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Alex uccise il papà violento, il pm: «Costretto a chiedere 14 anni di carcere»

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Alex uccise il papà violento, il pm: «Costretto a chiedere 14 anni di carcere». Lo scrive Giacomo Nicola in un articolo dell’edizione odierna del quotidiano  Il Mattino

«Costretto a chiedere 14 anni di carcere». La richiesta è stata formulata ai giudici della corte d’Assise di Torino dal pm Alessandro Aghemo per Alex Pompa, il ragazzo che, pochi mesi dopo aver compiuto 18 anni, ha ucciso il padre Giuseppe nella loro casa di Collegno per difendere la madre. «Sono costretto a chiedere una pena così elevata – ha aggiunto il pm – perché il dispositivo normativo mi impedisce di fare diversamente. Posso riconoscere solo le attenuanti della seminfermità mentale». Secondo l’accusa infatti non possono, per il codice, essergli concesse le attenuanti generiche prevalenti «nonostante abbia chiamato lui i carabinieri e confessato subito, perché ha l’aggravante di aver ucciso un congiunto».

LA NORMA «Sono costretto a chiedere 14 anni – ha ribadito in aula il pm Aghemo – applicando la sola riduzione della seminfermità, ma invito la Corte a tenere presente la concessione delle generiche quantomeno equivalenti all’aggravante, per la sua condotta processuale e per la provocazione comunque subita». Il magistrato ha poi invitato la Corte di Assise a sollevare una questione di legittimità costituzionale sulla norma che impedisce di concedere la prevalenza delle numerose attenuanti.
Da un lato c’è la vittima, che per anni ha costretto la sua famiglia a una vita «d’inferno» e di vessazioni. Dall’altro c’è un figlio che quella violenza l’ha vissuta sin da piccolo e che una sera, al culmine dell’ennesima lite, vedendo per l’ennesima volta il padre scagliarsi contro la madre, minacciarla, strattonarla, urlare ubriaco che avrebbe ucciso tutti, ha afferrato dei coltelli e ha ammazzato. E ci sono poi tanti altri aspetti da considerare in questa vicenda come ha evidenziato il pm. Quella di Alex sarebbe stata «una reazione spropositata». «Ha enfatizzato la situazione – ha aggiunto il pm – interpretando una minaccia, un pericolo, in realtà inesistente: ha ucciso il padre con 35 coltellate, usando sei diversi coltelli, fino a trovare quello giusto. Fino a spezzare la lama staccandola dal manico. Tutti i colpi erano diretti a zone vitali. Quindici fendenti sono stati inferti alla schiena, senza dargli possibilità di difendersi. Quando ha agito, Alex ha voluto commettere un omicidio». Colpa di una distorsione interpretativa, secondo l’accusa, da parte del giovane su quanto stava accadendo la sera del 30 aprile 2020, dopo una vita trascorsa in un clima di violenze domestiche e ossessiva gelosia da parte del padre. La prova è che «il fratello Loris non ha agito come lui» dopo che entrambi avevano sentito il genitore insultare la madre e averlo visto sbattere il telefono in faccia alla madre. Solo Alex aveva affrontato suo padre. «Ma la situazione non era così pericolosa, così completamente ingestibile» ha spiegato il pm.

LA PATOLOGIA La realtà percepita dal ragazzo era alterata dalla sua patologia, secondo la tesi dell’accusa, una sindrome post traumatica da stress per quella situazione di violenza e aggressività vissuta tutti i giorni. Tanto che è stato giudicato seminfermo di mente, «ma non totalmente incapace di intendere e di volere». Secondo l’accusa Alex Pompa ha dunque ingigantito la realtà. Alex invece aveva dichiarato che quella sera aveva iniziato a capire che il padre era diverso «già da come camminava in casa», temendo quindi che lui passasse all’azione. «Continuava a dire vi ammazzo. Quando l’ho visto andare in cucina, ho capito che l’avrebbe fatto davvero: ci avrebbe ammazzati – aveva detto in aula – Il mio istinto di sopravvivenza ha pensato solo ad anticiparlo». E ancora: «Ci fu una colluttazione fisica. Era incontrollabile. Diceva fatevi sotto, vi faccio a pezzetti. Vi troveranno in una fossa». Ma per il pm, tutti, compresi la mamma di Alex e suo fratello Loris, sono caduti in diverse contraddizioni e hanno fornito una descrizione di Giuseppe Pompa dipingendo un quadro di violenza eccessiva. «Era un uomo che aveva bisogno di cure, ma di certo non meritava di essere ucciso: non meritava di morire». Non importa se era un padre violento.

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