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Elton John torna a Capri

Elton John torna a Capri Non ci aveva rinunciato l’anno scorso (andandosene il 6 ottobre postò: «Grazie mille, Capri»), figurarsi se quest’anno Elton John dava forfait: annunciato sull’isola più volte, negli scorsi giorni, ieri la settantaquattrenne popstar inglese si è finalmente fatto vedere, paparazzato con il marito David Furnish al ristorante Aurora, accolto da Mia D’Alessio e dal marito, lo chef Franco Aversa, con una pizza all’acqua, dopo essersi goduto un aperitivo al Quisi bar, e pronto per una giornata di mare, in yacht si intende: per l’esattezza sul Siran, lungo 67 metri, del suo amico miliardario Bob Manoukian.

Ultimi giorni d’estate e di vacanza per il baronetto del pop, che si prepara ad un ritorno in grande stile sul mercato discografico con «The lockdown sessions», album, in uscita il 22 ottobre, che raccoglie canzoni registrate, a distanza, negli ultimi 18 mesi. Nel marzo 2020, dopo la sospensione del «Farewell Yellow Brick Road tour» a causa della pandemia, Elton ha iniziato a lavorare a diversi progetti con artisti che aveva conosciuto durante il suo show «Rocket hour» su Apple Music. Anticipato dal singolo/amarcord «Cold Heart (Pnau remix)» con Dua Lipa, l’album contiene collaborazioni con artisti di generi e generazioni ben diversi tra di loro: Stevie Wonder, Brandi Carlile, Charlie Puth, Eddie Vedder dei Pearl Jams, Gorillaz, Lil Nas X, Miley Cyrus, Nicki Minaj, Rina Sawayama, SG Lewis, Stevie Nicks, Surfaces, Years & Years, Young Thug…

«L’ultima cosa che mi aspettavo di fare durante l’isolamento era un album. Ma, mano a mano che la pandemia andava avanti, continuavano a spuntare progetti una tantum», ha spiegato lui: «Alcune delle sessioni di registrazione dovevano essere fatte a distanza, via Zoom, cosa che ovviamente non avevo mai fatto prima. Alcune sessioni sono state registrate con regole di sicurezza molto severe: lavorare con un altro artista, ma separati da schermi di vetro. La cosa certa è che tutti i brani su cui ho lavorato erano davvero interessanti e diversi, roba completamente diversa da tutto ciò per cui sono conosciuto, roba che mi ha portato fuori dalla mia comfort zone in un territorio completamente nuovo. E ho capito che c’era qualcosa di stranamente familiare nel lavorare in questo modo. All’inizio della mia carriera, alla fine degli anni 60, ho lavorato come session man. Lavorare con diversi artisti durante il lockdown mi ha ricordato questo. Avevo chiuso il cerchio: ero di nuovo un session man. Ed era ancora uno sballo».

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