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GAETANO CALABRO ALL’UNITRE DI VICO EQUENSE

Il  filosofo Gaetano Calabrò, , professore emerito Università La Sapienza di Roma, socio benemerito  dell’Unitre  Sorrentina, si è offerto di tenere una conversazione  ai presenti.

Essa è programmata per il giorno  1 settembre p.v.  ore 18, 30 precise, sul terrazzo dell’Hotel Aequa.

Il titolo è: La scuola dell’Uomo (da un saggio di Guido Calogero).

L’inito vale per tutti.

Gaetano Calabrò  fu allievo dell’Istituto italiano per gli studi storici nell’anno accademico 1947-48 [1], ha insegnato filosofia nelle Università di Salerno, Napoli e Roma «La Sapienza». Ha curato l’edizione di Hans KelsenTra metodo giuridico e sociologico (Napoli, Guida, 1974) e contributi su Cartesio [2] e Spinoza per l’Enciclopedia multimediale delle scienze filosofiche della Rai.

CALOGEROGuido

Nacque a Roma, il 4 dicembre 1904, da Giorgio, di origini siciliane, professore di lingua francese nelle scuole secondarie, spirito di sentimenti progressisti, di simpatie carducciane, critico di Max Stirner (al cui pensiero aveva contrapposto, in un volumetto polemico, i propri convincimenti morali e politici), e da Ernesta Michelangeli, marchigiana, intelligente e sensibile, figlia del filologo Luigi, grecista e poeta (in questa seconda veste menzionato anche da Benedetto Croce nella Letteratura della nuova Italia), in rapporti di amicizia con Giovanni Pascoli.

Ernesta, che doveva aver ereditato dal padre la passione per il mondo antico (che trasmise al figlio Guido insieme con una disposizione riflessiva e con la capacità di rivolgere la propria attenzione ai casi della vita interiore oltre che a quelli della vita esteriore) si laureò in letteratura greca e fu la prima studentessa nell’Università di Messina a raggiungere questo traguardo. Dal padre, il giovane Guido ereditò, invece, la passione per i viaggi e per le lingue, la curiosità per il “vasto mare aperto” delle nazioni e delle culture che avevano fatto grande la storia dell’Occidente al di qua e al di là dell’Atlantico.

La formazione famigliare, sovrapponendosi a quella scolastica almeno fino alla prima adolescenza –  attraverso le influenze incrociate della madre, del padre e del nonno materno, il gusto e la cultura dei quali erano stati fortemente influenzati da Carducci e Pascoli –, spinse, in un primo momento, Guido verso la poesia, inducendolo a pubblicare, appena quattordicenne, un volumetto di liriche dannunzianamente ispirate (secondo la moda, prevalente allora tra i giovani, che subivano l’attrazione del “poeta Vate”). L’interesse per la poesia e la versificazione (anche senza più cercare sbocchi editoriali che ne rendessero pubblica una frequentazione squisitamente privata) rimase poi costante nella vita di Calogero, come pure il giudizio sull’elevato valore della poesia di D’Annunzio.

LA FORMAZIONE UNIVERSITARIA

Fu con il liceo e poi, ancora di più, con l’Università che Calogero cominciò a sottrarsi all’influenza culturale della famiglia, imbattendosi nei testi di Croce, prima, e quindi di Giovanni Gentile, con il quale la sua vicenda di studente universitario incrociò ben presto il proprio percorso. Tuttavia, la passione per il mondo antico, persistente retaggio famigliare, lo indusse, in un primo momento a progettare di laurearsi in archeologia e a iniziare il suo cammino come studente dell’Università romana «La Sapienza», seguendo un corso di epigrafia greca. Dal quale, però, ben presto – e benché mantenesse comunque, per il resto della sua vita, un grande interesse per l’archeologia, i suoi reperti e soprattutto le antiche iscrizioni – lo distolse l’attrazione per la sensibilità nei confronti della vita e delle sue passioni testimoniata dalla poesia classica. Passò pertanto dall’epigrafia alla letteratura greca e si ripromise di laurearsi in questa materia rivolgendosi al docente di allora, Nicola Festa, affinché gli assegnasse una tesi su Pindaro. Anche se il progetto di laurearsi con Festa non ebbe seguito, l’incontro con questo studioso fu importante perché Calogero ottenne da lui, con l’assegnazione della tesi sulla metrica di Pindaro, il compito di recensire due volumi dedicati al lirico greco dallo studioso tedesco Franz Dornseiff. Questa recensione non costituisce solo il primo documento dell’attività scientifica di Calogero, ma mostra anche l’adesione ai principî dell’estetica neoidealistica e il rifiuto di una critica, come quella messa in atto da Dornseiff, di taglio puramente storico, empirico, positivistico, interessata esclusivamente alla ricostruzione del contesto in cui collocare la personalità del poeta e rivolta soltanto agli aspetti esteriori della produzione letteraria.

Si andava così definendo l’orientamento di Calogero rispetto al mondo degli studi: guidato dalla passione per la cultura antica, e in particolare per quella greca, e dall’interesse per il pensiero moderno, in particolare per la filosofia italiana più recente. Nel 1924, con il ritorno di Gentile all’Università – dopo la parentesi ministeriale nel primo gabinetto Mussolini (di coalizione), dopo il delitto Matteotti e alla vigilia della rottura dei suoi rapporti personali con Croce –, per Calogero si aprì uno scenario nuovo: dette con Gentile l’esame di storia della filosofia portando, come programma, «tutto Platone in greco» (come lui stesso ricordò più tardi): l’esito brillante e l’incoraggiamento rappresentato dal fatto che Gentile avesse mostrato chiaramente di apprezzare la preparazione e il talento dell’esaminando furono viatico al cambio di tesi e alla scelta di Gentile come nuovo relatore. Con lui Calogero si laureò discutendo una dissertazione sulla logica aristotelica l’anno successivo, nel 1925.

 

TRA LOGICA ANTICA E IDEALISMO MODERNO

Ebbe inizio, a questo punto, un periodo di grande fecondità, nel corso del quale interventi e contributi dedicati alla sua personale rielaborazione dell’attualismo in chiave prassistica si alternarono con saggi e monografie rivolti all’esame della logica antica. Fanno parte dei primi i testi poi riuniti in La conclusione della filosofia del conoscere (Firenze 1938), uno dei quali, quello di apertura, risaliva al 1925, quando Calogero aveva appena 21 anni, a sottolineare la straordinaria precocità intellettuale dell’autore.

In questa raccolta compare poi, subito dopo, anche il saggio Gnoseologia e idealismo, del 1929, che è il testo della relazione letta da Calogero al congresso di filosofia promosso da Gentile (del quale, con Ugo Spirito, fu segretario, a testimonianza del fatto di essere già diventato, con il più anziano e più ortodosso Spirito, uno dei due esponenti di maggior spicco della seconda generazione attualistica), che si tenne in quell’anno a Roma, poco dopo la ratifica dei Patti Lateranensi, dai quali Gentile era stato vivamente sorpreso e contrariato, visto che costituivano la smentita più bruciante delle sue convinzioni relative alla natura spirituale della statualità, destinata a riassorbire in sé l’intera sostanza etica della nazione. Il congresso diede vita a un dibattito molto acceso tra l’interpretazione cattolica e quella laico/attualistica del Concordato, e Calogero, con la sua relazione, con un intervento polemico sulle tesi espresse da un altro relatore e con il resoconto dei lavori congressuali, steso su richiesta di Gentile e fatto pubblicare da quest’ultimo sul periodico Educazione fascista, prese attivamente parte al confronto, schierato su posizioni anti-cattoliche.

Del secondo filone di interessi calogeriani cui riconducono i testi dedicati all’esame della logica antica fanno parte la monografia su I fondamenti della logica aristotelica (ibid. 1927) rielaborazione della tesi di laurea dedicata allo stesso argomento) che ebbe larga risonanza anche internazionale e diede a Calogero una precoce fama come studioso del pensiero di Aristotele, gli Studi sull’eleatismo (Roma 1932; nuova ed. accr., Firenze 1977 ), l’edizione del testo greco a uso scolastico (e non), con ampio commento e in qualche caso la traduzione, di alcuni dialoghi platonici, tra i quali spicca, per l’ampio e fondamentale saggio introduttivo, il Simposio (Bari 1928). Risale a questi anni anche il progetto – che si tradusse, per allora, esclusivamente nella pubblicazione di qualche capitolo preliminare – della Storia della logica antica, il cui primo e unico volume vide la luce presso Laterza solo nel 1967. Nel 1939 Calogero diede alle stampe il corso di pedagogia tenuto all’Università di Pisa in quello stesso anno accademico, con il titolo La scuola dell’uomo (Firenze): con esso giungeva idealmente a compimento il programma definito nella Conclusione della filosofia del conoscere: l’io, l’atto del pensare o il pensare in atto è ciò di cui non posso mai liberarmi, una presenza immancabile in qualunque evento, scelta, manifestazione di volontà che la mia coscienza accolga, esprima, testimoni. Proprio questa onnipresenza e trascendentalità dell’io fanno sì che qualsiasi tentativo di fissarlo, definirlo, conoscerlo sia destinato al fallimento: quello che si afferrerebbe, così facendo, non sarebbe mai il vero, reale, attuale pensiero in atto, ma sempre e soltanto una sua immagine obiettivata, empirica, statica: non l’autentico soggetto nel farsi del suo agire, ma un oggetto tra gli altri. Perciò la filosofia non può e non deve occuparsene: non può e non deve darsi l’obiettivo irrealizzabile di afferrare e conoscere l’organo e il principio di ogni possibile conoscenza (il pensiero appunto, o meglio il pensare), ma soltanto quello di comprendere ed elaborare le concrete espressioni del suo agire, esse sole oggettivabili e definibili. La filosofia, in altre parole, deve cessare di essere una gnoseologia (una teoria della conoscenza) come, contravvenendo al suo più intimo principio ispiratore, continuava ancora a essere, nonostante tutto, l’attualismo di Gentile, e farsi puramente e semplicemente filosofia della prassi: del fare, dell’agire, dell’operare, anche e soprattutto per mezzo del pensiero. Era evidente, in questa impostazione, un’innegabile ispirazione idealistica, anzi una radicalizzazione tale dell’attualismo da tradursi nella critica assai netta della veste che, soprattutto con la Logica come teoria del conoscere, Gentile gli aveva conferito (in particolare con il secondo volume, la Logica del concreto, mentre del primo, la Logica dell’astratto, Calogero aveva già svolto, implicitamente, la critica attraverso i Fondamenti della logica aristotelica, che alla radice del formalismo della logica dell’Organon svelava una logica noetica, una logica del pensare intuitivo e attuale, non astratto). Giungendo a distanza di appena due anni dal volume di Ugo Spirito, La vita come ricerca (in cui il più ortodosso degli allievi di Gentile rovesciava, contro il maestro, lo stesso principio ispiratore della filosofia attualistica, accusandola di essersi trasformata in una «teoria» dell’«atto del pensare», ossia in una teoria del non teorizzabile, pena il suo snaturamento e la sua trasformazione da «atto» a «fatto»), La scuola dell’uomo venne considerata, insieme al libro di Spirito, l’espressione più radicale di una crisi interna alla scuola di Gentile, che ne avrebbe ben presto determinato la dissoluzione.

Nel frattempo, Calogero era andato percorrendo rapidamente le tappe di una brillante carriera accademica: dalla libera docenza ottenuta nel 1927 (a soli 23 anni), e dall’incarico di docente di filosofia antica presso l’Università di Roma «La Sapienza» (con la titolarità, in parallelo, dell’insegnamento di storia e filosofia nel liceo Torquato Tasso della capitale) – che ottenne dopo un anno, o meglio due semestri trascorsi a Heidelberg, dove si legò di amicizia con Raymond Klibansky ed entrò in contatto con il pensiero di Ernst Cassirer, il quale, a proposito dei suoi studi sul pensiero antico e soprattutto arcaico, ebbe su di lui un’influenza più significativa di quella esercitata da veri e propri antichisti come Ernst Hoffmann e Jiulius Stenzel –, fino alla cattedra universitaria, conseguita giovanissimo, nel 1931 e ricoperta, dapprima come professore straordinario di filosofia, presso la facoltà di magistero dell’Università di Firenze, poi, come ordinario di storia della filosofia a Pisa, a partire dal 1935.

COMINCIA A DELINEARSI UN ORIENTAMENTO POLITICO

Inizia in questo periodo anche la progressiva presa di coscienza politica di Calogero, nella cui famiglia, che pure alle vicende pubbliche rivolgeva scarso interesse, si leggeva, tuttavia, il Mondo di Giovanni Amendola. Il 1929 fu, infatti, l’anno, oltre che dei Patti Lateranensi e del convegno di filosofia romano, del matrimonio con Maria Comandini (unione dalla quale nacquero Laura, che poi sposò Gennaro Sasso, e Francesco, che sposò Luisa La Malfa). Maria era la nipote di Ubaldo Comandini (fratello del padre Filippo), uomo politico di rilievo del Partito repubblicano romagnolo, dapprima di sentimenti tiepidi ma non ostili nei confronti del fascismo, poi, progressivamente, sempre più critico verso il governo Mussolini (del quale già nel 1922 aveva rifiutato di far parte) e, dopo il delitto Matteotti, che condannò pubblicamente con grande energia, decisamente avverso al regime per il breve spazio di tempo che durò ancora la sua vita (morì, infatti, nel 1925). Calogero cominciò così a entrare in più diretto contatto con i temi e i conflitti politico-ideologici suscitati dall’avvento del fascismo al potere. Ma la sua posizione, in questo periodo, era ancora piuttosto indefinita: ostile al Concordato (come tutti i gentiliani di stretta osservanza), aveva inviato una lettera di plauso a Croce per il suo discorso in Senato contro i Patti Lateranensi, rispondendo all’omaggio fattogli dallo stesso Croce, che ne aveva apprezzato i contributi al congresso di filosofia, del testo di questo discorso, ma aveva anche mostrato un grande apprezzamento per l’interpretazione laica e “restrittiva” della portata della Conciliazione offerta da Mussolini in un suo intervento alla Camera il 13 maggio. A ogni modo, la sua corrispondenza con Croce gli valse una precoce schedatura da parte dell’OVRA. Poi, con il passaggio da Roma a Firenze e il contatto assiduo e ravvicinato con due personalità come Ernesto Codignola e Luigi Russo, legate a Gentile e al suo pensiero, che andavano progressivamente allontanandosi dal fascismo in seguito al “tradimento” rappresentato ai loro occhi dalla firma del Concordato, cominciò a prendere corpo, in Calogero, l’interesse per la politica vera e propria, sebbene in una forma ancora indecisa visto che nel 1932 (dopo aver giurato, l’anno prima, come imposto a tutti i professori universitari, fedeltà al regime) chiese la tessera del Partito nazionale fascista (PNF), domanda peraltro respinta e che a distanza di dieci anni egli giustificò, nel rispondere a qualche membro della Commissione provinciale per i provvedimenti di polizia che lo stava interrogando, con l’addurre (non sappiamo se e quanto sinceramente) un suo partecipe interesse di allora per il corporativismo.

IL LIBERALSOCIALISMO E IL PASSAGGIO ALL’ANTIFASCISMO MILITANTE

Passato a Pisa, la svolta in senso politico e antifascista dell’atteggiamento in precedenza laico ma sostanzialmente apolitico di Calogero prese rapidamente forma: secondo la sua stessa testimonianza risale al 1936 (dopo la conclusione della “guerra d’Etiopia”, che per molti rappresentò un motivo di risveglio dall’apatia e dall’acquiescenza ai temi della propaganda del regime) la prima idea del movimento liberalsocialista, che traeva ispirazione dal “Socialismo liberale” di Carlo Rosselli, ma si proponeva, rispetto a esso, come una sintesi più compiuta e integrale dei due termini, in chiave politico-filosofica oltre che economico-sociale, ossia “ideologica” nel significato migliore e più comprensivo del termine. Il passaggio alla militanza antifascista, sia pure essenzialmente ancora solo sul piano della teoria, indusse Calogero, nel 1937, a prendere una seconda laurea in giurisprudenza, per assicurarsi la possibilità di svolgere una libera professione (e così garantire il sostentamento economico della sua famiglia) nel caso in cui il fascismo lo avesse privato della cattedra.

Nacque in questo modo uno dei suoi testi più interessanti, La logica del giudice e il suo controllo in cassazione (Padova 1937; 2ª ed., ibid. 1964), nel quale, ispirandosi alle tesi di Piero Calamandrei, venivano delineati i compiti di controllo e verifica della Cassazione in un senso diverso da quello comunemente inteso di accertamento del rispetto della forma logica nella stesura delle sentenze: nel senso, cioè, piuttosto, di un sindacato della stessa logica della legge e della sua genesi ideale. Una formulazione che già allude a quella “suprema corte” alla quale, nel primo manifesto liberalsocialista (1940), fu demandato il compito di vigilare sul gioco dei partiti e sulla sua conformità ai principî della democrazia liberale.

Nel febbraio 1942 Calogero fu fermato dalla polizia e trattenuto nel carcere delle Murate fino al 14 giugno. Nel corso di questi mesi ebbe modo di scrivere quello che divenne il terzo volume delle sue Lezioni di filosofia, dedicato all’Estetica (Torino 1947), che qualcuno considera il suo capolavoro e che, con gli altri due dedicati, rispettivamente, alla Logica (ibid. 1948) e all’Etica (ibid. 1946) costituisce l’intera esposizione del suo pensiero filosofico.

Il 4 giugno 1942, a casa di Federico Comandini (cugino di primo grado della moglie di Calogero), venne ricostituito il Partito d’Azione (Pd’A) nel quale confluirono il movimento liberalsocialista e quello di «Giustizia e Libertà» (espressione politica del socialismo liberale di Rosselli) insieme con alcuni esponenti del Partito repubblicano italiano (PRI). Erano presenti, tra gli altri, Piero Calamandrei, Ugo La Malfa, Mario Vinciguerra, Edoardo Volterra, ma non, come dichiara erroneamente la lapide affissa all’ingresso del palazzo nel quale ebbe luogo l’incontro, Calogero, che in quella data era ancora recluso in carcere a Firenze. Dal Carcere Calogero fu inviato al confino, a Scanno, dove, nella primavera del 1943, fu nuovamente arrestato, quando la polizia diede inizio alla repressione su vasta scala del movimento azionista, e trasferito al carcere di Bari, rimanendovi fino al 28 luglio, a caduta del fascismo avvenuta. Dopo la scarcerazione ritornò a Scanno, visto che la casa di Roma era stata affittata per far fronte alle esigenze economiche della famiglia a causa della sua destituzione dalla cattedra, e qui, in seguito, giunse anche un ex normalista, Carlo Azeglio Ciampi, che era stato suo allievo e che aveva scelto di rifugiarvisi da sfollato, sperando di ritrovarvi, come in effetti fu, il professore di Pisa cui era legato da un vincolo profondo di riconoscenza e di stima. Dopo la guerra, Calogero fu tra i protagonisti della breve parabola del Partito d’Azione, che nel 1946 vide l’uscita della componente repubblicana e l’anno successivo la decisione, da parte della componente rimasta (quella socialista e liberalsocialista) di sciogliersi e confluire nel Partito socialista italiano (PSI).

La teorizzazione del liberalsocialismo e la fondazione del movimento che da esso prese il nome, così come la militanza nel Partito d’Azione sotto l’egida delle parole d’ordine di «Giustizia e Libertà» mise Calogero in urto con Croce, che in effetti, come dimostra l’epistolario tra i due, non si era quasi mai dimostrato particolarmente tenero con lui o benevolo nei suoi confronti. Ma l’unione nella teoria politica cui Calogero aveva dato il nome di liberalsocialismo di due termini eterogenei e reciprocamente allotrî come quello della “libertà” (che per Croce era un “concetto puro”, essendo divenuta, ai suoi occhi, negli anni, l’espressione più consona di quel “distinto” rappresentato, nel suo pensiero, dalla morale) e della “giustizia” (sociale e politica, che per Croce era uno pseudoconcetto, come tale questione empirica, eventualmente di pertinenza di un altro e meno nobile “distinto”, quello costituito dalla prassi economico-utilitaria) era a tal punto indigeribile per il filosofo napoletano da rendere la sua polemica con gli azionisti (molti dei quali, come per esempio Omodeo, legati a lui da vincoli di discepolato e collaborazione), e soprattutto con Calogero, spesso astiosa e sprezzante.

Con la conclusione del conflitto mondiale, esaurita la breve anche se intensa vicenda del Partito d’Azione, Calogero, reintegrato nel suo ruolo di professore universitario a Pisa, riprese con grande energia l’attività scientifico-accademica, accompagnandola con un significativo impegno pubblicistico che lo vide collaboratore di importanti periodici di attualità politica e culturale come Il Ponte di Piero Calamandrei e Il Mondo di Mario Pannunzio. Contemporaneamente, dette inizio a una serie di viaggi di lavoro e di studio che lo portarono, in qualità di visiting professor, in varie Università del continente nordamericano – tra le quali la Mc Gill di Montreal, Princeton, la Columbia di New York, Berkeley – e, come direttore dell’Istituto italiano di cultura, per cinque anni a Londra (1950-55). Nel 1950 cambiò sede universitaria passando da Pisa a Roma, dove insegnò dapprima storia della filosofia antica, poi storia della filosofia e infine filosofia teoretica. Fu inoltre membro di importanti accademie internazionali e dell’Accademia nazionale dei Lincei. Concluse la sua carriera universitaria nel 1975, e nel 1981 fu nominato professore emerito.

LA FILOSOFIA DEL DIALOGO

Quanto agli svolgimenti del suo pensiero filosofico, per comprenderne gli sviluppi occorre fare un passo indietro e tornare ai suoi studi di filosofia antica tra gli anni Venti e Trenta. Se con la monografia dedicata alla logica aristotelica Calogero aveva individuato, alla radice del formalismo logico, una logica noetica, intuitiva, non astratta né formale, che si traduceva nell’accoglimento immediato, da parte della coscienza, della percezione del singolo “che cosa” o “questo qui”,  la logica classica, cioè la formalizzazione del pensiero dianoetico, e i suoi sviluppi speculativi, che giungevano fino a Hegel e alla sua logica dialettica, facevano parte di un unico percorso, contraddistinto, secondo Calogero, dalla prevalenza dell’aspetto gnoseologico. In altre parole, la logica classica si era tradotta in una metafisica, prima, e in una gnoseologia, poi, assegnando non solo la verità all’orizzonte della conoscenza, ma facendo coincidere, proprio per questo, la verità con il pensiero e il pensiero, in definitiva, con una forma di autocoscienza e di soggettività trascendentale. Ciò era anche frutto dell’equivoco sorto sul terreno della logica arcaica che confondeva linguaggio e pensiero, permettendo alla loro successiva separazione di prendere corpo solo nella forma di un eterno rinvio riflessivo. A tale svolgimento Calogero opponeva quello di un passaggio dalla logica noetica – frutto della combinazione fra un’attività onnipresente e inafferrabile del pensiero e il suo determinarsi in significati sempre mutevoli, dominabili solo per mezzo di un atto di volontà, cioè di interlocuzione e confronto comunicativo – alla dialettica socratica che, diversamente da quella moderna, tanto poco atta a essere l’organo o lo strumento di questa disposizione alla ricerca della verità nel dialogo quanto la logica classica, si traduce nel concreto esercizio del dialegesthai. Socrate e la sua incalzante propensione dialogica, perciò, fu la figura destinata a campeggiare in tutta l’ultima fase della riflessione di Calogero, da lui denominata “filosofia del dialogo”, che occupò l’intero percorso della sua elaborazione speculativa nel dopoguerra e che promosse, accentuando in maniera considerevole, quella vocazione pedagogica o politico/pedagogica che era sempre stata una componente di rilievo del pensiero calogeriano, favorita, in questa fase, dalla possibilità di avvalersi degli strumenti di diffusione rappresentati dalla sua attività pubblicistica per un verso, e dalla rivista La Cultura, fatta rinascere nel 1963, insieme con Gennaro Sasso, dopo che il fascismo l’aveva soppressa nel 1935, per l’altro.

Morì, a Roma, il 17 aprile 1986.

FONTI E BIBLIOGRAFIA

La bibliografia completa dei contributi pubblicati da C. è apparsa nel 4° volume della collana «Bibliografie» dell’Istituto universitario Orientale (IUO) di Napoli nel 1994, a cura di C. Farnetti, con un saggio biografico introduttivo di G. Sasso, per i tipi della casa editrice Enchiridion. Altre bibliografie relative ai contributi “su” C. e il suo pensiero sono collocate alla fine di alcuni dei saggi critici e critico-biografici compresi nelle due sezioni successive.

Tra i contributi biografici: G. Calogero, Ricordi e riflessioni, I, Benedetto Croce, in La Cultura, 1966, n. 2, pp. 145-178; II, Mussolini, la Conciliazione e il congresso filosofico del 1929ibid., n. 4, pp. 433-467; III, Ernesto Rossi e, IV, Postilla ai ricordi crocianiibid., 1967, n. 2, pp. 145-179; G. Sasso, G. C.: considerazioni e ricordi, in Id., Filosofia e idealismo, III, De Ruggiero, C., Scaravelli, Napoli 1997, pp. 127-176; G. Giannantoni, In ricordo di G. C., in Elenchos, 1987, n. 1, pp. 5-24; G. Paraboschi, Note sulla visita di C. negli U.S.A. e sugli articoli in lingua inglese e relativa bibliografia, in La Cultura, 1989, n. 1, pp. 167-176; M. Mustè, G. C., in Belfagor, 2000, n. 2, pp. 163-185; S. Zappoli, G. C. (1923-1942), Pisa 2011. Tra i contributi critici si vedano almeno: G. C. a Pisa fra la «Sapienza» e la «Normale», a cura di C. Cesa – G. Sasso (contiene interventi di: G. Sasso, M. Isnardi Parente, A. Russi, R. Raggiunti, S. Petrucciani, V. Frosini, M. Visentin, V.E. Alfieri); G. Sasso, Filosofia e idealismo, III, cit., pp. 177-450; I dilemmi del liberalsocialismo, a cura di M. Bovero – V. Mura – F. Sbarberi, Roma 1994; G. C.: tra memoria e nuove ricerche 1904-2004, a cura di M. Durst – S. Ricci, Roma 2007 (contributi di: G. Sasso, M. Agrimi, M. Visentin, M. Durst, P. Ridola, G. Cavallari, G. Dessì, T. Cancrini);  A. Brancacci, Il Socrate di G. C., in Giorn. critico della filosofia italiana, 2017, n. 2, pp. 205-226.

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