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Piano di Sorrento, il prof. Ciro Ferrigno ci racconta la storia delle mani d’oro di Giuseppe Giusto

Piano di Sorrento. Il Prof. Ciro Ferrigno, nel consueto racconto del lunedì, ci parla di un episodio legato alla figura di Giuseppe Giusto ed alle sue mani d’oro: «Una goletta, tipo antico, si era fermata a poca distanza dalla Marina di Cassano; sul pennone sventolava la bandiera americana, ora usava le vele, pur avendo il motore. Quel pomeriggio sul Golfo si era disteso un velo di nuvole che sbiancava il sole, quasi un freddo sudario per coprire i morti, le macerie, le distruzioni della Guerra che era finita da un anno, poco più, poco meno. Intorno c’era tutto un mondo da ricostruire, gran parte dell’affaccio a mare di Napoli mostrava chiari i segni dei bombardamenti e Santa Chiara era ancora un cumulo di pietre nerofumo. Quello che faceva impressione era il silenzio, in una terra abituata alla confusione, alle voci dei venditori, allo schiamazzo ed al continuo via vai di un popolo cresciuto da sempre per strada, più che nelle mura domestiche.

A Cassano avevano notato la goletta ferma all’imbocco della baia e, come sempre succede, c’era un misto di curiosità e di timore perché la gente che vive alle marine ben comprende che dal mare arriva tutto il bene e tutto il male possibile. Dopo poco, due marines su una lancia ammarata dalla goletta, si dirigevano verso la Marina. Quando raggiunsero l’arenile, in uno stentato italiano e di più gesticolando, dissero agli uomini che si erano riuniti a capannello che l’imbarcazione era in avaria già dalle Bocche di Capri. Cercavano un operaio capace di riparare il guasto al motore che si era verificato a bordo, problema di una certa gravità, che operai di altre marine, non erano riusciti a risolvere. Dissero pure che la goletta era dell’Ammiraglio degli Stati Uniti, capo dei Marines di base a Napoli.

Gli uomini di Cassano non ebbero dubbi sul nome: Pappone ‘o Calascione, all’anagrafe Giuseppe Giusto che si era formato presso lo zio Raffaele, marito della Massese, diremmo oggi, figura di alto profilo professionale. Una volta a bordo Pappone riparò il guasto mostrando una perizia tale da far meravigliare l’intero equipaggio, anche per la rapidità con la quale seppe risolvere il problema che non era poca cosa. Gli americani ora ridevano, gridavano, come risollevati e offrivano da bere e quelle preziose sigarette made in Usa. Invitarono l’uomo a presentarsi il giorno successivo negli uffici del Governo degli Alleati a Napoli, dove gli sarebbe stata conferita la Patente Honoris Causa di “Chief Engineer”. Furono momenti di gloria per Giuseppe Giusto, per la Marina di Cassano e per l’intera penisola sorrentina, culla di uomini che hanno scritto la storia della cantieristica navale della nostra terra. Quante conoscenze e competenze sono come seppellite sotto la sabbia, secoli di lavoro, di creatività, di capacità, di onore!

L’attestazione aveva gratificato non poco il giovane Pappone, era come una Laurea in Ingegneria, forse un diploma, certamente un riconoscimento che lo avrebbe avvantaggiato nella carriera, ma le cose non andarono così. Qualche anno dopo, quando si trovava alla Capitaneria di Porto di Castellammare per l’imbarco, tra gli altri documenti, il Nostro presentò pure la patente degli Usa, ma un impiegato gli disse, con brutalità: “L’americane se ne so’ ghiute, mo’ ccu ‘sta carta te può annettà sulo ‘o culo!” Fu un colpo al cuore per il Calascione che, tornato a casa, in un momento di collera, strappò il documento, lo ridusse in mille pezzi. Fu un vero peccato perché, alcuni anni dopo, quando iniziò a navigare con la bandiera panamense, e pure in tante altre circostanze, quella patente, sarebbe stata come oro zecchino! Lucia, nell’espressione del volto, ancora oggi mostra rammarico per quel gesto impulsivo che aveva prodotto un danno irreparabile, ma sembra consolata quando ammette che, al padre, in fin dei conti, erano rimaste quelle mani d’oro!».

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