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Torre Annunziata, nuova faida di camorra dietro l’omicidio Immobile davanti al sagrato della Chiesa

Torre Annunziata, nuova faida di camorra dietro l’omicidio Immobile davanti al sagrato della Chiesa. Sconvolge la Campania l’ultimo omicidio avvenuto a Torre, città famosa per le inchieste di Giancarlo Siani, evidentemente non hanno portato a nulla,  se Torre continua a essere il centro con la maggior percentuale di condannati per reati legati alla criminalità organizzata in Italia, a parlarne il suo quotidiano, il Mattino di Napoli, con le prestigiose firme di Dario Sautto e Leandro del Gaudio

Dario Sautto
L’esplosione di una faida di camorra con più protagonisti e l’ombra di un nuovo clan in ascesa. Uno scenario inquietante, che vede Torre Annunziata divisa in diversi piccoli «Fortapàsc» contrapposti e pronti a farsi la guerra. Questo è quanto emerge dopo le diciannove ore di sangue vissute tra le 18 di sabato e le 13 di domenica. Due agguati a stretto giro e alla luce del sole: prima il ferimento di Michele Guarro, 57 anni, affiliato alla vecchia guardia del clan Gionta, conosciuto con il soprannome «batti le manine», esattore del pizzo per i «valentini» che ha scontato una pena definitiva per estorsione; poi, all’esterno della chiesa di Sant’Alfonso, i sicari hanno ammazzato Francesco Immobile, 35 anni, pregiudicato per spaccio di droga, nipote del killer «giontiano» pentito Michele Palumbo, ma sposato con la figlia di Nicola Malvone (affiliato ai Gallo-Cavalieri) che è anche nipote di Francesco Gallo, alias «’o pisiello», il boss detenuto al 41-bis che prestò la sua villa per girare le scene di Gomorra. Le indagini, coordinate dalla Direzione distrettuale Antimafia (aggiunto Rosa Volpe, sostituti Ivana Fulco e Valentina Sincero), sono condotte dai poliziotti del commissariato di Torre Annunziata (dirigente Stefano Spagnuolo, vicequestori Luigi Autiero e Manuel Bruno) insieme alla Squadra Mobile di Napoli, e si concentrano su quell’intreccio di parentele tra Gionta e Gallo-Cavalieri, e in una possibile recrudescenza della vecchia faida di camorra interrotta dalla pace armata siglata dai due clan nel 2014.
LE PARENTELE
Una possibile epurazione interna o vecchi rancori tra famiglie delle due cosche, sono solo due delle ipotesi degli investigatori, che al momento hanno deciso di mettere da parte la pista del classico botta e risposta: Guarro e Immobile non avrebbero mai avuto punti di contatto tra loro. Non è escluso, però, che Immobile sia stato ucciso nell’ambito di un «assalto» ai vecchi clan da parte dei due clan emergenti di Torre Annunziata, due gruppi di giovani leve ed ex rampolli che si sono messi in proprio, partendo dai rioni dello spaccio. Al Parco Penniniello, pur se notevolmente indebolito lo scorso anno dal blitz congiunto di polizia e carabinieri, era nato il «quarto sistema» attorno alle famiglie Balzano (detti e sauriell) e Scarpa (i nipoti Cherillo), storici rivali dei Gionta. E ancora, nelle scorse settimane, nei vicoletti del centro storico tra la Provolera, il rione Murattiano e il Quadrilatero delle Carceri, l’escalation di stese, bombe e agguati falliti ha portato quasi sempre la «firma» di una gang di giovani delinquenti che si autodefiniscono il «gruppo dei pedofili», una banda armata formata da parenti di ex affiliati ai clan di zona e figli di spacciatori detenuti, cresciuti a pane e Gomorra. Un gruppo di aspiranti camorristi, che hanno scelto un nome di battaglia a dir poco inquietante, che nelle ultime settimane si rincorrono tra i budelli dei rioni dello spaccio e sui social.
L’ESECUZIONE
Tutto ciò avviene a Torre Annunziata, comune con 40 beni confiscati alla camorra mai riutilizzati, la città in Italia con il più alto tasso di detenuti condannati per associazione di tipo mafioso (346 persone, quasi l’1% dei residenti): lo ha ricordato ieri il prefetto Marco Valentini durante un incontro con il «Comitato di liberazione dalla camorra e dal malaffare», nato la settimana scorsa dall’iniziativa delle diverse associazioni civiche impegnate nel sociale e nell’affermazione della legalità. Di certo, Immobile non era considerato un «pezzo da novanta», né un classico affiliato al clan Gallo-Cavalieri, ma un «soldato», tra l’altro tornato in libertà lo scorso luglio dopo tre anni ai domiciliari per spaccio di droga. Eppure è stato ammazzato come un boss, in una piazza affollata, di domenica mattina, all’esterno di una chiesa, a due passi da casa sua. Rincorso da un killer armato di una pistola calibro 7,65 (forse una Beretta), mentre un complice attendeva addirittura con una mitraglietta Skorpion, come racconta l’unico testimone che finora ha fornito qualche dettaglio agli investigatori e la cui versione è al vaglio. I sicari non si sono fermati davanti al monumento per le vittime innocenti di camorra, né davanti alla croce monumentale che domina il piazzale, e davanti alla quale è stato esploso l’ultimo degli undici proiettili. Immobile è morto durante il trasporto in ospedale. Il 35enne potrebbe essere la prima (si spera l’ultima) vittima di una pericolosa faida, scoppiata tra vicoli e palazzoni, tra degrado e ignoranza, dove è più facile comprare una pistola che trovare un libro, dove la camorra resta uno cattiva abitudine impossibile da cancellare solo con la repressione.
Leandro Del Gaudio
Lo aveva visto passeggiare in quella piazza appena pochi istanti prima che arrivassero i killer. Era lì, suo marito, sotto i suoi occhi, che – dalla porta di casa -, come ogni domenica mattina, si godeva lo struscio prima del pranzo. Poi è tornata in casa, quando nulla lasciava immaginare un colpo tanto plateale, e ha fatto appena in tempo ad affacciarsi sul piazzale, per trovarsi di fronte uno spettacolo di dolore e desolazione: il marito, il 35enne Francesco Immobile, era lì a terra, riverso nel suo sangue. Attorno alla sagoma dell’uomo, il nulla. Un grande vuoto, inedito per chi conosce il piazzale della Parrocchia Sant’Alfonso dei Liguori. Che fine hanno fatto? Non parla la donna, ascoltata dagli inquirenti. Lei, Carmela Malvone, mastica dolore e rabbia, si limita a pronunciare una frase lapidaria, che basta da sola a raccontare il clima che si respira a Torre Annunziata: «So solo che in quella piazza c’erano tantissime persone, dopo un attimo ho visto mio marito solo, lì a terra, abbiamo provato a portarlo in ospedale, ma è stato tutto inutile». Domenica di lavoro intenso, negli uffici del commissariato di Torre Annunziata. Si scava nel passato della vittima, a partire dagli ultimi tre anni trascorsi ai domiciliari, sempre e comunque per fatti legati al traffico di sostanze stupefacenti. Un’inchiesta che fa i conti con un’escalation criminale che va avanti da mesi. Ci sono stati omicidi, agguati eclatanti, stese, ordigni esplosivi, c’è addirittura chi ha perso un occhio, per un colpo preso in pieno viso. Inchiesta della Dda di Napoli, al lavoro il pool coordinato dal procuratore aggiunto Rosa Volpe (in campo i pm Fulco e Sincero), in stretta sinergia investigativa con le attività dell’ufficio inquirente oplontino guidato dal procuratore Nunzio Fragliasso.
LO STALLO
Dalla strada, al palazzo, dai killer che si riconoscono nel cosiddetto gruppo dei pedofili, per puntare su una serie di probabili intoppi che hanno ostacolato l’azione investigativa. È il caso dell’appalto sulla videosorveglianza. Un appalto arenato, che non ha reso possibile una copertura integrale del territorio di uno dei comuni più popolosi d’Italia. Lo ha ricordato sulle colonne di questo giornale lo stesso sindaco di Torre Annunziata Vincenzo Ascione, che ha fatto riferimento alla necessità di portare avanti l’appalto sul sistema di videosorveglianza. A che punto è l’iter amministrativo? Perché non è stato ultimato? Quanti anni ci vorranno ancora per vedere il Comune dove è cresciuto professionalmente Giancarlo Siani coperto dal sistema di videosorveglianza? Resta uno scenario criminale tutto in evoluzione. Proviamo a fare chiarezza, sulla scorta di quanto emerso fino a questo momento. La guerra di Torre Annunziata sta andando avanti da diversi mesi. Decisive alcune scarcerazioni, che hanno rimesso in libertà soggetti che controllano una quota delle piazze di spaccio e una fetta di estorsioni. Negli ultimi mesi, sono stati colpiti dalla magistratura quelli del cosiddetto quarto sistema, scompaginato da arresti e sequestri. Ora, a rendere tutto più confuso, c’è un gruppo di giovanissimi che potrebbe svolgere un ruolo sul territorio. Potrebbero entrare a gamba tesa nella contrapposizione (a volte congelata in un clima di guerra fredda, altre volte esplosiva e sanguinaria) tra i Gionta e i Gallo. Un gruppo di fuoriusciti o di giovanissimi pronti a tutto, con un solo obiettivo: chiudere i conti con le vecchie leve, prendersi Torre Annunziata.

Leandro Del Gaudio
Lo aveva visto passeggiare in quella piazza appena pochi istanti prima che arrivassero i killer. Era lì, suo marito, sotto i suoi occhi, che – dalla porta di casa -, come ogni domenica mattina, si godeva lo struscio prima del pranzo. Poi è tornata in casa, quando nulla lasciava immaginare un colpo tanto plateale, e ha fatto appena in tempo ad affacciarsi sul piazzale, per trovarsi di fronte uno spettacolo di dolore e desolazione: il marito, il 35enne Francesco Immobile, era lì a terra, riverso nel suo sangue. Attorno alla sagoma dell’uomo, il nulla. Un grande vuoto, inedito per chi conosce il piazzale della Parrocchia Sant’Alfonso dei Liguori. Che fine hanno fatto? Non parla la donna, ascoltata dagli inquirenti. Lei, Carmela Malvone, mastica dolore e rabbia, si limita a pronunciare una frase lapidaria, che basta da sola a raccontare il clima che si respira a Torre Annunziata: «So solo che in quella piazza c’erano tantissime persone, dopo un attimo ho visto mio marito solo, lì a terra, abbiamo provato a portarlo in ospedale, ma è stato tutto inutile». Domenica di lavoro intenso, negli uffici del commissariato di Torre Annunziata. Si scava nel passato della vittima, a partire dagli ultimi tre anni trascorsi ai domiciliari, sempre e comunque per fatti legati al traffico di sostanze stupefacenti. Un’inchiesta che fa i conti con un’escalation criminale che va avanti da mesi. Ci sono stati omicidi, agguati eclatanti, stese, ordigni esplosivi, c’è addirittura chi ha perso un occhio, per un colpo preso in pieno viso. Inchiesta della Dda di Napoli, al lavoro il pool coordinato dal procuratore aggiunto Rosa Volpe (in campo i pm Fulco e Sincero), in stretta sinergia investigativa con le attività dell’ufficio inquirente oplontino guidato dal procuratore Nunzio Fragliasso.
LO STALLODalla strada, al palazzo, dai killer che si riconoscono nel cosiddetto gruppo dei pedofili, per puntare su una serie di probabili intoppi che hanno ostacolato l’azione investigativa. È il caso dell’appalto sulla videosorveglianza. Un appalto arenato, che non ha reso possibile una copertura integrale del territorio di uno dei comuni più popolosi d’Italia. Lo ha ricordato sulle colonne di questo giornale lo stesso sindaco di Torre Annunziata Vincenzo Ascione, che ha fatto riferimento alla necessità di portare avanti l’appalto sul sistema di videosorveglianza. A che punto è l’iter amministrativo? Perché non è stato ultimato? Quanti anni ci vorranno ancora per vedere il Comune dove è cresciuto professionalmente Giancarlo Siani coperto dal sistema di videosorveglianza? Resta uno scenario criminale tutto in evoluzione. Proviamo a fare chiarezza, sulla scorta di quanto emerso fino a questo momento. La guerra di Torre Annunziata sta andando avanti da diversi mesi. Decisive alcune scarcerazioni, che hanno rimesso in libertà soggetti che controllano una quota delle piazze di spaccio e una fetta di estorsioni. Negli ultimi mesi, sono stati colpiti dalla magistratura quelli del cosiddetto quarto sistema, scompaginato da arresti e sequestri. Ora, a rendere tutto più confuso, c’è un gruppo di giovanissimi che potrebbe svolgere un ruolo sul territorio. Potrebbero entrare a gamba tesa nella contrapposizione (a volte congelata in un clima di guerra fredda, altre volte esplosiva e sanguinaria) tra i Gionta e i Gallo. Un gruppo di fuoriusciti o di giovanissimi pronti a tutto, con un solo obiettivo: chiudere i conti con le vecchie leve, prendersi Torre Annunziata.

Molto interessante nel concreto l’articolo di Raffaele Perrotta
«Torre Annunziata è una questione di emergenza nazionale. Dall’incontro con il prefetto Marco Valentini è emersa, oltre ogni aspettativa, una situazione peggiore di quella che ci ha spinto a formare il Comitato di liberazione dalla camorra e dal malaffare». Ha esordito così il giornalista e senatore Sandro Ruotolo alla fine dell’incontro con il vertice napoletano dello Stato. Appuntamento voluto per portare all’attenzione del prefetto Valentini sette punti ritenuti indispensabili per una ripresa democratica del territorio, ma quello che è emerso dal summit è una condizione ormai drammatica, con una città che scivola verso un baratro dal quale si era illusa di esserne uscita. «Credevamo di aver sconfitto quella Fortapasc’ degli anni 80 e 90, ci ritroviamo con tante Fortapasc’ controllate dalle famiglie di camorra» hanno detto.
I NUMERILa cornice che racchiude l’attuale condizione del territorio torrese fa tremare i polsi: nonostante le dimensioni di un comune medio, con i suoi 346 detenuti al 416 bis detiene il più alto tasso di condannati in Italia al reato di associazione di tipo mafiosa. Nella sola area comunale, negli ultimi anni, c’è stato il maggior numero di operazioni ad «alto impatto» del Vesuviano da parte delle forze di polizia. L’altro unicum nazionale sono i quattro comitati per l’ordine e la sicurezza pubblica tenuti negli ultimi 12 mesi, di cui ben due nell’aula consiliare oplontina. Eppure, proprio su questi ultimi, «gli impegni che ha assunto il sindaco sono stati tutti disattesi, nonostante additi lo Stato, accusandolo di aver dimenticato la città» hanno riferito i partecipanti alla riunione. Una situazione che con l’omicidio di domenica mattina ha raggiunto il punto più critico dopo anni di stese, attentati con bombe e ferimenti anche in pieno giorno.
Tra le cose che avrebbe dovuto fare l’amministrazione oplontina, secondo quanto è trapelato, tre punti che il Comitato contro la camorra ha portato all’attenzione di Valentini: il rinforzo della polizia municipale, un impianto efficiente di videosorveglianza e l’assegnazione dei beni confiscati alla criminalità organizzata. «La polizia locale ha un organico ridotto all’osso a causa dei pensionamenti e della mancata assunzione di nuove unità, conta solo 18 agenti in servizio a fronte di un organico previsto di 60 ha riferito il Comitato al prefetto In questo contesto è scandaloso che 5 unità siano destinate al parcheggio delle strutture giudiziarie. Sulla videosorveglianza tutto è fermo all’età della pietra perché la maggioranza degli impianti realizzati o sono destinati alla sorveglianza degli uffici comunali o sono di una tecnologia superata. A questo si aggiunge che la gara per la fornitura di altre 75 telecamere è stata annullata per gravi vizi procedurali». Infine la questione del riuso dei beni confiscati: «Fatta eccezione per Palazzo Fienga e Villa Cesarano, le altre strutture risultano abbandonate e prive di una destinazione ad uso sociale».
L’INCONTROLa giornata di ieri è iniziata con una manifestazione in ricordo del cronista del Mattino Giancarlo Siani, ucciso a settembre di 36 anni fa, a cui hanno partecipato, oltre a Sandro Ruotolo, Paolo Siani, Tania e Maria Adriana Cerrato, vedova e figlia di Maurizio Cerrato ucciso ad aprile scorso per un posto auto, don Ciro Cozzolino referente locale di Libera e Fabiola Staiano, figlia di Luigi, ucciso dalla camorra negli anni 80 per essersi ribellato alle richieste estorsive. «Quest’anno abbiamo deciso di ricordare Giancarlo partendo da qui come primo appuntamento e termineremo a Roma, in parlamento, dove consegneremo un libro con 57 articoli dove non ha scritto di camorra ma di lavoro» ha detto Paolo, fratello del giornalista, chiedendo all’amministrazione di «farsi carico, anche attraverso esperti, di farci avere proposte per l’uso dei fondi del recovery fund». Ma anche il lavoro è tema fondamentale: «Se non togliamo la linfa alla criminalità organizzata la situazione non migliorerà mai». A dare altri colpi all’amministrazione il referente di Libera: «Qui la politica non serve al bene comune ma al bene di alcuni. Non ne possiamo più della camorra e della camorra bianca».

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