico. Le dure sanzioni già in vigore per punire l’attacco dell’Ucraina fanno così un grosso salto di qualità e colpiscono al cuore l’economia della Russia, il cui pil dipende al 60% dalla vendita di idrocarburi. Il blocco è reso ancora più severo dall’adesione della Gran Bretagna, mentre diviene più pressante l’appello perché anche la Ue si allinei, rinunciando alle forniture di gas russo.

La reazione da Mosca è rabbiosa: lunedì il vice primo ministro Alexander Novak aveva anticipato gli eventi minacciando «conseguenze catastrofiche» ad un eventuale rigetto delle importazioni, con il prezzo del greggio capace di salire a 300 dollari al barile, e con i rubinetti del gasdotto Nord Stream 1, quello che già porta il gas russo in Germania, che potrebbero chiudersi come forma di ritorsione. Vladimir Putin ha firmato ieri un decreto che blocca l’import-export di prodotti finiti e materie prime con alcuni paesi, il cui dettaglio sarà chiarito entro due settimane. Biden ha definito la misura adottata un «taglio all’arteria dell’economia russa», necessario per evitare di finanziare con i soldi degli Usa la guerra di Vladimir Putin. Il presidente ha riconosciuto che la decisione aggiungerà nuova inflazione al prezzo della benzina, cresciuto già di 0,25 dollari negli Usa dall’inizio della guerra. Ha promesso che la quota di carburante che verrà a mancare sarà rimpiazzata da energie rinnovabili, e ha detto che sta concertando con i partner europei una rapida uscita dal mercato delle importazioni del gas russo.

Questi obiettivi sono ambiziosi e difficili da raggiungere nel breve termine, anche per gli Stati Uniti che sono il primo produttore al mondo di petrolio, ma che non possono fare a meno delle importazioni per pareggiare il conto con i consumi nazionali. Il paese acquista petrolio dal Canada, dal Messico e dall’Arabia Saudita, ma aveva finora accettato anche che l’8% della quota importata (672.000 barili al giorno, dei quali 200.000 di greggio) provenissero dalla Russia.
Nei giorni scorsi inviati dell’amministrazione Biden sono andati a Caracas a corteggiare Nicolas Maduro per un incremento della produzione del petrolio venezuelano, attirandosi critiche da tutto l’arco parlamentare per la riapertura di rapporti con l’odiato dittatore.

Un parallelo appello da Washington e da Bruxelles perché l’Opec aumenti il volume delle estrazioni è rimasto finora senza risposta. Molti dei produttori arabi hanno legami strategici con la Russia, e la Casa saudita non vede di buon occhio il tentativo degli Usa di rimettere in gioco il petrolio dell’Iran, paese che finanzia i ribelli Houti sul suo territorio. Anche la Commissione europea cerca di prepararsi a tagliare il cordone ombelicale che la lega al gas russo, e che ogni giorno trasferisce a Putin 700 milioni di euro. Ieri a Bruxelles è stato presentato il piano RePower Eu, un progetto di diversificazione delle forniture che rimpiazzi i 155 miliardi di metri cubi di carburante fossile importati dalla comunità nel 2021 dal paese aggressore dell’Ucraina. I relatori del progetto assicurano che i due terzi di tale volume possono essere rimpiazzati entro un anno, senza abbandonare l’obiettivo della transizione energetica verso fonti meno inquinanti. Il presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha invitato i capi di Stato e di governo dell’Ue ad affrontare la questione nel vertice di Versailles giovedì e venerdì di questa settimana. Nell’attesa di soluzioni però, i mercati finanziari sono dominati dalla paura. Il prezzo del barile di greggio ha sfiorato i 130 dollari, con un nuovo aumento giornaliero del 5%.

Fonte Il Mattino

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