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Condannato ex consigliere per la Sanità di De Luca

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La Corte di Appello di Napoli ha condannato Enrico Coscioni, ex consigliere per la Sanità del presidente della Regione Campania, a due anni di reclusione (pena sospesa) per violenza privata tentata e continuata, aggravata dall’abuso di potere. É stata ribaltata in toto la sentenza di primo grado – del 2018 – che aveva pienamente assolto il cardiochirurgo con la formula «il fatto non sussiste». Il sostituto procuratore generale Maria Di Addea aveva chiesto una condanna a 4 anni nei confronti di Coscioni, per tentata concussione e, in subordine, la riqualificazione del reato in tentata violenza privata che è stato riconosciuto sussistente dai giudici di secondo grado (presidente Grassi della seconda sezione).
I FATTI
Coscioni venne coinvolto in un’indagine della Procura di Napoli che puntava a fare luce su presunte pressioni esercitate nei confronti di tre manager della sanità campana per indurli a dimettersi. Dopo la sentenza di primo grado, però, i pm hanno impugnato la sentenza e presentato ricorso in Appello. La vicenda risale al 2015, le indagini partirono da un esposto e la Procura indagò sui dialoghi tra Enrico Coscioni e tre commissari, Salvatore Panaro dell’Asl Na 3 Sud, Agnese Iovino dell’Asl Na 2 Nord e Patrizia Caputo dell’ospedale Cardarelli. Sotto la lente finirono dialoghi del tipo: «Nessuno ti vuole, i sindaci non ti vogliono, devi andare via» per convincere Panaro a lasciare. Altre frasi captate dalle intercettazioni che Coscioni avrebbe proferito erano: «l’onda è partita, verrete sostituiti tutti», per convincere Caputo. O ancora il consiglio a lasciare l’incarico che sarebbe stato fatto a Iovino per problemi di schieramento politico.
IL RUOLO
La questione, inizialmente, ruotava attorno al ruolo attribuibile a Coscioni in quei dialoghi finiti al centro del processo. Il cardiochirurgo – secondo i pm – avrebbe abusato del suo potere di pubblico ufficiale per esercitare pressioni indebite. La tesi portata avanti dai pubblici ministeri è che Coscioni non sarebbe stato un semplice esperto a cui il presidente De Luca poteva o meno rivolgersi per avere informazioni utili a orientare la sua attività istituzionale senza che ne fosse condizionata. In primo grado i giudici ritennero che quelle pressioni non erano configurabili come reato in quanto – come sostengono gli avvocati difensori di Coscioni – il professionista si sarebbe limitato solo a dare dei consigli, dei pareri, senza avere alcun ruolo. Tanto è vero che la sentenza del 2018 motivava la decisione di assoluzione ritenendo Coscioni «estraneo ai procedimenti che conducono poi alla formazione degli atti di competenza presidenziale». In pratica, non avendo modo di condizionare nomine e scelte della Regione, non poteva essere condannato. Un assunto ribaltato ieri in Appello.
IL PERSONAGGIO
Figlio di notaio e con una moglie magistrato, Coscioni è finito più volte al centro di inchieste anche giornalistiche. Da ultimo per la sua nomina lo scorso dicembre – con decreto dell’allora presidente del consiglio – a presidente di Agenas, l’agenzia nazionale per i servizi sanitari e regionali. Valentino Di Giacomo, Il Mattino

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