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Mozart e Beethoven: l’una e l’altra Vienna

Ultimo appuntamento, questa sera, alle ore 20,30 in San Benedetto, per la XIII edizione del Piano Solo Festival nell’ambito di Salerno Classica, con Yuri Bogdanov e Maria Letizia Michielon, in dialogo con l’Ensemble Lirico Italiano

 

Di Olga Chieffi

Giro di boa per Salerno Classica, ideata dall’ Associazione Gestione Musica, un progetto articolato che ha visto le associazioni concorrere e ottenere il finanziamento dal Fondo unico per lo Spettacolo nella sezione Nuove Istanze 2021, con il progetto “Celebrazione, Tradizione, Innovazione”, 15 concerti che coinvolgono oltre il comune di Salerno, che ha sostenuto la kermesse, anche le città di Benevento, Amalfi e Brienza. Il terzo ed ultimo appuntamento della XIII edizione del festival “PianoSolo… in ensemble”, ospite di Salerno Classica, si svolgerà questa sera, nella Chiesa di San Benedetto e presenterà un confronto tra Wolfgang Amadeus Mozart e Ludwig van Beethoven, figure centrali del classicismo viennese. Trasferendosi da Salisburgo a Vienna, nel 1782, Mozart stabilì un precedente che nella storia della musica, dei musicisti, dei loro rapporti con le istituzioni e con il pubblico, vale come una non piccola rivoluzione. Mozart a Vienna avesse intrapreso la via dell’artista indipendente senza né mecenati né incarichi fissi in corti o chiese. La ricca offerta musicale della capitale dell’impero rendeva questa scelta possibile, ma non meno rischiosa. Mozart decideva infatti di rivolgersi a un pubblico ampio e in parte nuovo rispetto al passato, formato non solo da colti intenditori ma anche da semplici curiosi, col risultato di dover affrontare il mutamento dei gusti e delle mode. Al momento del suo arrivo a Vienna la strada per affermarsi era piuttosto chiara: le stagioni dei concerti per sottoscrizione. Il pubblico pagante poteva sostenere o un intero ciclo di concerti, nel caso delle personalità più in vista o più facoltose, oppure acquistando titoli per singole occasioni. I Concerti per pianoforte, nei quali si presentava sotto la duplice veste del compositore e del performer, erano quelli accolti meglio e furono il genere al quale Mozart si dedicò con più intensità. Il Concerto KV 414 n°12 in La maggiore, che ascolteremo nella versione per pianoforte e quintetto d’archi da Yuri Bogdanov e l’Ensemble Lirico Italiano, che schiera Daniela Cammarano e Francesco Pisanelli al violino, Mattia Cuccillato alla viola, Francesco D’Arcangelo al cello e Luigi Lamberti al contrabbasso, fu pubblicato nel 1785, ma probabilmente risale proprio al 1782 ed è tra i primi che presentò ai viennesi. Più del virtuosismo fine a se stesso, Mozart come sempre preferisce la coerenza della condotta musicale. Nel primo movimento, Allegro, sono le diverse sezioni dell’orchestra a enunciare il materiale ripreso e rielaborato dal pianoforte. Il finale, Allegretto, composto in un momento successivo per sostituire l’originario Rondò oggi catalogato KV 386, è particolarmente ricco di idee che si legano le une alle altre con straordinaria leggerezza e senza mai dare una sensazione di accumulo. Nell’Andante collocato al centro Mozart prende spunto da un’opera di Johann Christian Bach, La calamita de’ cuori, che il pianoforte ha il compito di sviluppare e commentare introducendo nuove idee melodiche. Seconda parte della serata dedicata a Ludwig van Beethoven con l’esecuzione del Concerto per pianoforte e orchestra n. 5, in mi bemolle maggiore op.73, l’ “Imperatore”, affidato alla esperta tastiera di Maria Letizia Michielon e all’Ensemble Lirico Italiano. L’opera, composta nel 1809, è l’ultimo in assoluto dei suoi concerti e lo scrive in un momento storico difficile che farà vacillare anche la sua serenità acquisita, ovvero quando il non più stimato Napoleone metterà Vienna a ferro e fuoco, da costringerlo tra l’altro ad abbandonare di fretta la sua abitazione nella Walfischgasse e riparare altrove. «L’esistenza che ero appena riuscito a crearmi poggia su fragili basi […] Quanta rovina e desolazione intorno a me, non si sente altro che tamburi, cannoni e gente che soffre!». Il lavoro in realtà, come in altri contesti, non risente di tanta afflizione e i passi marziali di alcuni temi non sono necessariamente da giustificarsi in virtù di queste ragioni. Nemmeno il nome “Imperatore” ha a che fare con questa vicenda storica e non è stato voluto da Beethoven, che comunque dedica il lavoro a sua altezza imperiale l’arciduca Rodolfo d’Austria. È dell’amico editore e pianista Johann Baptist Cramer l’idea, il quale ha voluto con questo epiteto rimarcare la solennità dei motivi dominanti, in particolare negli Allegri d’apertura e chiusura per una composizione originale ed energica assimilabile nelle intenzioni alla Terza sinfonia, con cui condivide la tonalità di mi bemolle maggiore, e la Quinta, per il carattere epico. Delle tante novità ascrivibili a questo concerto, spicca immediatamente, tra le pause di tre accordi orchestrali categorici, l’arpeggiante cadenza pianistica d’inizio, a preambolo di un tema innalzato dai violini. Una grande composizione in tre quadri, dove il secondo tempo ha la severità di un corale mentre il terzo, il Rondò – Allego, è altrettanto atipico nelle magnificenti strutture dialogiche tra il pianoforte e le sezioni orchestrali, da preannunciare il futuro romantico di questa forma.

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