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Maiori. Prima ristampa del libro “La mia Avvocata” e la canzone che nessuno vuole sentire

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Maiori. Prima ristampa del libro “La mia Avvocata” e la canzone che nessuno vuole sentire.

Il libro del mio amico Filippo Civale, dopo poco più di un mese, è arrivato già alla prima ristampa.
Nonostante non sia in vendita, le prime copie sono finite ed il successo è più che meritato.
Tantissimi sono stati i commenti e sopratutto gli apprezzamenti.
Effettivamente, il libro è piacevole perché semplice e ricco di foto ed è come se il lettore fosse preso per mano ed accompagnato lungo la salita fino al Santuario dell’Avvocata.
Eppure, ho la sensazione che ci sia una sorta di rimozione del contenuto vero e profondo del libro.
In altri termini, sembra quasi che il “cantante” sia accettato, in quanto moderno “modello” di sportivita’ ed ambientalismo, ma non la “canzone” che narra, nel nostro mondo sempre più post cristiano, e cioè la verità profonda della fede cristiana.
Nessuno, ad esempio, ha colto lo spirito di profonda gratitudine di Filippo nei confronti della zia suora francescana, sorella della madre, e cosa disse quando lei compí 100 anni nel novembre del 2013.
Così come nessuno ha colto di come Filippo racconti del suo amore verso la moglie dopo aver festeggiato, nel settembre del 2021, 60 anni di matrimonio:

“Ringrazio l’Angelo custode di avermi messo accanto una donna stupenda, mia moglie Lina.
Sono salito e salgo al Santuario grazie ai suoi sacrifici ed alle sue cure
nei miei riguardi.
Da solo non c’è l’avrei mai fatta.
Auguro a tutti, in particolare ai giovani che mi leggono, di rispettare la
compagna sempre, per tutti i giorni che la Madonna ed il Signore ci
concedono”.

Ed infine, nessuno ha colto il denso contenuto della pagina più struggente del libro:

“Oggi mi sento in dovere, per avermi protetto, di ringraziarla e pregarla
perché mi dona ancora, alla mia età, tanta energia per andare su da Lei
Ed io ci vado, non tanto per me, ma per chi ne ha bisogno… e tante sono le
preghiere che mi affidano e che Le porto con tanta fede.
Mia madre non ebbe più la possibilità di andarla a ringraziare in loco per la
venuta di altri figli, e per la povertà che incombeva a causa sopratutto della
seconda guerra mondiale. Erano tempi in cui si soffriva la fame, ci si doveva
arrangiare con appena 50 grammi di pane al giorno che lo Stato italiano
dava a ciascun componente del nucleo familiare.
Il resto si completava con le erbe selvatiche che si andavano a raccogliere o qualcosa che gli amici contadini regalavano del loro giardino, in cambio di
qualche aiuto lavorativo. Mi raccontava anche che quando nacqui lei lavorava, insieme ad una sorella di mio padre, in una delle 13 piccole cartiere che
da Tramonti a Maiori venivano alimentate con l’acqua del fiume Reghinna.
Il titolare della cartiera consentiva di portare in fabbrica i neonati per l’allattamento.
Ebbene, anche alla cognata le era nato il sesto figlio, mio
coetaneo. Ma, per la poppata del latte, mia zia non ne disponeva a sufficienza. Perciò, mia madre lo dava anche al mio cuginetto di nome Guglielmo.
Tutto questo accadde fino a quando mia madre non ebbe un deperimento
organico causato dalla esigua alimentazione e per questo fu ricoverata
d’urgenza in ospedale in gravi condizioni. Fu curata bene ma le fu detto
chiaramente di non dare ancora il suo latte al mio cuginetto. Purtroppo, a
malincuore, dovette farlo. A seguito di ciò, il piccolo Guglielmo non disponendo di altre soluzioni per alimentarsi, morí di stenti.
Negli anni successivi, mia zia partorì altri 5 bambini ed al primo diede lo
stesso nome. Dopo l’alluvione del 25/26 ottobre 1954, il giovane Guglielmo
emigrò in Australia e tuttora vive lì.
Ho voluto raccontare questi episodi della mia vita anche per una riflessione
sul nostro presente.
Come si fa a dire che non nascono più bambini per difficoltà economiche?
Mi sembra evidente che le condizioni odierne non siano neanche lontanamente paragonabili a quelle della mia infanzia”.

Eppure, questi sono i veri pugni nello stomaco che l’amico Filippo, con la sua testimonianza, ha voluto dare a tutti noi, sempre più assopiti, sazi ed annoiati.
Insomma, il libro sembra davvero riecheggiare la stessa preoccupazione di Benedetto XVI per il rischio che la nostra civiltà possa “congedarsi dalla storia” e prova, raccontando con verità e semplicità la sua vita, a scuoterci.
Ecco perché, anche grazie al dono di queste preziose pagine, tutti dovremmo cogliere l’occasione per riflettere bene sul nostro presente.
E, nello stesso tempo, non possiamo non essere grati a Filippo.

filippo civale la mia avvocata

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