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La vera storia di Torregiani, il gioielliere ucciso dai terroristi negli anni ’70 nel film “Ero in guerra ma non lo sapevo”

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    La vera storia di Torregiani, il gioielliere ucciso dai terroristi negli anni ’70 nel film “Ero in guerra ma non lo sapevo” L’Italia degli anni ’70, gli anni di Piombo, la violenza della politica e nelle strade, la tragedia di una famiglia. La storia di Pierluigi Torregiani è diventata un film, Ero in guerra ma non lo sapevo, diretto dal regista Fabio Resinaro, produttore Luca Barbareschi.  E’ stato in onda ieri sera alle 21:25 dopo essere stato al cinema per tre giorni a fine gennaio. L’attore Francesco Montanari ha vestito i panni del gioielliere di Milano ucciso dai PAC Proletari Armati per il Comunismo il 16 febbraio 1979.

    Torregiani aveva 42 anni. Era nato a Melzo, in provincia di Milano, il 21 novembre 1936. Aveva cominciato a lavorare a 12 anni con il padre Giacomo. Aveva un piccolo negozio in via Mercantini, nel quartiere Bovisa, Milano nord, dove era molto noto per le sue attività nel sociale. Era sposato con Elena. La coppia aveva adottato tre figli: ricoverato all’Istituto dei Tumori aveva conosciuto una vedova malata terminale e le aveva promesso che si sarebbe preso cura dei suoi tre bambini: Anna, Marisa e Alberto. E così era stato. Per il suo impegno nel sociale e nella filantropia Torregiani aveva vinto anche l’Ambrogino d’Oro, l’onorificenza del comune di Milano, consegnatogli dal sindaco Carlo Tognoli.

    La vita del gioielliere, e di tutta la sua famiglia, cambiò il 22 gennaio del 1979. Torreggiani era con la figlia e con amici in un ristorante, “Il Transatlantico”, dalle parti di Porta Venezia. Aveva appena partecipato a una televendita presso un’emittente privata. Intorno a mezzanotte due rapinatori fecero irruzione nella pizzeria. Sia il gioielliere che un suo amico, entrambi armati, reagirono; tra la colluttazione e la sparatoria morirono due persone: il cliente Vittorio Consoli, 38 anni, e il rapinatore Orazio Daidone, 34 anni, membro del clan dei catanesi. Le perizie balistiche ricostruirono successivamente che i proiettili esplosi da Torregiani non erano andati a segno.

    Cominciò però, lui che girava armato, a essere definito da alcuni quotidiani come “il giustiziere” e il borghese “pistolero”. Pochi giorni dopo Torreggiani cominciò a ricevere a casa minacce di morte. Gli venne assegnata la scorta. Il 16 febbraio l’auto che lo monitorava si allontanò, per l’allarme di una rapina, mentre Torregiani apriva il negozio con i figli. Il commando era composto da quattro banditi. L’orefice indossava un giubbotto antiproiettile che venne trapassato dai proiettili di grosso calibro. Non ebbe alcuno scampo: provando a reagire un colpo partì dalla sua pistola e raggiunse alla schiena il figlio Alberto, 15 anni, da allora paraplegico. Per prima venne ipotizzata la pista della criminalità. L’azione venne rivendicata però dai Proletari Armati per il Comunismo, formazione di estrema sinistra.

    I PAC avevano avviato una campagna contro i commercianti colpevoli di aver reagito alle rapine – per lo stesso motivo, nella provincia metropolitana di Venezia, quello stesso giorno venne ucciso il macellaio Lino Sabbadin. Per l’omicidio del gioielliere vennero condannati come esecutori materiali Giuseppe Memeo e Gabriele Grimaldi, gli altri due nel commando erano Sante Fatone e Sebastiano Masala che agirono in ruolo di copertura. Condannato per concorso morale anche Cesare Battisti, latitante per anni tra Francia e Brasile, catturato in Bolivia ed estradato in Italia nel 2019. Un informatore avrebbe rivelato anni dopo che l’obiettivo della rapina a “Il Transatlantico” era proprio Torreggiani in quanto si supponeva girasse con una valigetta piena di gioielli.

    Leggi anche: La vera storia di Pierluigi Torregiani a cui è ispirato Ero in guerra ma non lo sapevo Cesare Battisti accusato 

    Il film è stato tratto dal libro omonimo, scritto nel 2006, da Alberto Torregiani, figlio di Pierluigi, con Stefano Rabozzi. “Sarebbe stato facile fare di mio padre l’innocente con cui tutti solidarizzano da subito – ha spiegato a Il Corriere della Sera – Invece nel film abbiamo voluto raccontare una verità più ricca e complessa. Mio padre era un po’ impulsivo, a volte forse arrogante, uno a cui non piaceva farsi mettere i piedi in testa. Niente di più. Tutto questo è diventato la sua condanna. Durante quella rapina si è difeso solo perché aveva accanto sua figlia. Nei giorni seguenti stava soltanto nascondendo a tutti noi la sua paura. Si teneva tutto dentro: anche la consapevolezza che prima o poi qualcosa gli avrebbero fatto”. Con Montanari, nel cast, anche Laura Chiatti, Juju Di Domenico e Alessandro di Tocco.

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