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Oggi ricorrono 11 anni dalla scomparsa di Francesco Cossiga. Il ricordo della sua visita a Positano nel 1991

Oggi ricorre l’undicesimo anniversario della morte di Francesco Cossiga, avvenuta il 17 agosto del 2010. Deputato dal 1958 al 1983, poi senatore; sottosegretario, ministro dell’Interno durante i drammatici giorni del sequestro Moro; presidente del Consiglio, del Senato, fino a ricoprire il più alto incarico istituzionale, quello di Presidente della Repubblica. Eletto il 24 giugno 1985 al primo scrutinio con la cifra record di 752 voti su 977.  Con dieci settimane d’anticipo sulla scadenza naturale del mandato, il 28 aprile del 1992, Cossiga si dimise dalla Presidenza della Repubblica, per evitare all’inizio dell’undicesima legislatura l’ingorgo istituzionale, legato all’elezione del suo successore e alla nascita del nuovo governo. L’annuncio in un discorso televisivo di 45 minuti, pronunciato simbolicamente il 25 aprile, Festa della Liberazione.

Fu un politico di straordinaria intelligenza e lungimiranza, un fedele servitore dello Stato impegnato a difendere il prestigio delle istituzioni anche con pungente ed ironico spirito critico.
La sua visione riformatrice, seppur controversa, anticipò i tempi, rendendo ancora attuale il suo pensiero.

Durante la sua carica di Presidente della Repubblica Francesco Cossiga fu anche a Positano ed a ricordarlo in un suo scritto di qualche tempo fa è il giornalista amalfitano Sigismondo Nastri: «Ho un ricordo caro, ricco di simpatia, di Francesco Cossiga, del quale oggi ricorre il decimo anniversario della morte. Venne a Positano la mattina del 15 luglio 1991 e vi si trattenne fino a pomeriggio inoltrato. Difficile che me ne possa dimenticare. Seguii la visita come cronista per conto di un quotidiano di Salerno. Questo mi consentì di avere con lui un rapporto diretto.

La giornata era bella, soleggiata, seppur tormentata da un vento fastidioso che rendeva il mare increspato. Il Presidente della Repubblica fu accolto da una piccola folla, schierata su balconi e terrazze, lungo le scalinate e la marina, e da gruppi festosi di bambini con le bandierine dai tre colori in mano. Sulla banchina c’era l’abituale protocollare schieramento di autorità: sindaco, prefetto, questore, comandanti delle varie armi e così via, in trepida attesa, oltre ai tanti operatori TV, fotografi, giornalisti. Cossiga giunse a bordo di un piroscafo che gettò l’ancora a un centinaio di metri dal molo. Lo potemmo vedere subito, affacciato sul ponte, compiaciuto dello scenario che gli si parava dinanzi. Era in tenuta sportiva, con giubbotto da marinaio e cappellino. Una motovedetta si accostò, lui scese a passo svelto la scaletta e vi si imbarcò. Quella motovedetta, però, non riuscì a guadagnare la riva. Vi provò ripetutamente, ma, in prossimità del pontile, veniva sempre respinta dalla risacca. Il Capo dello Stato, anziché spazientirsi, appariva divertito. Nei volti dei responsabili della sicurezza, invece, si leggeva la tensione per una situazione paradossale, che oscillava tra il drammatico e il comico. Una situazione che divenne esilarante quando, dalla spiaggia, si levò alto il grido di Teresa Lucibello, mitica noleggiatrice di piccole imbarcazioni: “Levàteve ‘a miezo tutte quante, mo ‘o faccio sbarcà io ‘o presidente!”. La donna, risoluta, fece scivolare in mare una barca e, a colpi di remi, raggiunse velocemente la motovedetta. Nessuno provò a trattenerla. Cossiga accettò di buon grado l’invito, vi montò su con l’agilità di un provetto uomo di mare e, accompagnato da calorosi applausi, fu condotto a terra. Sano e salvo. Compiaciuto sì, eppure per niente disposto a rinunciare a una delle sue esternazioni: più tardi, nel corso del pranzo di gala all’hotel Sirenuse – rivolto al Comandante di porto di Salerno – disse, con aria sfottente: “i suoi uomini sono marinai da piscina”.

La prima sosta del Capo dello Stato fu alla Buca di Bacco. All’invito: “Gradisce un buon caffè?”, replicò con stizza: “Non esiste un buon caffè o un cattivo caffè. O è caffè oppure non lo è”. Da intenditore, spiegò che, prima di gustarlo, bisogna sempre bere dell’acqua per sciacquarsi la bocca.

Nel percorso in salita dalla marina all’albergo Sirenuse cercavo, col microfono del registratore aperto, di captarne ogni frase. Favorito dal prefetto Corrado Catenacci, leggermente defilatosi per lasciarmi il posto accanto al presidente. A un certo punto, con un po’ di sfrontatezza, gli sussurrai: “Quando torno a casa e riferisco a mio figlio Antonio che sono stato con lei, non mi crederà”. “Davvero?”, replicò di scatto. Mi chiese di passargli la penna e un foglio di carta sul quale scrisse: “Ad Antonio, con amicizia ed auguri!”. “Glielo faccia vedere”, aggiunse. In quello stesso momento, mi vidi comparire di fronte proprio Antonio in un gruppo di ragazzi e ragazze, che a Positano erano venuti per fare baldoria. Accennò un sorriso, senza fermarsi. Alla sua età, era attratto da ben altri interessi».

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