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Eitan di nuovo in Italia: «È la fine di un incubo»

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Eitan di nuovo in Italia: «È la fine di un incubo». Ne parla Raffaele Genah in un articolo dell’edizione odierna del quotidiano Il Mattino.

Dopo 84 giorni Eitan torna a casa. Questa volta ha viaggiato su un volo di linea e non come all’andata su un jet privato affittato dal nonno che lo aveva rapito. Un viaggio durato oltre tre ore con tutta la sua nuova famiglia, la zia Aya, tutrice legale, le due cuginette che cresceranno con lui e lo zio Or Nirko. E poi ancora un supplemento di fatica in macchina verso il Pavese, a Travacò Siccomario. Qui è arrivato poco prima di mezzanotte, con la zia, su una volante della polizia. Un agente lo ha portato a braccio in casa «Ora- hanno detto i legali dei Biran – torna ai suoi parenti in Italia, compreso i genitori del padre defunto e a tutte le strutture mediche, psicologiche, educative da cui era stato sottratto, ai suoi amici del quartiere, alla scuola, alla comunità in cui è cresciuto, al suo adorato gatto Oliver».

LA BATTAGLIA LEGALE Quando il grosso boeing della Ryanair diretto a Bergamo stacca l’ombra dalla pista illuminata dai fari in Israele è già shabbat, giorno di riposo e anche di festa. Per Eitan, la zia Aya si chiude un doloroso capitolo che ha opposto i congiunti materni e paterni, in una durissima battaglia legale senza esclusione di colpi. Una guerra in cui tutti hanno comunque perso qualcosa. Eitan, non bastasse quello che ha già subito con la morte dei genitori, del fratellino Tom e dei bisnonni, cercherà di ricostruire la sua nuova vita con ciò che resta della sua famiglia originaria profondamente e forse irrimediabilmente lacerata. I Peleg, ramo israeliano, sono ancora nel pieno del guado di una vicenda giudiziaria che potrebbe portare all’arresto del nonno Shmuel. Su di lui pende un mandato di cattura internazionale per il rapimento del bambino, già notificato al ministero della giustizia israeliana. «Ha agito d’impulso» aveva inutilmente sostenuto la sua difesa. La ex moglie Etty Cohen ha già gridato più forte e più scompostamente degli altri il suo dolore. «Continueremo a combattere: Israele rinuncia a un bambino ebreo, ad un suo cittadino».

LA ZIA La zia Aya ha trascorso quasi due mesi a Tel Aviv tra le aule di giustizia e la guerra con i Peleg che l’hanno accusata perfino di furto. Su di lei incombe sempre l’ombra di un ricorso della famiglia materna che chiede ai giudici italiani di «riesaminare l’affidamento di un bambino indifeso, senza che la sua voce venisse ascoltata, e farlo vivere in terra straniera, lontano dalle sue radici». Ma per lei soprattutto il peso maggiore sarà quello di aiutare Eitan a uscire dai propri incubi e a farlo crescere in una situazione di almeno apparente serenità. Che cosa resterà negli occhi di Eitan delle terribili immagini del Mottarone e di quegli interminabili attimi di terrore in cui la fune – e insieme la sua vita – si sono spezzate? Che cosa arriverà alle sue orecchie di questa violentissima battaglia tra due famiglie impazzite dal dolore al punto di combattersi con così tanta violenza?
Giovedì Eitan è tornato nella casa dei nonni per salutarli prima di rientrare in Italia. Un incontro che è avvenuto anche in questo caso, come aveva deciso il tribunale della famiglia, su richiesta della zia tutrice, alla presenza degli assistenti sociali. E non sembra difficile immaginare il clima in cui possa essere avvenuto. Ora è il tempo del silenzio. Se le parole – anche quelle usate troppo spesso a sproposito – hanno un senso, se davvero tutti vogliono il bene di Eitan, non c’è più spazio per le polemiche. E resta la speranza che su questa vicenda tragica e dolorosa cali il sipario dietro al quale un’unica grande famiglia possa col tempo riuscire a cancellare rancori, torti e ripicche.

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