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Il dolce addio alla mamma di Marcello Aversa

Sorrento / Sant’Agnello ( Napoli )

Il dolce addio alla mamma di Marcello Aversa

L’amore è il “tratto” che, più di tutti, ha contraddistinto la tua lunga vita. Amore che hai manifestato, soprattutto, attraverso il tuo “pezzo” forte: l’accoglienza.
La porta di casa è stata sempre aperta e chiunque ha varcato quella soglia si è sentito da subito una persona di famiglia, anche se era la prima volta che la oltrepassava.
Accoglienza senza limiti.
“Quanti siete? Vedi che qui non c’è niente, comunque adesso “vott na cazzarol ncopp o fuoc” (metto una pentola sul fuoco), poi vediamo.
Questo dicevi a me o a uno dei miei fratelli, se una nostra telefonata arrivava ad ora di pranzo o di cena, perché già immaginavi il suo contenuto.
“Siamo tre”, “siamo cinque”, “siamo otto”, numeri che in taluni casi particolari, per esempio durante i preparativi della festa di San Rocco, triplicano, quadruplicavano ma, nonostante ciò, tu riuscivi sempre a soddisfare tutti.
Senza paragoni “irraggiungibili” ma come semplice metafora, in ognuna di queste occasioni vedevo rinnovarsi il miracolo dei pani e dei pesci.
In fondo la cucina era il tuo forte, frutto di una eredità familiare, ricevuta da tua madre Giovannina che, una vita fa, gestiva una piccola osteria dove si cucinavano pochi piatti ma, come dicevi tu, realizzati con devozione.
Di soffritto, trippa e baccalà, avevi carpito appieno i segreti della preparazione fino a meritare i complimenti di Peppe il tuo nipote “stellato”, che impazziva per il tuo baccalà arrecanato.
Nonostante la tua bontà, però, un grande peccato lo hai commesso, questo devo dirtelo.
Si cara “donna” Maria tu nel corso della tua vita hai rischiato seriamente di essere accusata di sfruttamento.
Perché? Perché tu hai sfruttato senza nessuna pietà, fino a renderla schiava, quella povera e indifesa “macchinetta” …. quella del caffè.
Le hai fatto fare turni incredibili e interminabili, per essa non hai avuto alcun rispetto, all’occasione, proprio quando era ormai allo stremo, un cambio di guarnizione e via di nuovo.
“Facimm a macchinett gross o a piccirell?”questo era una delle tue problematiche giornaliere.
Caffè a chi veniva a trovarti, ai vicini, al contadino nel giardino sotto casa, e, quando c’erano lavori pubblici nei dintorni, me lo facevi portare persino agli operai in strada, spesso, in estate, accompagnato da fresche bottiglie di acqua e limone. Mai bicchieri di plastica, per carità, per te erano “offensivi” e segno di poca ospitalità.
Quando poi moriva un vicino o un parente, dopo un po’ entravi a casa sua, (allora non si bussava perché in quelle occasioni la porta era aperta) facendoti annunciare dal tintinnio di tazzine e caffettiera, che sistemavi nell’ormai “famoso” cestino di vimini che ha preservato migliaia di caffè, e non è una esagerazione.
Poi, tornavi casa e preparavi “ruoti” di pasta al forno o pizzette fritte, da portare alla famiglia del defunto che per rispetto non cucinava in casa.
Ormai, mamma, ce lo siamo già detti, questa è una delle tante usanze quasi del tutto scomparse. Oggi, sempre più spesso, si muore lontano da casa; i malati terminali fanno impressione, danno troppa tristezza, spaventano i bambini, meglio portarli in ospedale, meglio tenere il dolore lontano dalle mura domestiche.
Quante persone, non solo di famiglia, invece, tu hai accompagnato in quei momenti che precedono la sera della vita. Seduta al loro capezzale a dispensare, per quel che potevi, con la tua semplicità, un po’ di “sollievo”.
Il tuo amore non era confinato entro il perimetro di casa, andava oltre, sapeva uscire da quella porta, quella sempre aperta, ed “ungere” chiunque incontravi.
Seguendo il tuo esempio, cara mamma, io e i miei fratelli assieme alle nostre famiglie, in questi ultimi giorni ti siamo stati vicino, anche quando la tua mente era già al di là.
A turno ti abbiamo stretto le mani, accarezzato i capelli, sistemato i cuscini. Non sei mai stata sola, sia di giorno che di notte.
Poi è venuto il tempo di partire e noi abbiamo capito che era il momento di lasciarti andare.
Avevi un impegno troppo importante, tra qualche mese festeggerai i cento anni di papà ed era ora di raggiungerlo per organizzare una grande festa, come quelle che organizzavi qua.
Io sono sereno perché se è vero che alla sera della vita saremo giudicati sull’amore, tu troverai la porta di “Casa” sicuramente aperta.
La tua valigia sarà colma dell’amore e delle testimonianze che hai ricevuto nella vita e soprattutto in questi ultimi giorni. Spero che anche questo sia un dono gradito al Signore.
Ciao mamma, buon viaggio

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