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Desmond Tutu, morto l’arcivescovo simbolo della lotta all’apartheid in Sudafrica e premio Nobel per la Pace

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È morto all’età di 90 anni l’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu, uno dei simboli della resistenza contro l’apartheid e poi promotore della riconciliazione. Lo comunica la presidenza del Sudafrica. Tutu vinse il premio Nobel per la Pace nel 1984. La morte oggi, 26 dicembre, a Cape Town. Negli anni ’80 Desmond Tutu raggiunse fama mondiale come oppositore dell’apartheid in Sudafrica. Il suo attivismo nel campo della difesa dei diritti umani è continuato per tutta la vita: Tutu ha usato la sua voce in numerose battaglie contro Aids, tubercolosi, povertà, razzismo, sessismo, omofobia e transfobia. Nell’annunciare la scomparsa del reverendo Tutu, il presidente Cyril Ramaphosa ha espresso, «a nome di tutti i sudafricani, profonda tristezza per la morte, avvenuta domenica, di una figura essenziale della storia» del Paese.

Tutu, 90 anni, arcivescovo anglicano, vinse nel 1984 il premio Nobel per la Pace come simbolo della lotta nonviolenta contro il regime razzista. Ma dopo la fine dell’apartheid, dopo che Nelson Mandela era stato eletto presidente del nuovo Sudafrica, Tutu ideò e presiedette la Commissione per la Verità e la Riconciliazione (Trc), creata nel 1995, che in un doloroso e drammatico processo di pacificazione fra le due parti della società sudafricana, mise in luce la verità sulle atrocità commesse durante i decenni di repressione da parte dei bianchi. Il perdono fu accordato a chi, fra i responsabili di quelle atrocità commesse avesse pienamente confessato: una forma di riparazione morale anche nei confronti dei familiari delle vittime.

Il presidente Cyril Ramaphosa, riporta Nbc News, ha dichiarato: «La scomparsa dell’arcivescovo emerito Desmond Tutu è un altro capitolo del lutto nell’addio della nostra nazione a una generazione di eccezionali sudafricani che ci hanno lasciato in eredità un Sudafrica liberato».

Eroe nonviolento della lotta contro il regime segregazionista e vincitore del Nobel per la Pace nel 1984 prima, ideatore e protagonista del doloroso ma liberatorio processo di riconciliazione nazionale dopo la fine dell’apartheid, infine spina nel fianco dei potenti e delle storture della società multietnica: l’arcivescovo anglicano Desmond Tutu, morto a 90 anni, è stato definito la «bussola morale» del Sudafrica, Paese che ha perso così un’altra grande icona dopo Nelson Mandela e la sua controparte Frederick Willem de Clerk, che condivisero il Nobel per la Pace nel 1993. Con Mandela Tutu operò in una sorta di ideale tandem nel forgiare la nuova nazione «arcobaleno» (il termine fu ideato proprio da lui), uscita dalle ceneri di un secolo di regime della minoranza bianca.

Lungi dall’accontentarsi del nuovo status quo, Desmond Tutu non ha mancato di fustigare lo stesso partito maggioritario dell’Africa multietnica, l’African National Congress (Anc), denunciandone la deriva nepotistica e la corruzione sotto il presidente Jacob Zuma. Non ha risparmiato neanche il presidente Mandela, bacchettandolo per le paghe eccessivamente generose di alcuni ministri e collaboratori. Ha criticato duramente l’omofobia presente nella società, nel potere come anche nella Chiesa anglicana Nato nel 1931 a Klerksdorp, nell’allora provincia del Transvaal, di etnia Tswana, Tutu fu ordinato sacerdote nel 1960 e divenne nel 1975 vescovo del Lesotho, poi dal 1978 segretario generale del Consiglio delle chiese del Sudafrica.

In questi anni si distinse per le prediche, gli insegnamenti e le azioni nonviolente contro l’apartheid. Pur dichiarando di «comprendere le ragioni» per cui giovani neri potessero compiere azioni violente, condannò la violenza da entrambe le parti, sostenendo che la lotta armata avesse poche possibilità di vincere, e denunciò la connivenza di diverse nazioni Occidentali nei confronti del Sudafrica razzista. Promosse anche una petizione per la liberazione di Mandela.

Dopo il Nobel per la Pace del 1994 fu eletto prima vescovo di Johannesburg e nel 1986 arcivescovo di Città del Capo. Nel 1995, con Mandela presidente, per 30 mesi guidò la dolorosa fase che ha forgiato lo spirito di pacificazione, per quanto imperfetto, del Paese: il processo per la Verità e la Riconciliazione, che permise di esporre finalmente al mondo le atrocità confessate dai protagonisti grandi e piccoli della pluridecennale repressione operata dai bianchi, accordando loro il perdono giuridico e morale e consentendo ai carnefici di liberarsi le coscienze e alle vittime di elaborare il lutto. Ritiratosi da ogni carica attiva nel 1996, dal 1997 Tutu ha dovuto fare i conti a più riprese con il cancro. Di recente ha anche preso posizione a favore della «morte compassionevole»: «Ho preparato la mia morte e voglio che sia chiaro che non voglio essere tenuto in vita a tutti i costi», ha scritto in un editoriale del 2016 sul Washington Post. «Spero di essere trattato con compassione e che mi sia consentito di passare alla prossima fase del viaggio della vita nel modo che sceglierò». Fonte (Ilmattino)

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