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Piano di Sorrento, il racconto del lunedì del Prof. Ciro Ferrigno: “Il quadro vivente del 1948”

Piano di Sorrento. Riportiamo il consueto racconto del lunedì del Prof. Ciro Ferrigno: «La data si avvicinava e sempre di più si parlava dei solenni festeggiamenti per i duecento anni dell’Incoronazione della Madonna del Lauro di Meta, anniversario che sarebbe caduto il 2 giugno 1948. La festa si inseriva in un momento storico difficile, a pochi anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando era in corso una faticosa e timida ripresa, che serviva ad allontanare dalla memoria collettiva la paura della morte, le distruzioni, la fame degli anni appena trascorsi. I duecento anni, per comune intento, sarebbero stati una festa per tutta la penisola sorrentina, pure perché la Madonna del Lauro era stata la prima Immagine ad essere incoronata nell’Arcidiocesi di Sorrento. Si progettavano celebrazioni solenni ed anche processioni che avrebbero toccato i vari Comuni, da Meta a Sorrento. L’attesa diventò corale, sarebbe stato un momento di festa collettivo, qualcosa di cui si aveva veramente bisogno.

In quegli anni, la mia famiglia abitava in Via Bagnulo nella Passarella, dove sarei nato alcuni anni dopo. I miei avevano un rapporto non solo di buon vicinato, ma di amicizia e cordialità con i Cacace che coltivavano un vasto agrumeto attiguo alla casa colonica. Luigi e Angela, la ‘Ngiurinella dei racconti di mia madre, avevano una famiglia numerosa, dieci figli: Ninuccia, Gigetta, Paoluccio, Michele, Giaccheniello, Pinotto e Melina, altri tre erano morti bambini, per l’epidemia di tifo del ’28. Il prossimo anniversario era diventato oggetto di chiacchierate e riflessioni, poi di progetti, anche perché tutti a Bagnulo parlavano di preparare i portoni per il passaggio della Madonna, con fiori, piante, la busta con l’offerta in danaro ed anche mazzi di ceri votivi coi nastri colorati. Ma i nostri della Passarella pensarono di andare oltre, ben oltre, decisero di allestire, all’interno del monumentale cancello d’ingresso, un quadro vivente, quello delle immaginette, che ricostruisse la Leggenda della Madonna del Lauro. La devozione di mia madre per la Madonna trovava facile complicità nei Cacace, persone semplici e profondamente religiose. Chi non ricorda Pauluccio e Giaccheniello quando intonavano il vecchio Miserere nelle processioni della Settimana Santa?

Il progetto e la costruzione del quadro impegnarono le due famiglie per lungo tempo e mi sembra di vederli macinare idee, cucire le vesti e procurarsi tutto l’occorrente per realizzare l’Immagine con estrema precisione. I “capobanda” erano Pauluccio, Carlo Ferola e mia madre, ma poco alla volta, oltre alle famiglie, riuscirono ad entusiasmare e coinvolgere l’intero vicinato. Dai ricchi bauli di ‘e Zie ‘e ‘Nduleniello arrivarono vesti antiche e preziosi merletti, tagli di stoffa destinati ad altro, diventarono utili per i vestiti del Quadro ed offerti con tutto il cuore. Poi ci fu l’assegnazione dei ruoli, mia madre, ventottenne ed a capelli sciolti, sarebbe stata la Madonna, tenendo tra le braccia mia sorella Maria Rosa che non aveva compiuto neppure un anno, nel ruolo di Gesù Bambino. Racconta Melina che era talmente bella coi capelli biondi a riccioli che sceglierla per quel ruolo fu la cosa più naturale. Alla placida Gigetta toccò impersonare la contadina, alla quale era apparsa la Vergine e riuscirono a renderla tale e quale a quella delle immaginette. L’albero del lauro per la scena lo recuperarono giù al vallone di Madonna di Rosella e parecchi uomini dovettero faticare e sudare non poco per sradicarlo e portarlo fin sulla strada. Inutile dire che nella scena trovarono posto la mucca e la chioccia con i pulcini, così come un vero prato, il fuso ed il fuoco, elemento sacrale che, da fonte di calore e luce, assurge al significato teologico di Spirito Santo. L’addetto al fuoco era mio padre, all’epoca giovane fabbro!

Spesso, negli anni, mia madre tornava coi ricordi a quel momento magico che, raccontava, aveva richiamato l’attenzione prima dei partecipanti alla processione che scendeva verso Rosella, di tutti i passanti, poi di una gran folla, tanto era riuscito nel rendere plastico e reale un episodio immaginato, narrato, descritto, disegnato e dipinto nell’arco di un millennio. Una realizzazione riuscita al punto che se ne sarebbe parlato per tanto, tanto tempo. Fu il frutto di un sentimento religioso semplice e genuino che i nostri avevano ancora in quegli anni e che certo contribuì non poco a rianimare un popolo che veniva fuori a pezzi dalle rovine della guerra. In modo del tutto inconsapevole, vivevano così gli ultimi momenti prima di quella grande trasformazione sociale che, per rincorrere il modello americano, avrebbe detto addio per sempre all’antichissima cultura mediterranea».

Piano di Sorrento, il racconto del lunedì del Prof. Ciro Ferrigno: “Il quadro vivente del 1948”

 

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