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Tribunale di Napoli, il preside Capossela muore in aula durante il processo: inchiesta sui soccorsi

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Tribunale di Napoli, il preside Capossela muore in aula durante il processo: inchiesta sui soccorsi. Aveva risposto alla domanda clou del processo, quella in cui si diceva convinto di aver subìto un’ingiustizia, quando ha portato le mani alla gola. Si è accasciato sul pavimento, provando a chiedere aiuto con le ultime forze, stroncato da un malore. Aula 219, udienza choc in Tribunale. Muore il teste (che era anche parte offesa), nel pieno dell’esame del pubblico ministero. Udienza svolta in modo sereno, senza particolari momenti di tensione, che ha fatto registrare un epilogo drammatico: un malore ha stroncato Benito Capossela, sessanta anni, preside di un liceo di Torre Annunziata, che si era rivolto alla giustizia, lamentando un presunto caso di diffamazione da parte di un giornalista oplontino. Magistrati, avvocati, impiegati, forze dell’ordine hanno messo in campo ogni tentativo per salvare la vita al sessantenne, in uno scenario che è destinato comunque ad essere oggetto di indagine. C’è infatti esigenza di chiarezza da parte di tutti, nel tentativo di ricostruire la catena dei soccorsi messi in campo in almeno una trentina di minuti. È un intero mondo, quello che frequenta la cittadella giudiziaria napoletana, che si sta interrogando sulla carenza di mezzi a disposizione per le migliaia di utenti che quotidianamente oltrepassano i varchi del Tribunale.

Ma proviamo a ricostruire cosa è accaduto e su cosa vertono le verifiche messe in campo dalla Procura e dalla stessa Asl Napoli uno. Stando a quanto risulta al Mattino, il preside è stato colpito da un malore intorno alle 13.50. Per almeno quindici minuti l’uomo è rimasto a terra, in condizioni gravi, ma ancora vivo. Lo hanno confermato tutti i presenti, intervistati dal Mattino: «Era vivo». Cosa è successo in quel lasso di tempo? In attesa che arrivasse un medico, c’è chi ha provato a rianimare il preside: c’è chi gli ha alzato le gambe, chi gli ha provato a facilitare la respirazione, liberandogli il collo e vigilando sulla posizione della lingua («la bocca era contratta», ha detto una delle persone intervenute); c’è chi gli ha praticato un massaggio cardiaco. Intorno alle due è arrivato in aula un primo medico del presidio sanitario interno al Tribunale. Non ha il defibrillatore, ma dà inizio al massaggio cardiaco, nel tentativo di tenere in vita il paziente. Pochi minuti dopo, arriva in aula il defibrillatore portato in aula dal secondo medico del presidio. Spiega il medico Luigi Pagano, che assieme al collega Francesco Passarelli rappresenta l’equipe di stanza in Tribunale: «Abbiamo fatto l’impossibile. Prima a mano, poi con almeno cinque scariche elettriche». Ma non è finita. Perplessità anche per quanto riguarda l’arrivo dell’ambulanza: la prima è una vettura senza medico; la seconda – quella di Capodichino – ha invece il medico a bordo, ma giunge quando ormai è troppo tardi. Intoppi che alimentano non poche suggestioni sulla morte del testimone nella più affollata cittadella giudiziaria del sud Italia. Quanti sono i defibrillatori a disposizione? Per quale motivo il primo intervento di un medico è avvenuto a mani nude? Perché è stato consentito a persone non esperte (in uno slancio di generosità) di praticare manovre sul petto di un uomo agonizzante? Domande destinate a finire nel fascicolo di indagine condotto dal pm Damiano, ieri in aula a coordinare le prime verifiche, grazie alla prontezza di polizia e carabinieri giunti nell’aula 219. Una vicenda che ripropone l’attenzione sulla esigenza di assicurare interventi rapidi alle migliaia di utenti (detenuti compresi) che ogni giorno affollano le aule di giustizia. E non c’è solo la storia del preside. C’è un precedente (fortunatamente senza risvolti drammatici) di appena una settimana fa, quando un consigliere dell’ordine degli avvocati ha accusato un malore. È accaduto nelle prime ore del pomeriggio, quando ormai i due medici, come da protocollo, avevano chiuso il presidio. Come a dire: per sperare in un soccorso, bisogna augurarsi che l’infarto arrivi nelle prime ore del mattino.

Fonte Il Mattino

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