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QUELLA TRAGEDIA DI 111 ANNI FA A CETARA E MAIORI

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QUELLA TRAGEDIA DI 111 ANNI FA
Il 24 ottobre 1910 un violento nubifragio seminò lutti e rovine in Costiera: soprattutto a Cetara (111 morti!) e a Maiori (fu devastato il rione Casa Imperato dalla furia del torrente Lama: venti, le vittime), Minori (3 morti).
Sui luoghi del disastro arrivò, qualche giorno dopo, il re Vittorio Emanuele.
Un’idea di quello che successe me la faccio leggendo una cronaca dell’epoca. Si riferisce ad Amalfi, che neppure fu risparmiata dal terribile uragano: “mentre più rombavano le frane, seppellendo orti e gualchiere, il torrente ha invaso le strade, allagandone tutte le case e si è precipitato nel paese dall’unica uscita che gli si offriva, l’oscuro androne a volta che vi è di fianco. Sotto questo androne si aprono delle porte di magazzini dove erano depositati tutti i prodotti delle prossime cartiere. La furia dell’uragano ha sfondato le porte, ha allagato i magazzini, ha distrutto tutto, ha sprofondato i pavimenti, ha abbattuto i muri, ha ammucchiato dovunque due o tre metri di fango, di sassi, di sterpi, di tronchi. Il segno del torrente melmoso è palese sino alla sommità dell’arco, sotto cui non si passa tale è l’ingombro depositatovi dal torrente. Si sprofonda nel fango, si inciampa nei tronchi, si urta il capo nella volta. Dagli orti vicini masse di fango hanno invaso i piani superiori delle case, hanno travolto e sotterrato il mobilio, sfondato i soffitti. La gente ha fatto a tempo a fuggire. Sola una donna, una vecchia paralitica, è rimasta affogata nel fango, nel suo letto, in fondo ad una vecchia bottega. E più si prosegue, più la strage continua: brutale, feroce, sconcia, come una profanazione. Strage di tranquilli verzieri, di giardinetti malinconici, di vecchi muri, oscuri, scrostati, rivestiti di tremule verdure umide: la distruzione più su di interi caseggiati, che dalle squarciature delle muraglie e dai buchi oscuri delle porte scardinate mostrano lo strazio interno, grandi stanzoni di fabbriche di carta dove tra le pile di pacchi fangosi, i vecchi torchi pare alzino le lunghe braccia in gesti disperati.”
Altrettanto drammatico il racconto di un testimone, l’ingegnere Santolo Camera: “La piccola piazza del Duomo era invasa da gente che gridava correndo in tutte le direzioni, sbucante da tutti i caratteristici vicoletti. I più correvano verso la spiaggia quasi a trovarvi scampo, altri si rifugiavano nella vasta cattedrale per implorare aiuto da S. Andrea, il venerato patrono degli amalfitani. Ma a misura che l’uragano cresceva d’intensità quei pochi che in quell’ora triste seppero conservare un po’ di calma, intuirono l’altro immenso pericolo che minacciava Amalfi. Corsero a ‘Porta Ospedale’ e s’avvidero che il ‘Canneto’, essendosi ostruito il grosso condotto sotterraneo, che conduce il torrente attraverso la città fino al mare, per l’enorme quantità di macigni, di alberi, di sterpi, di terra, trascinati dalla furia delle acque e delle frane, minacciava di straripare e d’invadere l’abitato… Le strade, le casette laterali, la piazza del Duomo furono spazzate in un baleno e la fiumana fangosa avanzandosi terribile come un’onda di mare in tempesta, agitando nei suoi vortici enormi tronchi d’albero, trascinando con enorme fracasso ciottoli, piante di agrumi, tavole, suppellettili, avanzi di case, di opifici, di giardini distrutti, allagò botteghe colmandole di terriccio, sfondò porte e soffitti, divelse muri, fece crollare delle volte, ovunque arrecando danni incalcolabili, fra l’incessante scrosciare della pioggia, fra il fragor dei tuoni e l’urlo disperato della gente…”.

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