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Mottarone: rimossa la cabina della tragedia

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Mottarone: rimossa la cabina della tragedia. Ce lo racconta Claudia Guasco in un articolo dell’edizione odierna del quotidiano Il Mattino.

Quando, alle 10.16 di ieri mattina, la gru volante Erickson S64 aggancia con il verricello una tonnellata e mezza di lamiere, Stresa rimuove il simbolo di uno psicodramma collettivo che va oltre la pietà per i 14 passeggeri morti (e un sopravvissuto, Eitan) il 23 maggio nello schianto della cabina numero 3 della funivia del Mottarone. «Almeno l’hanno portata via. Se ne è parlato fin troppo, ora possiamo ripartire», commenta di malavoglia il proprietario di un bar del centro.

«CERCHIO CHE SI CHIUDE» Chi sbarca nella perla del lago Maggiore viene accolto da cartelli Io amo il Mottarone, ma lo spirito che aleggia tra le vie del borgo punta al commerciale. L’aura della sciagura non è propizia al turismo, ora che i rottami vengono trasportati in un capannone, lontano dagli occhi e dai pensieri dei gitanti, il paese tira un sospiro di sollievo. Solo il titolare del ristorante Torino si fa prendere dall’emozione, dice che gli indagati «sono dei delinquenti, mia moglie ha pianto una settimana dopo la sciagura». La sindaca Marcella Severino, che ha visto arrivare al Comune già due richieste di risarcimento da parte dei famigliari delle vittime, posta un video del recupero e i cittadini commentano: «Tanti brividi, tanta commozione nel vedere queste immagini. Speriamo che ora le istituzioni e tutte le parti interessate, pubbliche e private, collaborino per ridare al Mottarone e alle comunità del territorio una prospettiva futura con un progetto concreto realizzabile in tempi certi». La prima cittadina promette che Stresa guarda avanti: «Per noi è un cerchio che si chiude. Adesso la magistratura farà il suo corso e il Mottarone, come giusto, pensa al futuro». A cinque mesi e mezzo dalla tragedia, l’elicottero solleva i pezzi sezionati della cabina e li porta al campo sportivo di Gignese, dove vengono caricati sui camion con destinazione Tecnoparco di Verbania. I problemi sorgono con il reperto cruciale: il cono che contiene la testa fusa, cilindro che collega il carrello della cabina alla fune traente. Il cavo si è conficcato in un abete, che i vigili del fuoco hanno segato e impacchettato al carrello per conservare intatte le prove. Ma una volta imballato non passa sotto un ponte ed è necessario chiudere l’autostrada per trasportarlo.

«MOMENTO SIMBOLICO» Ad assistere alle operazioni, il capo della Procura di Verbania Olimpia Bossi. «Nessuno di noi può dimenticare quella giornata. Tornare sul posto è un momento simbolicamente molto doloroso e difficile, perché ha riportato tutti noi indietro a quel 23 maggio – riflette – Non è vero che si è perso tempo o che si sta procedendo a rilento». È ciò che invece ritengono i legali degli indagati, undici persone tra cui il caposervizio della funivia Gabriele Tadini, l’unico ai domiciliari, il gestore Luigi Nerini e il direttore di esercizio Enrico Perocchio. Le difese elencano quanto fatto fin qui: tre rilievi dal 7 al 9 agosto, foto del disastro scattate il 23, riunione per esaminarle il 17 settembre, data per la rimozione della cabina fissata il 15 ottobre, effettivo spostamento l’8 novembre. L’udienza conclusiva dell’incidente probatorio è in calendario per il 16 dicembre, ma secondo gli avvocati è impossibile che per quella data siano pronte le perizie degli esperti. «Siamo preoccupati per la tempistica», afferma Marcello Perillo, difensore di Tadini. Tanto più che a gennaio 2022 andrà in pensione il gip Elena Ceriotti, che ha posticipato la domanda di congedo proprio per concludere gli accertamenti irripetibili. «Con il deposito delle perizie è necessario un tempo congruo per analizzarle – spiega Andrea Da Prato, legale di Perocchio – Ci auguriamo che l’uscita di scena del giudice non porti a un’innaturale accelerazione».

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