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Premio Penisola Sorrentina intervista al Maestro Ramin Bahrami

Sorrento (NA) Il Maestro Ramin Bahrami sarà uno dei premiati di questa sera al Teatro “Tasso” (sez. Premio Internazionale “Cinema e Bach”), pianista iraniano, è considerato uno dei più interessanti interpreti di Bach al pianoforte. Il M° Ramin Bahrami fu costretto a lasciare Teheran  dopo la caduta dello dello scià e l’avvento del regime del Ruhollah Khomeyni a seguito della Rivoluzione iraniana. Suo padre Paviz, ingegnere dello scià, fu incarcerato sotto l’accusa di essere oppositore del nuovo regime (morì poi in carcere nel 1991). La sua famiglia fu costretta a emigrare in Europa quando lui aveva 11 anni. L’intenzione era quella di recarsi in Germania (a Stoccarda, dove attalmente il Maestro risiede), patria di origine della nonna paterna, ma il primo Paese che lo accolse fu l’Italia, grazie a una borsa di studio donatagli dall’Italimpianti. Da rifugiato, Bahrami studiò pianoforte e si diplomò con Piero Rattalino al Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano. Approfondì gli studi all’Accademia Pianistica Internazionale “Incontri col Maestro” di Imola e con Wolfgang Bloser alla Hochschule für Musik und darstellende Kunst di Stoccarda. Da allora in poi, si sono susseguite numerose esibizioni presso le maggiori istituzioni musicali d’Italia, teatri, stagioni e prestigiosi festival internazionali. Questa in estrema sintesi la biografia dell’ospite della kermesse sorrentina, che ho avuto l’onore d’intervistare. Ieri sera, il Maestro Ramin Bahrami, accolto dal Direttore artistico Mario Esposito, nonostante un viaggio lungo e tribolato da Stoccarda a Pesaro per poi giungere a Sorrento, devo sottolineare che alla richiesta di un’intervista non si è sottratto anzi con molta gentilezza e simpatia si è reso protagonista di una interessantissima chiacchierata.
Buonasera Maestro e benvenuto a Sorrento, è la prima volta per Lei in Penisola sorrentina?
– Buonasera e grazie dell’invito. No, ho avuto la fortuna di suonare più volte al Festival di Ravello. Devo confessarle che adoro quel borgo della Costiera amalfitana, anzi quando il mio percorso su questa terra si concluderà mi piacerebbe essere seppellito a Ravello, capisco perfetamente perché anche Wagner l’amava.
Mi chiedevo, da sorrentino…
– Sorrentino è bello, suona come persiano.
– (ridiamo N.d.A)
Mi chiedevo da “sorrentino” se avesse a disposizione un pianoforte su “una terrazza davanti al Golfo di Surriento”, cosa suonerebbe in onore di questa città?
– A proposito di posti originali dove ho suonato, mi ha fatto venire in mente che una volta ho suonato su una montagna, trasportarono il piano con un elicottero, cosa non si fa per Bach? Ritornando alla sua domanda, la risposta è: le Variazioni Goldberg, senza ombra di dubbio, Sorrento merita questo capolavoro.
Passiamo al pianoforte, ricordo che Rosalyn Tureck una volta disse che la testiera più adeguata per suonare Bach è quella del pianoforte moderno, è d’accordo e perché?
– Assolutamente Sì. Le posso dire con orgoglio che ho avuto la fortuna di avere due, tre lezioni dalla Signora Tureck. Forse a mio avviso è una delle più grandi interpreti della musica bachiana. Quando ho suonato per la Tureck ricordo che lei mi diceva proprio questo “che lo strumento più adeguato per trasferire tutta la bellezza di Bach a una platea numerosa è il pianoforte, perché il clavicembalo non ha né la varietà timbrica né la vitalità che possiamo ottenere da pianoforte a coda di costruzione contemporanea.
Le chiedo di un altro gigante Vladimir Horowitz, una sua opinione.
– Horowitz era, anzi è, perché non è morto per me. Anzi non ha mai smesso di suonare, suona ancora oggi. Horowitz è il poeta più grande della Storia della musica. Era un pianista geniale, perverso, diabolico, aveva tutte le qualità buone e cattive raggruppate insieme messe al servizio della musica e del pianoforte. Come suonava lui, anche come “sporcava” lui, era “sporcare” da genio. Non ci sarà mai più un altro Horowitz.
Maestro, lei è conosciuto non solo per i successi musicali pubblicati dalla Decca Rocords, ma anche per alcuni testi, editi da Mondadori e dalla Bompiani, ricordo su tutti “Come Bach mi ha salvato la vita” e “Nonno Bach – La musica spiegata ai bambini” che mi permetta, è molto utile oltre che bello, in un Paese come il nostro che ha una grande tradizione musicale ma trascura la diffusione della cultura musicale alta tra i più piccoli. Mi perdoni la divagazione, ha qualcosa in cantiere in campo letterario?
Sì, anzi le darò un’anteprima. Il 4 novembre uscirà nelle librerie italiane una mia Storia della Musica Persiana, per la prima volta in lingua italiana, edita da “La Nave di Teseo”, è la prima volta che pubblico per questa casa editrice e sono contento di pubblicare per la casa editrice di Elisabetta Sgarbi.
La musica persiana? Straordinario! Le sarà costato molta fatica, e poi, mi permetta, per le fonti, in questo momento di pandemia, come ha fatto?
– Ah, le devo confessare un’altra cosa, il genio della famiglia Rahmani non sono io, ma mio nonno Mehdi Rahmani, che per me è paragonabile a Béla Bartòk, rimanendo nel campo musicale. Mio nonno è stato un grande archeologo. Da studente ebbe una borsa di studio dallo Scià che gli permise di trasferirsi a Parigi per studiare alla Sorbona. Nella vasta biblioteca dell’Università più importante di Francia conobbe mia nonna. Adesso le parlo anche di una storia d’amore, nata in mezzo ai libri di archeologia della Sorbona; l’innamoramento tra una bella e nobile ragazza tedesca dagli occhi blu, Anne Frieda Metter, mia nonna, e un fascinoso e geniale scienziato e archeologo persiano, Mehdi Rafmani. Un amore bello ma breve. Mio nonno è morto che aveva 40 anni, purtroppo all’epoca non era stata inventata la penicillina, ma comunque è stato autore di quasi quaranta pubblicazioni. Ed è grazie a queste fonti che sono riuscito ad approfondire la storia della musica persiana. Ho studiato anche le foto (ormai è tutto digitalizzato, grazie anche agli studi che mio nonno portò avanti negli anni ’30. Si può “interpretare” il disegno su di un reperto di settemila anni fa, stando comodamente seduti a casa). La musica persiana, parlo di quella prima dell’avvento dell’Islam, è la musica indoeuropea per eccellenza. In Persia la musica è sempre stata oggetto di studio sia come arte sia come scienza, visto che era considerata “scienza matematica”. Uno degli elementi più importanti della musica persiana prima dell’Islam era l’attenzione alla religione zoroastriana. Erodoto scrive: i Persiani per donare al loro Dio non praticavano il sacrificio, non accendevano il fuoco sacro, però uno dei loro sacerdoti intonava un inno religioso*” (*inni di Zaratustra detti “ghata” N.d.A.). Ho avuto modo di approfondire lo studio della musica anche grazie alla lettura di “Also sprach Zarathustra” di Nietzsche, che erroneamente alcuni considerano lontano dall’intuire il mood di quella musica antica. Comunque sia, è stato un lavoro difficile e immane. Non ho la pretesa di avere scritto la verità sulla musica persiana prima dell’Islam, ma come musicista persiano, conoscitore della cultura orientale e occidentale penso di aver fatto un lavoro attendibile.
Sarà un libro interessantissimo, non vedo l’ora di leggerlo, ma a proposito del suo Bach, c’è qualche legame con la musica persiana?
– C’è, eccome. Per esempio, pochi giorni fa ho inciso le “Sonate per violino e pianoforte” di Bach con un bravissimo violinista italiano con uno Stradivari meraviglioso, e la cosa che su cui riflettevo con il collega, mentre registravamo, era che alcuni temi di Bach ricordano appunto antiche canzoni persiane, più che come linea melodica come storia, come magnificenza di carattere. C’è un sentimento che è maestoso. Che poteva esserci solo nella Persia antica non in quella contaminata dall’Islam.
A proposito del riconoscimento che riceverà qui a Sorrento le chiedo di Pasolini e del suo rapporto con Bach.
– Sono rimasto folgorato dalle immagini di “Accattone” prima e del “Vangelo secondo Matteo” poi. La scelta di Pier Paolo Pasolini di ricorrere alla musica di Bach per il commento sonoro dei due film è magnifica. La religiosità della musica di Bach, parlo di quella della “Passione secondo Matteo”, si sposa perfettamente con il linguaggio cinematografico pasoliniano presente in questi due capolavori.
Infine, ricordo che nel libro a “A grandezza naturale” di Erri De Luca (Feltrinelli), che lo scrittore napoletano dedica alla figura del padre, racconta, tra le altre, la storia di Marc Chagall, che dipinge un quadro del padre a “ a grandezza naturale”. Zakhàr Chagall, il povero venditore di aringhe è ritratto così  per rendergli omaggio. Mi viene in mente, scusi il volo pindarico. Lei che, appresa la notizia della morte di suo padre, si mette al piano e suona Schubert, come se con quella solo con quella musica potesse rendere omaggio a suo padre. Come se Schubert le permettesse di dipingere con le note musicali un quadro a grandezza naturale in memoria di Paviz Bahrami, ma perché proprio Schubert e non Bach?
– Perché per i dolori così profondi, così privati la musica di questo grandissimo compositore è la più adatta. Mio padre era per metà tedesco e per metà persiano, un uomo molto sentimentale e la musica di Schubert si legava perfettamente a lui. La musica di Bach invece la sceglierei per una preghiera a Nostro Signore.
Di Luigi De Rosa
Ringrazio il Direttore Artistico Mario Esposito per l’ospitalità, il Maestro Ramin Bahrami per l’interessantissima conversazione.

Generico ottobre 2021
Ramin Bahrami, pianista.

Info Premio Penisola Sorrentina : http://www.premiopenisolasorrentina.com

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