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Positano on my mind, è come se stessi ancora lì. Intervista di Raffaele Cascone a Shawn Philipps

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Positano on my mind, è come se stessi ancora lì. Intervista di Raffaele Cascone a Shawn Philipps. Un grande personaggio dei mitici anni Sessanta nella perla della Costiera amalfitana, culla della cultura artistica e musicale internazionale

È un raro privilegio avere seguito vita ed evoluzione artistica di Shawn Phillips nell’arco di 55 anni del suo andirivieni tra America, Europa ed Africa, dal suo arrivo in Italia nel 1967 fino ad oggi. Da Positano è come se non se ne fosse mai andato e come se ci fosse sempre stato. Shawn è la colonna sonora e il filo conduttore in una costiera in cui convivono ancora inalterate e, inquietantemente presenti, in una clamorosa continuità spazio-temporale le figure artistiche e culturali di varie epoche da quella di Steinbeck e dei Keyserling, a quella di Nureyev, Luciano Cilio, Rudy e Wally, il Living Theater, Billy Berger, Franca Ponti e Alan Frenkiel e di tutti quelli che hanno costruito insieme il mito della divina costiera.
L’opera di Phillips ha influenzato Donovan, Tim Hardin, in Italia Napoli Centrale e lo stesso Pino Daniele e tra tanti altri, in maniera profonda Alan e Jenny Sorrenti. Ora sarà interprete e curerà la colonna sonora del film in progettazione «The house of the Angels» ambientato in costiera.
Che cosa ti portò, Shawn, a lasciare Positano nel 1980 dopo 13 anni?
«Innanzitutto il terremoto, la mia casa era stata talmente danneggiata da diventare inabitabile. Dopo qualche mese mi trasferii dalla padella nella brace a Los Angeles, altra zona altamente sismica. Poi c’era la mia carriera come musicista: ero riuscito per molti anni a fare accettare all’industria discografica statunitense che io vivessi e producessi restando in Italia. Ma dopo il 1980 decisero che mi volevano a disposizione sul posto, pronto a fare tour e apparizioni».
Che cosa trovasti al tuo arrivo a Los Angeles nel 1980?
«Era l’epoca della disco music, nessuno voleva più i cantautori, ma io avevo un mio pubblico, potevo andare in tour. Avevo lasciato l’A&M Records e la Rca, mi serviva chi pagasse i miei dischi mentre io mi guadagnavo da vivere con i concerti. Fu il mio manager a finanziare l’album Beyond here be dragons mentre io continuavo a scrivere e suonare in Texas con un mio grandissimo amico, lo straordinario bluesman buddista, Van Wilks, che aveva suonato anche con gli ZZ Top. Nel 1984, dopo un nostro concerto, fu lui a dirmi: Shawn, tu hai una faccia grigia e le labbra livide: hai problemi cardiaci. Aveva ragione, dovetti sottopormi ad un’operazione di quadruplo by-pass. Mi trasferii ad Austin, Texas: avevo problemi a comporre e vidi in tv un bando di reclutamento per vigili del fuoco volontari. Chiamai, fui preso e mi trovai tra i baglioni degli incendi da domare. Poi ottenni la qualifica di Emergency Medical Technician».
E la musica?
«Avevo suonato nel 1970 all’isola di Wight nel più grande festival rock di tutti i tempi, con centinaia di migliaia di persone, tra Jimi Hendrix, Joni Mitchell e tutti gli altri. Non ero previsto nel programma ma una band non si presentò e il manager dell’evento mi chiese di sostituirla. Fu un successo clamoroso. Ebbene l’isola di Wight mi sembrò niente dopo la prima chiamata da tecnico medico di emergenza, il soccorso a una donna di 85 anni che era caduta ed aveva il bacino fratturato. Aiutare le persone era la mia seconda vocazione».
E la prima?
«Mai messa da parte. Nel 1987 con Peter Robinson e Paul Buckmaster capitammo in una casa sulla spiaggia dove c’erano dei sudafricani: stavamo discutendo di riregistrare alcune mie composizioni, nominammo Second contribution. Uno balzò su: Se sei tu quello che ha scritto quel disco non puoi avere idea di quanto sia famoso in Sudafrica». In quel momento io mi occupavo di situazioni di vita o di morte, il mio lavoro di vigile del fuoco era molto più reale della musica e dell’industria discografica. Solo nel 2000 il mio manager organizzò due tour in Sudafrica, durante i quali incontrai Juliette, mia futura moglie. Lei mi seguì negli States, poi io nel 2003 seguii lei, che tornò a casa per stare vicina ai genitori che stavano invecchiando. Siamo rimasti in Sudafrica fino al 2016, io facevo il pendolare con gli Stati Uniti, suonando in entrambi i paesi. In Sudafrica continuavo a fare il tecnico medico d’emergenza, a comporre e registrare».
Senza più rapporti con le case discografiche come andava?
«Non ho mai lavorato su ordinazione tranne quando la A&M mi chiese tassativamente di realizzare un singolo: vennero fuori We e Do you wonder. Per creare ho bisogno di tempo: inizio a suonare, resto in contatto per mezza giornata con tutto quello che ho dentro, poi entro in un mio spazio interno vuoto. A quel punto se qualcosa deve accadere, allora si canalizza da sola. Se c’è un esperienza che mi preme di scrivere, la lascio circolare dentro di me fino al punto che emerge e riesco ad articolarla in parole e musica. In questo modo la musica riesce a riflettere ciò che dicono le parole».
La tua musica e la tua poetica sono dense e multiformi.
«Mio padre era uno scrittore di controspionaggio, ma non solo. A 6 annì mi regalò la prima chitarra. Ne avevo 8 quando lo sentii al telefono dire: «Raymond figlio di puttana, sei ubriaco, vattene a letto». Era Raymond Chandler. Quando mia madre morì avevo 13 anni e con mio padre andammo a vivere prima a Tahiti poi alle Canarie. Mia nonna ascoltava Chajkovskij e Beethoven, mio nonno Hank Williams, influenze musicali che lavorarono dentro di me in profondità. Molti non lo capiscono e dicono: Se sei nato in Texas come hai fatto ad allontanarti tanto dalle tue radici? La mia risposta è che c’è un intero albero al di sopra della terra e delle radici. Mi accorsi che c’era più sostanza nella musica andando oltre il blues e il country: la melodia è la cosa più difficile, qualcosa che nessun altro ha ancora composto e nessuno ha ancora ascoltato».
Come iniziò la tua carriera di musicista?
«A 16 anni mio padre mi autorizzò ad arruolarmi in Marina ma presto mi congedarono per sopraggiunti problemi alle ginocchia. Nel 1962 me ne andai in California dove iniziai a suonare nei folk club di Los Angeles, soprattutto al Troubador e all’Unicorn. In California ero diventato amico di Tim Hardin con cui decidemmo di andarcene a New York. Appena arrivati andammo a suonare al Night Owl cafè in cambio di due pasti. Quella prima notte, mentre stavamo cercando un posto per dormire, Tim mi disse: Vado a cercare una persona, torno tra mezz’ora. Non lo vidi più per sei mesi, durante i quali diventai amico di Richie Havens, Peter Tork, Harry Nilson, Freddy Neal, Mama Cass dei Mamas and Papas con cui in seguito ebbi anche una relazione. Siamo tra il 1963-1964, dopo un po me ne andai in Inghilterra, frequentando da Eric Clapton ai Beatles. Nessuno di noi capiva che stavamo facendo la storia della musica del Novecento, eravamo un gruppo di ragazzi che si riunivano, si stonavano e suonavano».
Che cosa ti portò a Positano?
«Io facevo concerti con Donovan, ma avevo avuto dei problemi con lui, che non aveva riconosciuto il mio contributo a Season of the witch, nata da un mio spunto. Ora, dopo tanti anni, ha ammesso pubblicamente che io l’ho composta. Non ne ho tirato fuori nemmeno un centesimo, ma va bene lo stesso. Nel 1967 scadeva il mio permesso di soggiorno e dovevo lasciare l’Inghilterra per tre mesi. È a quel punto che Casey morì: per era un fratello spirituale, gli dedicai The ballad of Casey Deiss. Mi aveva detto: Cerca Giulio Gargiulo a Positano, restaci tre mesi e ritorna. Partii da Londra con la mia 12 corde e il sitar. Presi un taxi da Capodichino verso Positano e durante il tragitto scrissi appunti su quello che vedevo durante il tragitto: da quegli appunti nacque Landscape».
Era il 7 luglio 1967.
«Il tassista si fermo all’ingresso di Positano, davanti a una Madonna. Osservai il panorama, esclamai Ragazzi da qui ora non mi muovo più! e ci restai 13 anni, fino al 1980.
In «Looking up, looking down» canti Positano vista dall’alto, attraverso le finestre gotiche della tua prima casa in Italia. C’è su Youtube un video dell’epoca in bianco e nero, una vera e propria macchina del tempo, in cui ti si vede suonare in quella casa di proprietà di Giulio Gargiulo.
««Si, la mia stagione creativa a Positano arriva sino Transcendence, lp pubblicato dalla Rca nel 1978. Avevo vissuto con una donna per nove anni ma ci separammo e questo mi spezzò il cuore, tu sai di chi parlo. Lei aveva un figlio, allora di 9 anni. Quando tornai a Positano nel 2005 per il concerto sulla spiaggia per l’anniversario dell’hotel Poseydon, un uomo bussò alla porta della mia stanza: Non mi riconosci?, mi disse. Era il ragazzino di 9 anni diventato un uomo fatto.
I tuoi concerti passano da ballate sof alla chitarra a momenti elettrificati in cui usi attrezzature tecnologiche, loop. I tuoi dischi – «Contribution», «Second contribution», «Collaboration», «Faces», «Do you wonder», «Rumplestiltskin’s resolve» – sono ormai dei classici.
«Uno dei segreti dei miei album è che non ho mai detto ai grandi musicisti che mi hanno accompagnato che cosa suonare e come. Non puoi dire come suonare a Stanley Clarke, Jim Keltner, Ralph Humphreys, Steve Gadd. Purtroppo continuo a fare musica intelligente e la musica intelligente non vende, questo è il problema specialmente in America. Il mio reddito non viene dai diritti d’autore della musica, ma dalle esibizioni dal vivo. Ma ho 78 anni, per un altro anno non potrò andare in tour, riprenderò a 80 anni? Non lo so, sono in ottima salute, ma fare musica da solo sul palco è duro, per questo il mio stato d’animo oggi è quello che ho messo in un pezzo, disponibile in rete, nato durante la pandemia: As the days goes by».
Il tuo ultimo lavoro è «Continuance», del 2017.
«L’ho realizzato negli studi Rose Lane a Carpenteria, in California, sono del mio coproduttore Sjoerd Koppert: diventai suo amico ad Amsterdam nel 1972 quando da tecnico del suono e autista del camion di attrezzature degli Yes fece cadere tutto in un canale. Sjoerd mi ha suggerito musicisti con cui non avevo mai lavorato: Anthony Crawford al basso, Danny Janklow al sax, Jonathan McCuen alla chitarra in C’mon round, Brockett Parsons alle tastiere, Sebastian Persini alla batteria e Josh Seguin alla chitarra solista. L’orchestrazione è dell’amico Paul Buckmaster, scomparso nel novembre del 2017».

Raffaele Cascone , Il Mattino di Napoli, foto Massimo Capodanno

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