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“I calchi di Pompei. Da Giuseppe Fiorelli ad oggi”. Presentazione a Pompei

Giovedì 28 ottobre – ore 16,30 Auditorium Scavi di Pompei.
Il Direttore Generale dei Musei del MiC, Massimo Osanna, presenterà insieme ad Annalisa Capurso e Sara Matilde Masseroli il volume “I calchi di Pompei. Da Giuseppe Fiorelli ad oggi”. L’opera curata dall’ex direttore del Parco Archeologico di Pompei, insieme alle due studiose, rappresenta la prima vera analisi scientifica di una vera e propria collezione – quella dei calchi pompeiani – da sempre oggetto della più attenta curiosità di ogni visitatore. Il volume – diviso in tre sezioni (Archeologia e vulcanologia; Indagini diagnostiche e restauro; L’esposizione) con un esauriente Catalogo di tutti i calchi realizzati visibili ancora oggi o dispersi – raccoglie numerosi contributi di vulcanologi, archeologi, antropologi in una visione multidisciplinare che appare come ineludibile per chi oggi vuole percorrere le strade della conoscenza del nostro passato.

Generico ottobre 2021

Generico ottobre 2021

Nell’ambito del Grande Progetto Pompei, oltre alle improcrastinabili attività di documentazione e messa in sicurezza delle strutture della città antica nonché al restauro di numerosi edifici, è stato intrapreso anche un sistematico lavoro di ricognizione, catalogazione e studio dei manufatti conservati nei vari depositi distribuiti all’interno del Parco Archeologico e in numerose domus, utilizzate come provvisori magazzini. L’attenzione agli oggetti, alla loro materialità, alla loro biografia, non poteva non includere i famosi calchi delle vittime, una “collezione” unica che, strano a dirsi, nonostante celeberrima, non era mai stata oggetto di uno studio sistematico.

Il progetto intrapreso nel 2014 è stato preliminarmente indirizzato ad un intervento di restauro. I calchi infatti, a parte singoli interventi di restauro avvenuti in occasioni (non documentate) in cui erano stati oggetto di traumi, non erano mai stati interessati da un progetto sistematico che partisse dalla loro materialità. Non era noto neppure il numero esatto dei calchi realizzati e preservatisi sino ai nostri giorni. La maggior parte degli studi si era limitata ad un approccio meramente bibliografico che non teneva conto di tutto il potenziale informativo insito in questa straordinaria “collezione”. Ovviamente per procedere al restauro si è innanzitutto portato avanti un complessivo censimento di tutti i calchi e frammenti di calchi distribuiti in maniera poco coerente all’interno degli spazi fruibili del parco o in depositi più o meno organizzati. Parallelamente è stata effettuata una sistematica ricerca di archivio in modo da reperire quanto disponibile di una documentazione mai raccolta in maniera sistemica. Una volta terminata la complessa ricognizione e raccolto tutto il materiale documentario disponibile si è proceduto a elaborare il progetto di restauro che ha interessato tutti i calchi reperiti, considerandone stato di conservazione, dinamiche di degrado, analisi osteologica e della composizione del materiale usato per realizzare la forma.

Come era prevedibile, le scoperte e le nuove acquisizioni sono state numerose. I dati riguardano tanto la biografia delle vittime (grazie alle radiografie effettuate e alle analisi del DNA), il loro aspetto, status, salute, ecc., fino alle dinamiche della morte; quanto la tecnica di realizzazione dei calchi, le variazioni nella composizione del gesso utilizzato, il trattamento riservato alle ossa al momento della creazione della forma. Dati interessantissimi vengono ad esempio dall’analisi del materiale impiegato nella realizzazione, soprattutto se considerato nella diacronia, nella lunga durata della pratica, tra 1863 e oggi. Non siamo di fronte ad una evoluzione e un progressivo perfezionamento della tecnica, quanto piuttosto al contrario: i calchi del XIX secolo sono generalmente migliori di quelli del XX secolo, e in particolare di quelli realizzati nel dopoguerra. I materiali utilizzati erano migliori: si passa da un alabastro di notevole qualità e particolarmente puro dei primi calchi ad una composizione che conosce l’impiego della scagliola prodotta industrialmente, a partire dallo scorcio dell’800. Materiale assai più economico e scadente verrà progressivamente utilizzato e in particolare nel dopoguerra, dando vita a realizzazioni decisamente meno plastiche e rispondenti all’originaria impronta lasciata nella cenere indurita: il gesso edilizio di bassa qualità fa perdere infatti fedeltà all’impronta, che in più casi risulta rimodellata. Negli anni ’80 del XX secolo si utilizzerà infine anche il cemento, facendo seguito ad un impiego pervasivo della materia nelle pratiche di cantiere: si realizzano così manufatti assai pesanti e allo stesso tempo più fragili.

Il presente volume rappresenta dunque la prima disamina complessiva e sistematica dei calchi pompeiani, di cui è ora possibile seguirne le vicende a partire dalla prima scoperta avventurosa e singolare, e per tutta la loro storia scandita da peregrinazioni da un luogo all’altro, tra disastri bellici, scomparse e riapparizioni, che si svolge nel corso della “seconda vita” di Pompei, tra l’inverno 1863 ed oggi. Come ormai consuetudine consolidata a Pompei, si è deciso di intraprendere un progetto di edizione che rispondesse all’approccio utilizzato nel corso della ricerca e del restauro, ossia una raccolta di saggi multidisciplinare, coinvolgendo nel lavoro archeologi, antropologi fisici, vulcanologi, archeobotanici, archeozoologi, restauratori, architetti, informatici, radiologi, medici, nella consapevolezza che una materia così complessa non potesse che essere approcciata con un team di specialisti di diversi settori disciplinari invitati a dialogare costantemente sui vari aspetti che le rinnovate analisi e gli interventi di restauro portavano alla ribalta.

Il Grande Progetto Pompei ha rappresentato l’avvio di un generale ripensamento dei modelli di gestione e fruizione del sito archeologico. È stata tracciata una strada finalizzata ad individuare le metodologie e le attività necessarie per procedere al passaggio dalla straordinarietà a un’attività conservativa costante e programmata. Il monitoraggio del sito e la sua manutenzione rappresentano condizioni imprescindibili per la sua tutela, e questa andrà perseguita sistematicamente nei prossimi anni, ma al contempo bisogna continuare con la ricerca sistematica. Riteniamo che questo rappresenti una condizione imprescindibile per la trasmissione di un inestimabile patrimonio alle future generazioni. Per fare questo non è possibile tra lasciare aspetti fondamentali come la ricerca, l’approfondimento della conoscenza, la sperimentazione delle tecnologie di intervento, last but not least la comunicazione e la divulgazione dei saperi e delle conoscenze. Con questo lavoro sui calchi si assolve ad un debito scientifico fondamentale. Quello che resta da fare è definirne luogo di deposito e esposizione permanente, che risponda alle esigenze di conservazione di un patrimonio tanto importante quanto fragile.

L’ERUZIONE PLINIANA DEL  VESUVIO DEL  79 D.C.UNIPOTESI INTERPRETATIVA IN MERITO  ALLA  MORTE DEI 
POMPEIANI   Giuseppe Mastrolorenzo
INTRODUZIONE
Il Vesuvio è divenuto il vulcano più noto al mondo, lo stereotipo del vulcano, proprio a seguito della scoperta delle città romane di Pompei, Ercolano e Stabia, sepolte dalla cenere e dai lapilli prodotti dall’eruzione del 79 d.C. Per la scarsissima documentazione storica disponibile su questa eruzione, descritta esclusivamente nelle due lettere di Plinio il Giovane a Tacito, l’evento aveva destato solo un modesto interesse da parte dei contemporanei e nei secoli successivi, fino ai primi ritrovamenti archeologici del XVIII secolo. Da allora, e con il progredire dei rinvenimenti, le ricerche archeologiche e naturalistiche sull’eruzione vanno di pari passo con il miglioramento delle tecniche di scavo e di indagine scientifica; in un periodo storico nel quale sia l’archeologia, sia la geologia iniziano a delinearsi come specifici ambiti di ricerca, e la diffusione delle conoscenze diventa sempre più tempestiva su scala mondiale. Nella comprensione della catastrofe è possibile individuare alcuni momenti distinti. Per i contemporanei, e nel corso dei secoli successivi all’evento e fino alla riscoperta delle città sepolte, la percezione della reale natura della fenomenologia vulcanica e della sua entità era certamente molto vaga. Ciò a causa della quasi assoluta assenza di conoscenze scientifiche e di esperienze dirette di eventi simili. Al più, per immaginare i fenomeni responsabili della totale devastazione del territorio vesuviano si poteva fare riferimento ad atre eruzioni, molto più modeste, di vulcani in aree popolate, quali l’Etna, le isole Eolie, o lo stesso Vesuvio, peraltro poco attivo almeno dall’età tardo-antica al 1631, quando si verificherà una eruzione sub-pliniana che inaugurerà un periodo di frequente attività eruttiva che continuerà fino all’ultima eruzione del marzo 1944. Pertanto, la percezione della catastrofe narrata da Plinio il Giovane doveva risultare perlomeno confusa. Successivamente, con la riscoperta delle città sepolte da spessori di ceneri, lapilli e tufi, di metri o decine di metri, si percepiva, per la prima volta nella storia, quale potesse essere la reale entità di una catastrofe vulcanica.
Ma, in realtà, eruzioni esplosive analoghe, o anche maggiori rispetto a quella del 79 d.C., sono comuni nella storia geologica dei vulcani esplosivi a livello planetario e sono documentate anche nella stratigrafia relativamente recente degli ultimi millenni. Tali catastrofi, pur frequenti sulla scala dei tempi geologici, sono raramente avvenute in aree popolate o comunque in tempi storici. Ma proprio tra il XIX e l’inizio del XX secolo, eruzioni esplosive catastrofiche, quale quella del Tambora nel 1815, del KraKatoa nel 1883, in Indonesia, della montagna Pelee nella Martinica nel 1902, rivelano drammaticamente, e con ampia diffusione mediatica, le fenomenologie fisiche, la portata e le conseguenze sugli insediamenti umani e sull’ambiente, di violente eruzioni esplosive. Solo dall’esperienza di tali eventi osservati e documentati direttamente, si cominciava a comprendere in modo più chiaro la catastrofe del 79 d.C., per semplice analogia con disastri più recenti. Ma, ancora fino agli inizi degli anni settanta del secolo scorso, a fronte dei notevoli progressi nelle scienze geologiche, non sono ancora chiari i reali meccanismi eruttivi e deposizionali delle eruzioni pliniane, pertanto l’interpretazione della stratigrafia vulcanica dell’eruzione del 79 d.C. resta ancora vaga e controversa. Solo con i nuovi modelli vulcanologici sviluppati nel corso degli anni ’80 e ’90, sulla base di studi di eruzioni, quali ad esempio quella del Mount St. Helens nello Stato di Washington nel 1980, o quella del Pinatubo nelle Filippine nel 1991, nonché di simulazioni fisiche e numeriche, si poteva pervenire finalmente a una definizione più rigorosa e quantitativa dei meccanismi associati alle diverse fenomenologie ricorrenti nelle eruzioni esplosive in generale, e pliniane più specificamente. 
Ancora più recente, e riconducibili a ricerche svolte a partire da meno di un ventennio, è la comprensione degli effetti sulle strutture, sulle persone e sugli animali, della catastrofe del Vesuvio, drammaticamente confermata da analoghe fenomenologie, da eruzioni disastrose recenti, quale quella del Monserrat nel 1997 nelle Antille e del Merapi a Giava nel 2010. Congiuntamente alle conoscenze acquisite dallo studio diretto di eruzioni recenti, con potenti mezzi di indagine, le ricerche sull’eruzione di Pompei e sulle altre catastrofi del Vesuvio avvenute millenni prima, hanno una determinante ricaduta in termini di valutazione di pericolosità vulcanica e di rischio a livello mondiale. Questo, in particolare, nell’area napoletana, abitata da oltre 3 milioni di persone, che in qualsiasi momento ed anche con preavviso solo modesto potrebbero essere esposti a una nuova catastrofe.
LERUZIONE
Proprio in riferimento all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., con il termine “pliniana” in vulcanologia si indicano eruzioni esplosive caratterizzate dallo sviluppo di colonne convettive sostenute, di gas e materiale piroclastico, che raggiungono quote stratosferiche e producono dispersione di cenere e lapilli su aree di migliaia di chilometri quadrati. In questa categoria di eruzioni, volumi di magma, dell’ordine di qualche miliardo di metri cubi, vengono espulsi dal condotto vulcanico in eventi della durata compresa fra qualche ora e qualche decina di ore a flussi di massa, valutabili da decine a centinaia di migliaia di tonnellate al secondo. A fronte di queste caratteristiche comuni a molte eruzioni avvenute nella storia geologica di vulcani esplosivi studiati a li-vello planetario, nell’ambito di una singola eruzione, si possono osservare diverse e peculiari fenomenologie. Tra le più ricorrenti, sono documentate, transizioni da condizioni di colonna convettiva sostenuta a fasi di collasso della colonna.
Conseguenza di queste transizioni è il passaggio da fenomenologia di trasporto atmosferico del materiale piroclastico ad opera dei venti dominanti e deposizione per caduta (fallout)a trasporto per flusso gravitativo (pyroclastic flow e pyroclastic surge). Queste transizioni si riflettono in differenze sostanziali nella struttura e tessitura dei depositi piroclastici accumulati al suolo dalle diverse fasi dell’eruzioni. Nel corso degli ultimi decenni, attraverso l’osservazione diretta di eruzioni e ricerche sui processi di trasporto e deposizione, anche utilizzando simulazioni in laboratorio e modellistica numerica è stata acquisita una adeguata conoscenza sulle correlazioni tra meccanismi eruttivi e deposizionali e caratteristiche dei depositi. In tal modo, dall’analisi delle sequenze stratigrafiche è possibile non solo definire la fenomenologia eruttiva, ma anche ricavare i valori di alcuni parametri che controllano le condizioni fisiche e chimico-fisiche, relative alle diverse fasi del processo eruttivo e deposizionale. Utilizzando tali approcci, diversi gruppi di ricerca hanno raggiunto risultati in gran parte concordanti sulla successione dei meccanismi eruttivi e degli eventi nel corso dell’eruzione del 79 d.C. e hanno fornito uno schema di riferimento per le unità eruttive e deposizionali, nonché delle loro correlazioni stratigrafiche, che può essere considerato ancora valido anche alla luce delle successive ricerche e dello studio di nuovi scavi.
La sezione di Oplonti può essere considerata tra le più complete della formazione piroclastica del 79 d.C. La colonna stratigrafica tracciata da Sigurdsson riporta tutte le unità deposizionali principali corrispondenti alle diverse fasi dell’eruzione, caratterizzate da differenti processi di trasporto e di deposizione del materiale piroclastico. In estrema sintesi, l’integrazione tra le stratigrafie rivelate, nei siti di Ercolano, Oplonti, Pompei, Boscoreale e Stabia, evidenzia come la sequenza eruttiva del 79 d.C. comprenda una prima fase associata ad una colonna sostenuta convettiva di cenere e gas (colonna pliniana), responsabile del trasporto e della deposizione al suolo di lapilli, prima bianchi e poi grigi, per uno spessore che nell’area di Pompei è dell’ordine di circa due metri e mezzo. Questa è seguita da una seconda fase di alternanza fra brevi episodi di colonna sostenuta e di collasso, responsabile della deposizione di flussi gravitativi (pyroclastic flow-pyroclastic surge ), che nella sezione tipo Oplonti consiste in 6 unità cineritiche da pyroclastic surge  alternate a livelli di lapilli. La sequenza eruttiva generale è registrata da successioni stratigrafiche differenti nei vari siti studiati in relazione alla loro posizione rispetto al centro eruttivo. Le differenze più evidenti riguardano il sito di Ercolano posto a sud-ovest rispetto al probabile centro eruttivo del 79 d.C. (corrispondente verosimilmente all’area attualmente occupata dal Grancono del Vesuvio). A Ercolano, infatti, risultano praticamente assenti i depositi prodotti dalla prima fase eruttiva e costituiti dalle pomici bianche e grigie, mentre sono enormemente sviluppati i depositi prodotti dalla seconda fase, costituiti dall’alternanza di 6 unità da pyroclastic surge  e altrettante unità da pyroclastic flow. Tale principale diversità tra i siti è dovuta alle diverse modalità eruttive e deposizionali tra la prima e la seconda fase dell’eruzione. I

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