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Mons. Arturo Aiello, vescovo di Avellino ed ex parroco di Piano di Sorrento: “Siamo desiderosi di una luce senza ombra”

Riportiamo un’omelia per la festività dell’Immacolata Concezione pronunciata da Mons. Arturo Aiello, vescovo di Avellino ed ex parroco di Piano di Sorrento: «Chiunque abbia vissuto un po’ più di tempo e abbia dunque tematizzato il vivere umano si sarà accorto che c’è sempre una insoddisfazione in ciò che vediamo, in ciò che sentiamo, in ciò che realizziamo anche con i migliori desideri, i migliori auspici. E’ come se fossimo condannati a questo iato, a questa distanza, a questa incongruenza tra il desiderio e la realizzazione del desiderio, tra il bacio progettato e il bacio già realizzato, all’atto in cui le labbra si staccano dalle labbra. E’ così per l’intera nostra esistenza, da adolescenti l’abbiamo pensata in un certo modo e poi ci è venuta incontro, benché avessimo tentato una certa “coa fedeltà”, non secondo la misura del sogno. E’ una condanna. Un Dio malvagio ci ha condannati a desiderare ciò che mai possiamo realizzare ed in questa distanza tra la parola sognata e la parola detta, tra l’opera d’arte vagheggiata e l’opera d’arte compiuta, in questa distanza c’è la verità più profonda di noi, che esprimo così: “Siamo desiderosi di luce e, semmai fosse possibile, una luce senza ombra”. Erri De Luca nel “Nome della madre”, nel dialogo intenso e commovente che immagina tra Maria ed il Bambino prima che sia consegnato al mondo e dunque anche a suo Padre, in quelle poche ore in cui il Bambino è tutto per Lei, Erri De Luca fa dire alla Madre: “Adesso non hai ombra, perché sei nato nella notte, ma appena sorgerà il sole ti inseguirà per tutta la tua vita un’ombra, la tua ombra”. Ecco, questo incipit della mia riflessione vi sembrerà poco attinente alla luce sfolgorante di questo mistero dell’Immacolata Concezione, invece ne costituisce come il prologo. D’altra parte la Chiesa non ha saputo prepararci meglio che descrivendoci la natura del peccato. Per capire la grazia dobbiamo capire il peccato, per capire la luce dobbiamo sperimentare l’ombra. Nella storia del primo peccato, che è come una matrice che si ripete in tutte le storie del male (pensato, detto, agito), c’è come il prologo. Una sorta di anticipo, soprattutto nelle parole che Dio pronuncia nei confronti del serpente, impersonificazione del maligno: “Porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe. Tu le insidierai il calcagno ma lei ti schiaccerà il capo”.
L’Immacolata Concezione è il sogno di una bellezza senza ombra, senza macchia. In Maria non vi è il peccato dell’origine, che è l’ombra che partorisce tante ombre. E come sia stato possibile questo lo capiamo solo all’insegna della grazia. La grazia che ha raggiunto Maria, senza alcun merito da parte sua, perché il mistero dell’Immacolata Concezione non si pone nella vita di Maria, neanche all’atto dell’annuncio dell’angelo, ma è avvenuto prima che lei potesse porre un qualsiasi gesto libero. Dunque senza merito. L’Immacolata Concezione raggiunge Maria all’atto in cui scocca la sua prima cellula e Dio interviene liberando questa cellula da quel seme di male che entra come un verme in ogni nostra migliore realizzazione.
Questo è l’impero della grazia che quando entra lo fa come un sole che fuga ogni tenebra. Ma Maria nella sua vita è stata cosciente di questa Grazia? La risposta è no, non poteva, sarebbe stata una presunzione da parte sua. Quindi una Grazia totalmente gratuita, totalmente sconosciuta, che nella vita psicologica, spirituale ed affettiva di Maria, non ha avuto alcuna incidenza. Questa precisazione è importante perché altrimenti la vita di Maria apparirà una sorta di corteo trionfale perché Lei è l’unica senza peccato. Invece Maria pagherà tutti i prezzi della vita, tutte le incomprensioni, tutte le restrizioni, piangerà tutte le lacrime e solo alla fine, all’atto della morte e dell’Assunzione, scoprirà di essere l’Immacolata Concezione.
Ci si potrebbe chiedere allora perché sia avvenuta questa Grazia trionfale? Perché Maria doveva essere la Madre del Signore e poiché Dio non ha niente a che vedere con il peccato la casa che deve ospitare per nove mesi il Suo figlio deve essere veramente una reggia.
L’Immacolata Concezione è frutto della benevolenza di Dio nei confronti di Maria, all’atto del concepimento per quanto concerne la storia ma nella mente di Dio da sempre perché Dio è fuori del tempo. Quando Dio ha pensato il mondo ha pensato a Maria perché, prevedendo e sapendo del dramma del peccato, ha pensato al Figlio. Il Figlio Incarnato, non è solo conseguenza del peccato, ma era tutto nella mente di Dio, perché all’atto in cui la storia si srotola con i suoi eventi drammatici potesse esserci un Salvatore e questo Salvatore deve essere Dio e dev’essere un uomo. Dunque c’è bisogno di una donna, di un grembo, di una casa che sia una reggia perché dio solo una reggia può abitare. Ma non una reggia di mura, ma una reggia di luce. Tutto questo si chiama Immacolata Concezione. Ci sono voluti molti anni – come spesso succede nella storia della Chiesa – perché questa verità fosse definita come un dogma. Era sempre stata creduta questa verità ma solo nel 1854 riceve la definizione di dogma.
Finalmente una luce senza ombra. Nel Vangelo ci sono due accessi a questo mistero. Il primo accesso è: “Non temere Maria perché tu hai trovato Grazia presso Dio” dice l’angelo. Il secondo accesso: “Nulla è impossibile a Dio”.
“Hai trovato Grazia presso Dio” non significa in quel momento dell’Annunciazione, ma prima che Maria nascesse, all’atto stesso in cui stava per scoccare la scintilla della vita nella prima cellula nel grembo della madre. Questo è il motivo per cui la Chiesa celebra l’Immacolata Concezione l’8 dicembre e la Natività di Maria l’8 settembre. Perché dall’8 dicembre all’8 settembre scorrono nove mesi. Questa è una pedagogia: il concepimento luminosissimo e la nascita di Maria.
La bellezza di questa festa è: Dio fa cose grandi. Dio è libero di riempire uno di noi di una Grazia eccezionale, perché la Grazia è data a tutti ma in maniera difforme e nessuno può dire a Dio cosa fare. Il Profeta dice che la creta non può chiedere al vasaio: “Che stai facendo?”, perché il vasaio sa come forgiare un oggetto lavorando al tornio.
Torniamo a casa con gli occhi pieni di luce dicendo: “Finalmente ho trovato un desiderio che possa essere all’altezza della realizzazione”. E tutte le volte in cui sentirete questo iato, sentirete questa divaricazione, ditevi: “Però c’è Maria, che è la Madre del Signore ma è anche mia madre”. E la madre è bella. E se questo riusciamo a sentirlo nei confronti delle donne che ci hanno generato, se riusciamo a vedere una bellezza anche nella prosaicità e nelle rughe di nostra madre, tanto più puoi guardare il volto di Maria e restarne estasiato.
E’ una speranza per noi perché, come dice San Paolo, tutti siamo stati chiamati prima della fondazione del mondo per essere al Suo cospetto santi ed immacolati nella carità».

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