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Vecchioni a Minori, viaggio nel tempo verticale

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Vecchioni a Minori, viaggio nel tempo verticale.

Certo che, caro Roberto, un palco così è già di per sé pura poesia. Sui gradini della Basilica di Santa Trofimena, nel cuore di Minori. Venerdì 20 agosto, 2021. Tu arrivi e sei proprio in gran forma: camicia bianca, le maniche arrotolate su braccia abbronzate, e jeans skinny, vero che skinny dopo tanti anni in mezzo ai ragazzi è un inglesismo che hai accettato, o che, perlomeno, conosci? Scusa la confidenza, è che ti conosco così bene. Hai presente quando ai concerti, succederà pure stasera, ti chiedono -sempre- Chiamami ancora amore e Luci a San Siro e Samarcanda e tu rispondi: “Guardate che io di canzoni ne ho scritte trecento?”. Eccomi: presente, io le conosco tutte e trecento, le tue canzoni, e mi sa che ti sei pure mantenuto stretto, che sono pure più di trecento.

Che sei -strepitosamente e totalmente- un gran figo viene fuori quando cominci a regalare a chi ti sta di fronte sorrisi luminosi e parole che bagnano la testa come una benedizione. Gli onori di casa li fa Andrea Reale, Primo Cittadino di Minori, che ti ha voluto fortemente qui stasera, e che ringrazio a nome di tutti quelli che, come me, stanno per godere -gratis, oltretutto- del tuo spettacolo. Si parte con Gigi Marzullo che pone delle questioni interessanti al poeta in musica. Allo scrittore, al professore, all’uomo. E tu con sincerità rispondi a ogni domanda. Almanacchiamo sul tuo ultimo libro, Lezioni di volo e di atterraggio (Einaudi),che racchiude in 15 lezioni 38 anni di insegnamento al liceo classico. Italiano, latino e greco.

E da latinista ci ricordi una volta in più quanto è importante l’etimologia delle parole: educare viene dal latino, educere, trarre fuori e non mettere dentro. Tirare fuori, e tu questo hai fatto con i tuoi discenti, tutti i giorni che te li ritrovavi di fronte, in particolare nelle “giornate di follia” in cui li tiravi fuori, letteralmente. Via dall’aula. Al parco, al cimitero. Ecco perché i tuoi ragazzi dicevano di te: “C’è e non c’è. È qui, ma è anche fuori che batte sui vetri delle finestre per entrare. Insegna come se le cose che ci dice le sapessimo già e dovessimo solo ricordarle” (Lezioni di volo e di atterraggio). Ragazzi che all’ultimo confine(espressione che prendo a prestito dalla canzone Due Madri, nda)salutasti con un brano scritto per loro, mica con le pastarelle come fanno gli altri. “Sogna, ragazzo, sogna/ Ti ho lasciato un foglio /Sulla scrivania / Manca solo un verso /A quella poesia / Puoi finirla tu”. Con Sogna ragazzo sogna passavi ai tuoi alunni il testimone di un professore appassionato e visionario, uno che li aveva convinti che io conosco poeti che spostano i fiumi con il pensiero.

Trasferiamoci dentro la felicità, ampiamente scandagliata ne La vita che si ama (Einaudi). Tu sostieni che: “Il boato, il picco d’intensità, non è che uno sgraffio, e pare che bruci di sole, ma la felicità non è lì, sta nel silenzio che segue, nella lunga note di quiete dove danzano punti di luce da afferrare e mettere insieme, a farne figure”. Ho trovato questa definizione della felicità talmente vera e poetica che l’ho voluta come citazione in epigrafe al mio romanzo, Tuttoattaccato.

Ci hai trascinati con te nel tuo tempo verticale, un eterno presente che racchiude in sé passato e futuro. Tutto è immediato, immaginifico. Non ci sono filtri, e nemmeno distanze o scappatoie. I ricordi, vivi. Le visioni sul futuro, tangibili. È il tempo dei bambini, dei pazzi, dei geni e dei poeti, hai detto ne La vita che si ama, e stasera confessi che come un bambino mai diventato grande (ma secondo me anche come un pazzo, un genio e un poeta) tieni assieme tutto nello stesso preciso istante: mamma e papà, i figli quando erano piccoli ma anche per come sono adesso, la compagna della tua vita (Daria Colombo, scrittrice e delegata del Sindaco di Milano alle Pari opportunità di genere, nda), dentro un lampo, eppure son passati più di trent’anni di te e lei assieme. Vecchioni papà che ai figli ha insegnato solo a giocare e a sognare, ché per le cose serie c’era Daria, madre straordinaria e sempre presente. Vecchioni figlio, di Aldo, commerciante di stoffe di San Giorgio a Cremano, giocatore incallito che quattro giorni prima della Maturità ti portò a Parigi per farti arricreare e pigliare colore. Papà a cui stasera dedichi una delle prime canzoni che interpreti, L’uomo che si gioca il cielo a dadi, che già recava in sé, nel lontano 1973,la prima nostalgia del tempo inevitabile della separazione padre- figlio. Racconti che la prima volta che intonasti questa canzone fu al Casinò di Sanremo, una volta il Festival si teneva lì, e ti fecero uscire per primo. Le signore impellicciate si stavano ancora sistemando; non ti ascoltò quasi nessuno, ma a te non importò, perché ti stavi ascoltando tu e pure Aldo.

Dal tuo ultimo album, L’infinito, ci fai ascoltare, Ogni canzone d’amore, un madrigale per tua moglie: ti piace fantasticare che tutti i poeti del mondo, senza saperlo, abbiano scritto d’amore per lei. T’insegnerò a volare, in cui canti l’ostinazione di Alex Zanardi a voler riscrivere il suo destino, e in questa ballata eroica sei riuscito a tirar dentro anche Francesco Guccini. E L’Infinito, in cui ci restituisci un Leopardi meno pessimista, un poeta che celebra la ginestra che va a nascere proprio sul Vesuvio, perché alla ginestra le basta il suo profumo.

Ci delizi con Io te vurriavasà e ci ricordi quanto la canzone popolare napoletana è stata importante nella riconciliazione fra il popolo e la borghesia, nel Settecento. La napoletanità scorre nelle tue vene: non solo papà Aldo era di San Giorgio a Cremano, ma anche mamma Eva che disegnava sorrisi sui finestrini era di Napoli.

Ci sveli come nascono le canzoni, Chiamami ancora amore te la mise in mano un portiere d’albergo, a Roma. Era il 2011 e tu avvertivi lo scoramento per tutto ciò che andava male nel nostro Paese; l’uomo alla reception, prendendo a prestito la famosa espressione, Adda passà ‘a nuttata di Eduardo De Filippo, cercò di consolarti. E tu già mentre risalivi in camera, in ascensore, traducevi quella perla in italiano: che questa maledetta notte dovrà pur finire, le altre strofe vennero da sole. C’è un’altra canzone di cui ci racconti la gestazione, Le rose blu. Più che una canzone si tratta di una preghiera, un patto che un padre folle e disperato propone a Dio quando scopre che suo figlio ha la sclerosi multipla, ti impigli nelle due parole che racchiudono la malattia, ammetti con umiltà che dopo tanti anni ancora non riesci a dirle con distacco. Questo padre, prima sussurrando e poi urlando, da giocatore vero, mette sul tavolo tutto: non semplicemente quello che gli resta da vivere, sarebbe troppo facile, ma tutto quello che ha già vissuto amato pianto riso imparato sognato…Tutto. Tutto indietro purché stia bene suo figlio. L’esecuzione commossa di Le rose blu, per me è sempre il momento più struggente dei tuoi concerti. Gli occhi ti si riempiono di lacrime che ti sforzi di trattenere per non rompere la voce, per portarci fino in fondo al tuo dolore, per dirci: vedete, soffro anch’io, come tutti voi, ma nonostante tutto sto qui a parlarvi di una felicità che c’è, sempre, che ci cammina accanto. Che grande lezione di vita, professor Vecchioni.

Massimo Germini ti accompagna col cuore e con la chitarra in questo viaggio emozionale, e siete talmente in sintonia che manco la scaletta c’avete.
Un grande applauso a te, Vecchioni, e pure all’amministrazione comunale di Minori e al sindaco Andrea Reale che ti hanno portato qui stasera, e che il 21 agosto inaugurano quella kermesse da mangiare a da godere che è Gusta Minori.

Di Giovanna Sica.

 

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