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Piano di Sorrento, Don Pasquale Irolla: “Dobbiamo prostrarci davanti a Dio come l’Arcangelo San Michele”

Piano di Sorrento. Riportiamo l’omelia pronunciata da Don Pasquale Irolla a commento dell’odierna pagina del Vangelo di Marco:

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.
Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».
E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Ed ecco le parole di Don Pasquale Irolla: «Georges Bernanos, romanziere del primo 900, scriveva che la cultura del 900 stava facendo di tutto per cancellare ogni traccia di spiritualità dal cuore dell’uomo. Pensandoci bene e guardando anche alle sue opere tutto questo è accaduto non direttamente dicendo “Dio è morto”, ma distruggendo lo spirito d’infanzia. Ciascuno di noi sperimenta sulla propria pelle il sentirsi con le spalle scoperte, senza genitori, senza un padre provvidente, e costretto a combattere per cavarsela, a competere con gli altri in questa gara che toglie le energie, perché ognuno di noi vuole essere più grande. E Bernanos ci vedeva molto bene già a quell’epoca. Gesù sottolinea che vale la pena rientrare, recuperare anche se con grande sofferenza (ma è una sofferenza benedetta) lo spirito d’infanzia, cioè sentirsi nelle mani di Dio e quindi l’essere appagati. Chi guarda gli altri di traverso è un’infelice che teme che gli altri possano essere migliori di lui, più forti di lui, vivere una qualità della vita migliore. Ma invece chi impara a mettersi nelle mani di Dio si sente appagato, vive una vita serena e si sente protetto, scompaiono anche le crisi di ansie che sono diffuse nei piccoli e nei grandi. La scena centrale del nostro cassettonato settecentesco ritrae l’Arcangelo San Michele inginocchiato, non impettito, non a cavallo sul suo destriero, ma prostrato davanti alla Trinità, davanti al Cristo glorioso. Quella è la nostra foto, quella può essere la foto del credente, quella è l’invito che di sera in sera noi riceveremo da domani a prostrarci davanti a Dio. L’uomo non è mai così grande come quando si prostra davanti al suo creatore, cioè quando recupera la creaturalità che è fragilità ma è anche amore infinito che ci rende vivi e ci mantiene in vita. L’Arcangelo San Michele incensa il Cristo glorioso e in quella posizione è grande, si sente contento ed appagato. Anche noi facciamo di tutto per educare i nostri figli ad essere i migliori, anche se hanno poche doti per noi sono i migliori. Gesù dice (e Francesco sottolineerà): “Vuoi essere grande, facciamo insieme questo itinerario di minorità”. Frate minore è colui che serve, colui che si mette a disposizione, colui che non guarda di traverso e trova la sua grandezza nello stare accanto o addirittura nel prostrarsi. Francesco conosceva molto bene le dinamiche di oggi. Lui, un grande venditore, un grande commerciante che accumulava e amava portare la novità e quindi per stroncare alla radice questo istinto di sopravvivenza che ti spinge a uccidere gli altri per mantenerti in vita sceglie la minorità.

Da più parti ci arrivano messaggi simili. Spero che di sera in sera noi recuperiamo il nostro posto in Basilica, il nostro posto nell’universo, il nostro posto in famiglia, il nostro posto davanti a Dio che è quello dell’Arcangelo inginocchiato ed è colui che reimpara lo spirito d’infanzia che ci rende felici, che ci mette in una condizione tale da vivere serenamente, tessere relazioni pacifiche, ci guida ad amare veramente e che poi con gli anni risulta vincente quando noi impariamo ed amiamo dipendere dagli altri. C’è un tempo della vita in cui facciamo di tutto per essere indipendenti, per tagliare ogni dipendenza dalla famiglia d’origine, dai genitori, dagli educatori, da Dio, poi con gli anni impariamo a saper dipendere, a saper chinarci.

Questo spero sia per noi il grande invito di Gesù, il grande invito che di sera in sera vivremo con la nostra devozione all’Arcangelo che, piuttosto che inorgoglirsi come Lucifero, si prostra, si inginocchia e dorme tranquillo e riceve la sua postura ideale per essere ritratto e per essere imitato da noi devoti all’Arcangelo che avvertiamo dentro questa spinta, questo rigurgito di istinto di sopravvivenza che vuol coniugarsi soltanto nel calpestare gli altri ed impariamo a trasformarlo in convivenza o addirittura in servizio purché Dio sia Dio».

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