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Piano di Sorrento, Don Pasquale Irolla: “Chiediamo a Dio di riprendersi tutto ciò che ci impedisce di vederlo”

Piano di Sorrento. Riportiamo l’omelia di Don Pasquale Irolla durante la celebrazione mattutina nella Basilica di San Michele Arcangelo ed incentrata sul brano di Vangelo odierno:

In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa». Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo, Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere». 

Ecco le parole di Don Pasquale Irolla: «Non è facile fare entrare la fede nella nostra relazione intima con Dio in alcuni aspetti di noi, della nostra persona, del nostro essere uomini e donne, così profondi da tenerli sempre sottomano. Non è facile trovare storie in cui si fa entrare la relazione intima con Dio preferendolo ai soldi, ai figli ed al sesso. Molte volte noi giriamo attorno a queste tre dimensioni della nostra vita e di tanto in tanto, non sempre, si incunea la fede, vi entra con dolcezza o con forza ma quasi sempre sono argomenti a parte che non si toccano. Prenditi tutto, parliamo di tutto, ma lascia da parte questi aspetti di noi. Mentre sembra proprio che le protagoniste del Vangelo preferiscano obbedire a Dio prima dei figli. Elia provoca la vedova e lei obbedisce, dà da mangiare prima al profeta e poi a suo figlio. La protagonista del Vangelo getta nel tempio tutti i pochi spiccioli che ha, resta a mani vuote. Ed entrambe vivono la croce dell’esser vedova, del non poter gustare le piccole gioie della vita, dell’essere indifese. Eppure compiono un atto di fede totale. A volte è Dio che ci provoca perché possa sprigionarsi in noi la fede. Questo accade perché Elia provoca questa donna e lei cresce, si rivela pura, si rivela con un amore ardente perché prepara due focacce con quel poco che ha prima al profeta di Dio e poi a suo figlio. 

In altre circostanze siamo noi a provocare Dio. La vedova del Vangelo getta tutto quello che ha e questo dono radicale totale non può non provocare Dio ad una risposta d’amore eccedente. Forse effettivamente così nasce la fede, non in una circostanza ordinaria ma attraverso provocazioni, nel gettar via tutto e nel sapere come è scritto nel Qoelet che se getti il tuo pane sulle acque ti ritornerà in molti giorni accresciuto. E’ questa la fede, è questa anche la parola conclusiva di un anno liturgico che volge al termine dove alla fine spero ciascuno di noi si ritrovi maggiormente impoverito, leggero e pronto ad un sì totale.

Noi guardiamo a queste due donne perché anche dentro di noi nasca questo di più per far entrare la relazione intima con Dio lì dove visceralmente noi siamo compromessi. Per chi riesce a lasciarsi provocare ad un di più o per chi in prima persona provochi Dio con un atto d’amore radicale questa pagina della parola è una foto, uno specchio che può dare l’opportunità di riconoscersi.

Per qualcuno di noi che ha difficoltà ho ritrovato l’altro ieri questi versi di Tagore che interpreta per noi, che siamo abituati a prendere da Dio, a raccattare, a rubargli grazia e doni, quanto possiamo invece vivere per un di più. Nella esperienza che il poeta, l’uomo di Dio, faceva ai suoi tempi di riconoscere che c’è un tempo in cui noi proviamo in tutti i modi a prendere, a mettere da parte, poi viene il tempo in cui tutto ciò che noi abbiamo ricevuto – anche la grazia – può essere di ostacolo nel vedere Dio nella nostra relazione intima con lui, per cui i doni o i rottami in cui sono stati risolti i doni ci sono d’ostacolo.

Scrive Tagore: “Molte volte ho bussato alla tua porta, ho mendicato la tua ricchezza, ho chiesto con leggerezza, ho domandato di più, ancora di più. La tua carità mi ha sempre riempito la mano, mi ha donato, ora con gesto misurato, ora con grande prodigalità. Dei molti tuoi doni, Signore, alcuni li ho perduti per strada, altri mi pesano sul cuore, con altri ho fatto inutili balocchi. Ora sono mucchio i tuoi doni, montagna i loro rottami; non mi permettono più di vederti e mi sento più solo di prima. Ti prego, Signore: riprenditi tutto, spazza via tutto quanto, frantuma la mia ciotola da mendicante. Prendimi, mio Dio, la mano vuota, strappami dal mucchio enorme dei tuoi doni, sollevami nudo davanti al tuo amore di re che non porta corona”.

Vorrei tanto che ognuno di noi se ne uscisse oggi con l’ardire di chiedere a Dio: “riprenditi tutto, anche la grazia, anche i doni, tutto quello che ho accumulato e ho sperperato perché mi impedisce di vederti”. Molte volte anche l’amore, le relazioni intime, le preoccupazioni per le persone che amiamo, sono degli impedimenti, sempre preoccupati o sempre attaccati a prendere voracemente e poi perdiamo la leggerezza, la libertà, perdiamo la felicità di camminare liberi fidandoci unicamente di Dio. Riprenditi tutto, chiediamo aiuto a Tagore perché sia lui a pronunciare in noi questa preghiera di liberazione per poter sperimentare la libertà di fidarci di Dio come le donne protagoniste della parola di oggi che ritornano a casa a mani vuote, impoverite, eppure senza morire di stenti. L’esperienza della provvidenza nasce qui, non quando abbiamo messo da parte e ritroviamo il gruzzoletto accresciuto, ma quando abbiamo dato tutto e poi ci ritornano doni, attenzioni, regali, sostentamento, sicurezze a cui avevamo rinunciato per amore, con gioia, fidandoci unicamente di Dio».

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