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Legge su Velia, Fausto Martino collaborò alla redazione della normativa: «Regione sbaglia a cancellarla, anche se è stata utilizzata male»

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Legge su Velia, Fausto Martino collaborò alla redazione della normativa: «Regione sbaglia a cancellarla, anche se è stata utilizzata male». Lo scrive Nicola Salati in un articolo dell’edizione odierna del quotidiano La Città di Salerno.

«Perché il Piano attuativo disposto dalla Legge su Velia non viene approvato dal Comune? Perché, se davvero il Piano consegnato non era idoneo, il Comune non si è opposto al decreto ingiuntivo? Perché non sono stati utilizzati i 9 milioni di euro che la legge aveva stanziato?». Sono alcune domande che si pone l’architetto Fausto Martino – ex dirigente del MiBAC che collaborò con Nino Daniele alla redazione della Legge n. 5/2005 – dopo che la Regione Campania, rispondendo a un’interrogazione del Codacons Cilento, ha comunicato che la legge sarà abrogata con l’entrata in vigore del piano paesaggistico regionale.

Architetto, cosa cambia?

La redazione del piano paesaggistico per tutte le zone vincolate è un obbligo a cui la Regione Campania avrebbe dovuto adempiere da anni. Ma è un piano di area vasta, cioè detterà indicazioni di larga massima che, a loro volta, dovranno, negli anni, essere declinate negli strumenti sottordinati, tra cui Puc e piani attuativi. Viceversa, la legge su Velia aveva già previsto la redazione di un piano di dettaglio che fosse tale da promuovere la qualità urbanistica, edilizia e paesaggistica di quell’ambito straordinario e ciò nondimeno degradato. Il piano paesaggistico regionale e il piano attuativo a tutela di Velia sono due strumenti collocati agli antipodi della scala della pianificazione e non sono fungibili.

Ma la Legge su Velia come è stata utilizzata fino a oggi?

Male. E, però, la legge ha avuto l’innegabile merito di rallentare il trend di accumulazione edilizia che, tra abusi, condoni, piani casa e concessioni in deroga, avrebbe avuto presto ragione del paesaggio di Velia. Ma è stata una funzione per così dire “limitativa”, perché le amministrazioni che si sono succedute non hanno saputo (o voluto) utilizzarne le potenzialità.

E che fine ha fatto questo Piano?

Per quanto ne so, dopo vicende tormentate su cui pure sarebbe il caso di accendere un riflettore, il Comune di Ascea commissionò la redazione del piano attuativo al gruppo di professionisti esterni “Ferrara Associati”, gruppo peraltro di provata esperienza, già incaricato della redazione del Puc (a proposito, che fine ha fatto?). Intorno al 2016, il piano attuativo è stato consegnato al Comune, tant’è che il gruppo che lo ha redatto, sollecitato inutilmente il pagamento delle competenze professionali, è stato poi costretto a chiedere l’emissione di un decreto ingiuntivo. E tuttavia, il piano non è oggetto di alcun atto che lo rendesse operativo, né tantomeno è stato pubblicato.

E nel caso il Piano fosse stato approvato cosa sarebbe successo?

La prima conseguenza è che la normativa del piano attuativo avrebbe sostituito, facendolo decadere, il vincolo di inedificabilità introdotto dalla legge regionale e che contro ogni decenza perdura da oltre 16 anni. E poi, avrebbe potuto avere inizio l’intensa attività di rigenerazione della zona urbana situata a ridosso della città di Elea-Velia, anche fruendo degli stanziamenti regionali. In definitiva, era questo l’obiettivo che doveva essere perseguito attraverso il piano.

Ma perché si paga un Piano che poi non viene attuato?

Beh, questo bisognerebbe chiederlo agli amministratori. E tuttavia è evidente che la Pubblica Amministrazione non può acquistare qualcosa che non vuole o non può utilizzare. Se lo facesse, si renderebbe responsabile di un danno erariale di cui dovrebbe rispondere alla Corte dei Conti. Come con i banchi a rotelle o la smart card vaccinale della regione Campania, entrambi costati milioni di euro ma inutilizzabili e dunque inutilizzati. Non va inoltre sottaciuto il danno, neanche quantificabile, inferto a tutti i cittadini che subiscono tuttora un vincolo di inedificabilità, nato come temporaneo, ma che è diventato definitivo. Che il piano non sia stato adottato perché non idoneo, sbagliato o carente? Non credo. Se così fosse, non si sarebbero dovute pagare le prestazioni rese dal gruppo di lavoro fino ad avvenuto adeguamento del lavoro.

E se il Piano non c’è cosa succede? Non si costruisce nulla?

Non è proprio così. Per non comprimere inutilmente ogni iniziativa di trasformazione del territorio, la legge faceva salva la possibilità di realizzare le opere pubbliche e quelle di interesse pubblico. In questi anni, abbiamo assistito al dilagare delle delibere con cui è stato riconosciuto l’interesse pubblico di varie iniziative private. Per carità, molte di queste possono davvero integrare la pubblica utilità, ma l’uso estensivo delle dichiarazioni di interesse pubblico ha svilito la finalità della legge che avrebbe voluto – nelle more del piano attuativo – evitare le trasformazioni che fossero tali da impedirne la concreta realizzazione. Poi, c’è da dire che i privati che non hanno potuto evocare alcun interesse pubblico delle loro pur legittime iniziative, sono rimasti al palo e si sono chiesti cos’hanno di diverso dagli altri.

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