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Il debutto di Maurizio Pollini: «Con Schumann e Chopin nel fascino di Ravello»

Il debutto di Maurizio Pollini: «Con Schumann e Chopin nel fascino di Ravello». Riportiamo di seguito l’intervista realizzata da Donatella Longobardi per un articolo dell’edizione odierna del quotidiano Il Mattino.

«Possibilità che il luogo influenzi una esecuzione musicale? Certo Wagner è stato affascinato da questi giardini a picco sul mare, a volte davanti a certi panorami possono scattare dei meccanismi misteriosi». Maurizio Pollini debutta stasera al «Ravello Festival», che si sposta al coperto per lui (auditorium Oscar Niemeyer, alle 20), invitato dal direttore artistico Alessio Vlad che, dopo Muti e la Bartoli, ha puntato su un altro dei grandi nomi italiani che rappresentano l’Italia sulle grandi ribalte internazionali e non si erano mai esibiti qui. E non è un caso che in questa cornice il re del pianoforte abbia scelto un programma centrato su due musicisti che da sempre rappresentano i suoi maggiori interessi. Schumann: Arabesque in do maggiore, op. 18; Allegro in si minore per pianoforte, op. 8; Fantasia in do maggiore per pianoforte, op. 17. E Chopin: Sonata n. 2 in si bemolle minore per pianoforte, op. 35 (marcia funebre); Berceuse in re bemolle maggiore per pianoforte, op. 57; Polacca in la bemolle maggiore per pianoforte, op. 53 «Eroica». Lo stesso programma che il pianista presenterà tra una settimana a Salisburgo.

È così, maestro Pollini? 
«Sì, ho colto la possibilità di realizzare un concerto preparatorio, tra l’altro conosco molto bene questa zona dell’Italia perché molti anni fa passavo spesso le estati tra Capri e la costiera amalfitana. E naturalmente frequentavo Ravello».

Notoriamente lei non si esibisce mai all’aperto, suonerà quindi in auditorium e non a Villa Rufolo.
«Sì un posto egualmente molto bello».

Perché Schumann e Chopin? 
«Ho voluto inserire due tra le maggiori composizioni di questi due grandissimi autori. La Fantasia è uno dei pezzi più straordinari scritti da Schumann. E poi di Chopin la marcia funebre. Liszt non ne apprezzava sufficientemente la scrittura, a suo parere in forma classica».

E lei? 
«Invece io l’apprezzo molto, la trovo geniale e completamente riuscita, forse una delle sue cose più particolari. Anni fa la musicologia aveva iniziato a farne una revisione, ma il progetto di uno studioso americano non andò in porto e non fu pubblicato. Si erano guardate tutte le edizioni originali. Ma ha lasciato idee importanti».

Per esempio? 
«Il ritornello del primo tempo della marcia funebre va fatto tornando all’inizio e non dopo qualche battuta come si fa di solito. Ci sono aspetti sempre nuovi da scoprire. Questo è uno Chopin drammatico, misterioso, in realtà è un autore difficile da capire anche se la sua musica essendo molto lirica arriva facilmente alla sensibilità della gente».

Maestro, lei compirà 80 anni il 5 gennaio del prossimo anno, con l’età come cambiano le esecuzioni? 
«L’anno scorso ho pubblicato un album con le tre ultime sonate di Beethoven. Avevo registrato queste sonate moltissimi anni fa, ero un ragazzino. Se vogliamo allora forse era stato prematuro affrontarle. Così ho sentito il bisogno di rifarle con le mie idee attuali».

E ha altri progetti con la sua storica etichetta, la Deutsche Grammophon? 
«Probabilmente in un tempo ragionevolmente breve pubblicherò anche le sonate 101 e 106, altri due capisaldi della produzione beethoveniana».

Lei, comunque, è noto per aver inserito nei suoi concerti al fianco dei classici anche la musica del Novecento. 
«I percorsi contemporanei continuano ad attrarre i miei interessi. Recentemente in conservatorio a Milano ho eseguito Sofferte onde serene, brano che Luigi Nono mi dedicò nel 1976. Spero di poterlo suonare anche in altre città. Credo che oggi sia più importante che mai la presenza dei compositori contemporanei, grandi autori purtroppo spesso dimenticati dalla nostra vita musicale».

Perché a suo avviso c’è tanta resistenza nelle sale da concerto nei riguardi della musica del Novecento? 
«In realtà anche in passato altri grandi musicisti hanno dovuto aspettare anni per ottenere il loro giusto valore, chissà…».

Come ha vissuto la pandemia e la chiusura di teatri e sale da concerto? 
«Non si poteva fare che soffrire vedendo le sale non piene, il distanziamento, la difficoltà delle orchestre di riprendere il loro suono abituale, una cosa di cui abbiamo estremamente bisogno. Ora spero nell’efficacia della campagna di vaccinazioni, l’obbligo di esibire il certificato anche a teatro incentiva la gente a vaccinarsi, cosa ottima. Anzi, mi auguro lo facciano tutti il più velocemente possibile».

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