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Piano di Sorrento, Don Pasquale Irolla: “Da soli non si arriva lontano”

Piano di Sorrento. Riportiamo l’omelia di oggi pronunciata da Don Pasquale Irolla durante la celebrazione eucaristica mattutina nella Basilica di San Michele Arcangelo ed incentrata sulla pagina di Vangelo odierna:

In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.
Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

Ecco le parole di Don Pasquale Irolla: «Nella pagina di Vangelo Gesù pronuncia una parola che descrive molto bene l’esperienza del campo scuola fatto dai nostri ragazzi: “Effatà” ovvero “Apriti”. Sono venuti a Faito dei ragazzini con le loro maschere di buffoni, di bambini addormentati, di ragazze insicure che attirano l’attenzione sul proprio corpo, di figli arrabbiati ed insicuri, sono arrivati drogati dai telefonini, bombardati dai social e sono tornati adolescenti. Questo è un miracolo che accade sensibilmente sotto i nostri occhi, in quattro giorni ed in una maniera molto concreta i ragazzini passano attraverso il cerchio di fuoco che è il campo scuola, il campo di passaggio. Si ustionano e ne escono grandi, smettono i panni dei bambini viziati che a casa pretendono e imparano a dare, la smettono di lanciare frecciate violente ai loro genitori e si rendono conto che come figli devono anche imparare a dare oltre che a ricevere. Fanno l’esperienza della consapevolezza di aver sbagliato, si rendono conto che hanno giocato con il fuoco e decidono di intraprendere la strada in salita della crescita rinunciando alla strada in discesa dell’infanzia dove tutto è dovuto, dove non ci sono grosse responsabilità, dove si vive una zona franca, dove nessuno di chiede che cosa hai fatto. Si ha voglia di innamorarsi di una stagione della vita che chiede la presenza di educatori, di fratelli maggiori e di sorelle maggiori che indichino la strada ai nostri figli che sono sempre più confusi nella loro identità, non sanno chi sono, ricevono tanti messaggi fuorvianti e confusi. E quella confusione sta entrando nella loro mente, nel loro cuore, nel loro corpo.

Questi giorni di campo scuola restano giorni di grazia dove anche per i genitori c’è il primo dono del vedersi ritornare il proprio figlio cresciuto. E’ certamente un dono da custodire che chiede di essere alimentato, dove anche i genitori vivono il loro primo campo scuola a distanza, dove ci si rende conto che i propri figli possono crescere ulteriormente, possono cambiare, dove noi ci rendiamo conto che come comunità siamo fortunati a vivere questi giorni di grazia che sono il vero e proprio rito di iniziazione all’adolescenza senza il quale i nostri figli continuerebbero a essere chiusi nel loro mondo e nelle loro insicurezze come il protagonista del Vangelo che non sente, non parla, non ha relazioni e c’è bisogno che qualcuno lo prenda per mano, che Gesù lo prenda per mano e lo metta in disparte, lontano dalla casa, lontano dai telefonini e riprenda a plasmarlo. I gesti di Gesù sono i gesti di Dio creatore che plasma il nuovo uomo, tant’è vero che alla fine quel sospiro di Gesù di dolore in tensione che diventa un cantico di lode “Effatà” diventa poi lo stupore della folla.

Ha fatto bella ogni cosa, ha ricreato il mondo, ha ricreato quest’uomo chiuso e questi giorni hanno ricreato i nostri figli ignari di che cosa sarebbe loro successo e certamente contenti di essere passati attraverso una strettoia. Il miracolo che è accaduto in questi giorni certamente chiede di essere custodito, alimentato, attenzionato da parte di ciascuno di noi perché insieme tutto è possibile, da soli non si arriva lontano ed il gruppo può essere quel sostegno, quella stampella di cui i nostri figli hanno bisogno per non zoppicare, per non aver paura di crescere ed essere risucchiati nell’infanzia.

Ringraziamo il Signore perché anche noi in questi giorni abbiamo contribuito a partorire i nostri figli a distanza con la preghiera, con le attenzioni ed ora possiamo essere ancora quella mano della levatrice che spinge e carezza, che chiama ed invita a rinascere.

Mettiamo sul cuore di Dio questi giorni di grazia che chiedono ancora di essere custoditi ed innaffiati perché l’opera d’arte possa essere completa».

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