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Von Platen e la sua “Gita Meravigliosa” ad Amalfi

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Von Platen e la sua “Gita Meravigliosa” ad Amalfi. Ce la racconta Leonardo Guzzo in un articolo dell’edizione odierna del quotidiano Il Mattino.

Nel 1827 August Von Platen compie, da Napoli ad Amalfi, quella che lo storico Fernand Gregorovius definirà «la gita meravigliosa». È in fuga dalla Germania, perseguitato da scandali che gli sono costati l’abiura al mestiere delle armi, la specialità di famiglia, e dall’ostilità maliziosa dei compagni poeti, che gli rimproverano una scarsa adesione al Romanticismo e più di tutto una spudorata condotta privata. August Von Platen è omosessuale: un giovane uomo nel pieno del vigore che non si accontenta di amorazzi segreti e sordidi, consumati fugacemente lontano da occhi indiscreti. Vuole vivere una sessualità aperta (entro i limiti del tempo); non basta: vuole trovare un’autentica corrispondenza di sentimenti, sublimare gli istinti in un idillio spirituale.

La Germania, dov’è nato nel 1896 ad Ansbach, in Baviera, non glielo permette. Il suo orientamento sessuale, vissuto senza ipocrisie, diventa un pretesto per emarginarlo dall’ambiente letterario: in una polemica ad alto tasso di intolleranza Heinrich Heine, attaccato da Von Platen per le sue origini ebraiche, ne stronca la poesia infarcita di «sospiri pederastici» e nel feroce «I bagni di Lucca» arriva a definirlo «nient’affatto un uomo, ma una tribade maschile».

Teneramente innamorato e ogni volta aspramente deluso, Von Platen finisce per diventare l’individuo ombroso al quale Goethe, pur apprezzandone il talento, rimprovera una certa impermeabilità all’amore. Il sole dell’Italia può essere la medicina: l’innocenza primordiale, al di qua del bene e del male, di una terra arcaica ed arcadica; la classicità, con la sua idea raffinata dell’amore, che sopravvive nelle vestigia dei templi come nei tratti della gente. Von Platen «assaggia» il Belpaese a Venezia, nel 1824, e poi ci torna nell’autunno del 1826, per rimanerci. Attraversa la «porta incantata» delle Alpi e si proietta nella vera destinazione di ogni viaggio che si rispetti: «un’altra realtà inesplorata che sembra un sogno», secondo la felice definizione di Guy de Maupassant. Fa base a Napoli, dove conosce Giacomo Leopardi, risale spesso verso nord o si lancia in escursioni temerarie alla scoperta del Meridione più selvaggio, in Lucania e Calabria.

Tutta la ricerca, intima e letteraria, di Von Platen è ispirata a un ideale di perfezione, di nitore quasi sovrumano che «innamora» a un tempo i sensi e l’intelletto. «Cos’è che ci consola, che ci dà/ voglia e coraggio di indugiare quaggiù?/ Noi sogniamo vivendo,/ noi viviamo sognando». Da Napoli il poeta tedesco raggiunge Amalfi e vive una folgorazione che sfocia in una poesia originalissima. Scritta in esametri, in omaggio a Virgilio, la lirica rovescia lo stereotipo rasserenante del panorama amalfitano, descrive una natura intensamente «sentimentale» e riflette in pieno il carattere insieme luminoso e oscuro, idilliaco e avventuroso del viaggio al sud di Von Platen. «Parla, cos’è più attraente? Verso sud la distesa dell’onda salsa,/ quando si culla verde smeraldo intorno agli scogli frastagliati,/ o a nord il ruscello mormorante nell’ombrosa valle dei mulini?». A emergere sono i chiaroscuri del paesaggio: la stessa natura «languida e tirannica» ravvisata da Giuseppe Marotta, gli scenari «romantici e così umani» descritti da Buzzati, che inducono tanto a visioni grandiose quanto ai «piaceri insolenti» cantati da Alfonso Gatto. L’ambiente si fa metafora; suggerisce accanita, gioiosa sopravvivenza e insieme l’ansia di un eterno trapasso. Torri e castelli si sfaldano in cima ai monti, su un lido non lontano la rosa di Paestum ha smesso di fiorire e il tempio di Poseidone si consuma, ma ancora i paesani fanno festa, i marinai levano le vele e infrangono l’onda. Sopravvive la grazia. Eppure
«Le vaghe passioni del mio cuore ambizioso mi spingono/ di nuovo a lasciare questo sito di stimati terrestri,/ torneranno forse a bandirmi nel deserto nervoso del nord,/ ove la mia voce incontrerà voci uguali». La smania di una bellezza angelica e carnale, l’angoscia per un mondo che non gli corrisponde lo spingono invece verso sud. Nel 1835 lascia Napoli in preda al colera e passa in Sicilia, a Palermo, a Segesta e infine a Siracusa, ospite del conte Landolina (nella cui villa sarà sepolto). Si ammala o crede di ammalarsi di tifo, è da tutti allontanato, muore il 5 dicembre al numero 5 di via Amalfitania, nell’isola di Ortigia, per le conseguenze della malattia o un inutile eccesso di farmaci. Muore in fondo per un languore, come l’alter ego Gustav Von Aschenbach ne «La morte a Venezia» di Thomas Mann, per il «disprezzo del vivere» e la «funesta sorte» di chi «ha guardato negli occhi la Bellezza».

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