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La prima mummia di Pompei ritrovata nella nuova tomba scoperta

La prima mummia di Pompei ritrovata nella nuova tomba scoperta . Ne parla Carlo Avvisati  in un articolo dell’edizione odierna del quotidiano Il Mattino.

L’eccezionale scoperta della tomba con i resti di Marcus Venerius Secundio liberto sessantenne: forse si fece imbalsamare, usanza rara. Sullo scheletro ancora visibili i capelli e un orecchio.

Sono di un ricco e colto liberto pompeiano, Marcus Venerius Secundio, i resti mummificati custoditi nella tomba rinvenuta qualche mese addietro nell’area esterna di Porta Sarno, a una decina di metri di distanza dalle mura cittadine. Un ritrovamento eccezionale, quello annunciato ieri dopo aver messo in sicurezza la sepoltura, se si pensa che, mai prima d’ora, nelle aree delle città distrutte dal Vesuvio nel 79 dopo Cristo ci si era ritrovati davanti a un corpo mummificato. Di più. Quei resti, dopo duemila anni appaiono «ben conservati», visto che il cranio in alcune parti è ricoperto da capelli, alcuni brizzolati.
Fatto, quest’ultimo, che unito ai dati rilevati dagli antropologi che hanno studiato le altre ossa dello scheletro, fa ritenere che si tratti di resti appartenuti a un adulto di circa 60 anni. Altro elemento di eccezionalità, o quasi, perché la durata media delle vita in epoca romana era di circa 45 anni per i maschi e poco meno per le donne.
La scoperta, effettuata durante una missione di studio sulle aree esterne alla cinta muraria alla quale hanno preso parte l’archeologa Luana Toniolo, la restauratrice Teresa Argento e l’antropologa Valeria Amoretti per il parco archeologico di Pompei e gli studiosi dell’università europea di Valencia, propone ancora diversi elementi di unicità tanto dal punto di vista scientifico quanto culturale, e dimostra ancora una volta come Pompei sia una vera e propria «porta del tempo» capace di far compiere a chi ne varca gli ingressi un salto nel passato di duemila anni.
Innanzitutto la sepoltura: i resti, che sono stati trovati inumati nella camera sepolcrale (misura 1,6 per 2,4 metri ed è posta alle spalle dell’ingresso) del monumento funerario, che ha un recinto esterno, non sono incinerati come era uso in quel periodo per gli adulti. Incinerati e in urne, invece, sono stati rinvenuti i resti mortali di altri due pompeiani, ritrovati al di sotto delle caratteristiche columelle di marmo, nel recinto esterno.
Uno dei due contenitori, molto bello, di vetro, inserito in un vaso di piombo a maggior protezione, accoglie i resti di una donna, Novia Amabilis, parente o moglie di Marcus Venerius. Il secondo contenitore, un vaso d’argilla, non dà invece indicazioni sull’appartenenza dei resti. Altra importanza del ritrovamento sta nell’iscrizione posta all’ingresso della tomba: «Diede ludi greci e latini per la durata di quattro giorni». Dove «ludi» come spiega il direttore del parco, Gabriel Zuchtriegel, «va inteso come spettacoli in lingua greca ed è la prima testimonianza certa di esibizioni a Pompei in lingua ellenica, ipotizzate in passato solo sulla base di indicatori indiretti». Insomma, il grande mosaico di Pompei «inserisce una nuova tessera e mostra sempre più», continua l’archeologo, «la multietnicità della prima età imperiale, dove accanto al latino è attestato il greco, all’epoca la lingua franca del Mediterraneo orientale».
Dunque, Marcus Venerius Secundio, da schiavo pubblico e custode del tempio di Venere, si affranca tramite la cultura e di essa fa la cifra di riferimento della sua vita a Pompei, pagando di tasca propria gli spettacoli che dà. Non dimenticando, tuttavia, il suo passato visto che nel nome inserisce anche quel «Venerius» indicativo della sua appartenenza alla citta sacra a Venere. La sepoltura è costituita da un recinto in muratura, sulla cui facciata si conservano tracce di pittura che ripropongono, mal conservate, decorazioni con piante verdi su sfondo blu. Le caratteristiche della camera funeraria: un ambiente ermeticamente chiuso, hanno poi creato le condizioni per la eccellente conservazione dello scheletro, con capelli e un orecchio ancora visibili.
Inoltre, sono stati recuperati elementi di corredo, tra cui due unguentari in vetro e numerosi frammenti di ciò che pare essere un tessuto. Ultimo elemento importante di questo rinvenimento sarà appunto lo studio che specialisti andranno a fare sulla mummificazione del corpo e sul tessuto rinvenuto. Si dovrà accertare se si tratta di un caso dovuto a particolari condizioni di temperatura e umidità dell’aria oppure se sono state usate unguenti e creme specifiche.
«Sarà l’analisi del tessuto», osserva il professor Llorenç Alapont dell’università di Valencia, «a fornire ulteriori informazioni. Dalle fonti sappiamo che tessuti come l’asbesto erano usati per l’imbalsamazione. Quell’uomo forse potrebbe davvero essersi fatto addirittura imbalsamare, cosa che non si usava in zona, con l’intento di preservare il suo corpo dall’inumazione. Anche per chi come me si occupa da tempo di archeologia funeraria, la ricchezza di dati offerti da questa tomba, dall’iscrizione alle sepolture, ai reperti osteologici e alla facciata dipinta, è un fatto eccezionale, che conferma l’importanza di adottare un approccio interdisciplinare, come noi e il parco archeologico abbiamo fatto in questo progetto».

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