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Il Talento di Mr. Ripley e quella ispirazione venuta a Patricia Highsmith a Positano

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Il Talento di Mr. Ripley e quella ispirazione venuta a Patricia Highsmith a Positano  . Oggi la collega Santa Di Salvo, ottima penna de Il Mattino, che spazia dalla cultura all’enogastronomia con grande bravura, ha parlato della nostra Patricia, molti non lo sanno ma l’ispirazione per il famosissimo “Il Talento di Mr. Ripley” è nata proprio nella perla della Costiera amalfitana, una storia ancora tutta da raccontare e da approfondire, e non è l’unico caso di grandi opere letterarie o film ispirati dalla Città Verticale che si staglia come una piramide nel mare della Costa d’ Amalfi , la nostra Terra delle Sirene di fronte a Li Galli e Capri , quell’immaginario “Mongibello” in vari tratti ha molto di Positano… In effetti facendo ricerca nell’archivio di Positanonews qui ha vissuto con molta libertà tante avventure sessuali con donne bellissime, non nascondeva il suo lesbismo. Massimiliano Parente su Il Giornale parlava di lei, recensendo il libro     ,  “Il prezzo del sogno” di Margherita Giacobino, in questi termini

Un assunto fondamentale di Patricia: «Non c’ è amore in cui non si insinui a un certo punto, inevitabilmente, la violenza». Indiscutibile. A tal punto che però lei sogna di uccidere la suddetta Carol: «Vorrei saltarle addosso e stringerla così forte da toglierle il fiato».Non lo fa solo perché ha paura del carcere. Mentre si porta a letto una donna dopo l’ altra accumula quaderni con le prestazioni sessuali di ogni amante, meticolosamente, tabelle dell’ amore, graduatorie dei sensi, grafici cartesiani di erotismo indicibile, obiettivi raggiunti o meno. Annota età, statura, colore dei capelli e della pelle, orgasmi, durate, incompatibilità caratteriali, tutto. In Italia, a Positano, nel dicembre del 1951, annoiata dalla sua amante Lucy, volge lo sguardo sulla spiaggia, vede un uomo che cammina, e ci fantastica su: diventerà il suo celebre Mister Ripley.

Ma vediamo cosa scrive la Di Salvo «Tu vuo’ fa’ l’americano» intona Fiorello in un night anni Cinquanta illuminato da neon colorati e dagli ottoni dell’orchestrina jazz. E improvvisamente Carosone illumina il cinema americano. Con Fiorello arrivano a cantare Matt Damon e Jude Law. Due amici ancora per poco, perché in quella calda estate italiana trascorsa nell’immaginario paese di Mongibello l’erudito e fascinoso criminale Tom Ripley (Damon), sempre più ossessionato dall’irraggiungibile stile di vita di Dickie Greenleaf (Law), ucciderà l’amico gettandolo poi dalla barca e assumendone l’identità. È una delle scene più citate del film di Anthony Minghella «Il talento di Mr. Ripley», girato nel 1999 tra Ischia, Procida e Napoli. Cinque candidature all’Oscar e la Madonna che esce dall’acqua che pare uscita da una pagina di Malaparte. La sceneggiatura non originale è l’adattamento dell’omonimo romanzo di Patricia Highsmith. Uno dei tanti che hanno avuto per protagonista il perturbante assassino seriale inventato dalla regina di ghiaccio del noir americano.
ESISTENZE PERDUTE
A incarnare sullo schermo prima di Damon l’eroe negativo senza rimorsi e senza castigo, al centro di cinque dei ventidue romanzi della scrittrice, si sono avvicendati il giovane e bellissimo Alain Delon, il preferito da Patricia, il crudelissimo John Malkovich, l’odioso Dennis Hopper. E registi del calibro di René Clément («Plein soleil», 1960) Wim Wenders («L’amico americano», 1977) e Liliana Cavani («Il gioco di Ripley», 2002). Ma Highsmith sa narrare sin dagli esordi le sue storie per immagini. Ne resta affascinato persino il grande Alfred Hitchcock, che dal suo primo romanzo Sconosciuti in treno (1950) ha tratto quel capolavoro che è «Delitto per delitto», con la sceneggiatura di Raymond Chandler.
Patricia non è una scrittrice di gialli, odia essere definita così. Piuttosto, è una narratrice di esistenze perdute con il raro talento di metterti a disagio. Nel suo mondo si entra con il senso di un pericolo personale, dirà di lei Graham Greene. Non puoi leggerla senza guardarti le spalle. Il talento di Mr. Ripley invece è l’omicidio. I suoi mille volti sono quelli di una creatura malefica su cui Highsmith sa bene di riverberare tutti i suoi incubi, le ossessioni, le turbinose esperienze omoerotiche, le inquietudini esistenziali, il nomadismo patologico che la porterà a vivere in varie parti d’Europa, anche a Positano. Sono due anime gemelle, Patricia e Tom. Due doppie personalità dottor Jekyll/mister Hyde. Se lei non ha ucciso nessuno, ha pur sempre vandalizzato emotivamente tutte le sue numerose amanti, destabilizzando le loro vite fino a portarle al parossismo e al caos totale. In una sorta di complicità morbosa ha raccontato le gesta di Ripley con la fredda tenerezza di una madre che sa di aver generato un mostro. Tom è bello, colto ed elegante. Usa il male e il delitto come praticasse un esorcismo. Poiché vive al di sopra dei propri mezzi su un castello di menzogne, deve costruirsi diverse personalità a seconda delle circostanze ed eliminare inevitabilmente chi gli si oppone o gli fa ombra o può scoprire il suo gioco, senza mai porsi problemi di ordine morale. Ma sempre in scioltezza, mai forzando il ritmo. Tra un bagno ischitano di fronte al castello aragonese, una galleria d’arte a Londra, una vacanza in Grecia, il soggiorno in villa nella campagna francese.
RICORDI DISTURBANTI
E Patricia? Persino in occasione del centenario della nascita, quest’anno, su di lei niente celebrazioni ma solo ricordi disturbanti. Come l’happening con cui si divertiva ad arruffare le ingessate cene londinesi. Trenta lumache in borsa, rovesciate sulla tavola nel clou della festa, una scia di bava argentea che faceva schizzar via per lo schifo le signore eleganti. Questa era Patricia Highsmith, diabolica signora borderline che raccontava storie di uomini come un ragno racconterebbe storie di mosche. Ipnotica narratrice del male quotidiano, senza dubbio una delle più grandi, e insopportabile sociopatica alcolizzata, misantropa e razzista (tutti giudizi firmati da gente importante). Texana di Fort Worth (1921) ma europea vagabonda per vocazione intellettuale. La sua poetica è racchiusa in una dichiarazione d’amore per i dipinti di Francis Bacon. Ovvero, raccontare «il genere umano che vomita nel gabinetto con il sedere nudo in vista».
Donna insopportabile e scrittrice superlativa, Highsmith costruisce tragedie senza catarsi, storie nerissime senza redenzione, con una struttura «a gomitolo», come la definì Franco Cordelli, che si svela, quando si svela, con una lentezza pari solo al senso dell’attesa. Nella sua altera solitudine, il dandy Ripley le fa da specchio. Eversivo come lei, isolato come le donne autosufficienti in una società maschilista. Nelle loro estati parallele le cose sembrano sempre scorrere per il verso giusto. Ma all’improvviso l’innocenza scompare, le tessere non s’incastrano più. E quando cominci a fare le cose nel modo sbagliato, nell’ordine sbagliato, al momento sbagliato, tutto si trasforma in un incubo. La suspence è il motore universale, dice Patricia nel suo saggio Come si scrive un giallo. Intendendo con tale termine proprio una «sospensione». Un evento incombente, la vita gravata da un pericolo imminente e non riconoscibile. Le estati di Ripley (e anche le sue) sono tutte attraversate da questa nuvola maligna che non si trasforma mai in senso di colpa. È la vita che scorre secondo le nostre più segrete riflessioni, è la logica che vira verso il delirio, è la normalità che finisce per giustificare il crimine. «Alcune persone sarebbe meglio che fossero morte» dice uno dei protagonisti di Sconosciuti in treno. Non lo pensate anche voi?

Positano vista da Patricia Highsmith

Credit…From Patricia Highsmith’s “Zeichnungen”, © 1995 Diogenes Verlag AG Zürich, Switzerland. All rights reserved.

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