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Afghanistan, ora è il momento del “blame game”, Biden scaricherà la colpa su Trump

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    Afghanistan, ora è il momento del “blame game”, Biden scaricherà la colpa su Trump . Che sia vero o meno , probabilmente lo è , è un meccanismo noto che si applica quando c’è il fallimento  come scrive  Pierre Haski, L’Obs, Francia tradotto sulla rivista specializzata L’Internazionale
    Nei prossimi giorni, forse anni, ci ritroveremo inevitabilmente a discutere della sconfitta americana (e occidentale, per estensione) in Afghanistan. È il momento del blame game, come dicono sull’altra sponda dell’Atlantico, del “gioco della colpa”. Il meccanismo, dopo la Cina nel 1948 e il Vietnam nel 1975, si applica ormai anche all’Afghanistan.

    Joe Biden ha giocato la carta del “parafulmine Trump” ricordando di aver ereditato un accordo politico firmato in pompa magna dall’amministrazione del suo predecessore nel 2020 con i rappresentanti dei taliban, a Doha. È un modo per condividere, sul fronte politico interno, il fardello dell’umiliazione che si abbatte (ancora una volta) sulla prima potenza mondiale. È corretto, ma è altrettanto vero che è stato Biden a dare il via alla partenza dei soldati, senza il minimo quadro politico afgano e indicando chiaramente ai taliban che la via per la conquista di Kabul era aperta.

    Ma la realtà è più complessa. Prima di tutto è necessario ricordare che nel 2001 l’intervento di una coalizione principalmente (ma non unicamente) statunitense è stato sostenuto dall’intera comunità internazionale, con il via libera del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dopo l’11 settembre. L’Afghanistan dei taliban era colpevole di aver permesso ad Al Qaeda di pianificare e organizzare dal suo territorio gli attentati più spettacolari della storia. Questo non va dimenticato.

    Al centro del dibattito c’è la trasformazione di quell’intervento preciso (che potremmo chiamare punitivo, i seguito a una minaccia puntuale) in una missione di “state building”, di creazione dal niente di uno stato moderno e democratico, concepito e voluto dall’estero. Gli ultimi due decenni non hanno segnato il fallimento dell’intervento del 2001, ma quello del sogno civilizzatore che l’occidente ha voluto imporre in Afghanistan. L’idea, che due anni dopo è stata ripetuta in Iraq, era che una forza d’occupazione “benevola” potesse contribuire a creare una democrazia, come in Germania e Giappone nel 1945, dopo la seconda guerra mondiale.

    Questo sogno oggi va in frantumi, con il tradimento di tutti gli afgani che avevano creduto in questa promessa disastrosa

    Questa illusione dell’ingerenza democratica, diventata un’idea dominante anche al di là della cerchia iniziale dei neoconservatori statunitensi, è fallita dopo pochi anni, ma soltanto oggi, a Kabul, il mondo è costretto a prenderne atto.

    La missione era inevitabilmente votata al fallimento fin dall’inizio, e negli ultimi vent’anni non sono mancati gli esperti che hanno fatto suonare il campanello d’allarme. È in parte per questo motivo che François Hollande, senza fare troppo rumore, aveva ritirato la truppe francesi dall’Afghanistan dopo la sua elezione del 2012. Nicolas Sarkozy lo aveva già dichiarato durante la campagna elettorale del 2007, ma era stato “cooptato” da George Bush e aveva finito per aumentare gli effettivi sul campo.

    Il problema è che la missione di “state building” è stata effettivamente messa in pratica nel corso degli ultimi due decenni, ma è stata anche brutalmente interrotta. Una generazione di afgani e soprattutto di afgane è cresciuta sotto questo “ombrello” americano e occidentale, con l’idea che tutto fosse ormai possibile. Una ragazza poteva scegliere se indossare il burqa o meno, così come poteva sposarsi in base alla propria scelta e decidere in merito alla propria sessualità. Questo sogno oggi va in frantumi, con il tradimento di tutti gli afgani che avevano creduto in questa promessa disastrosa.

    Assumersi questa parte di responsabilità obbliga quantomeno le democrazie a prendere coscienza delle conseguenze di ciò che hanno tentato di esportare, principalmente a Kabul e in parte anche fuori dalla capitale. I paesi coinvolti dovranno accogliere degnamente ed efficacemente i rifugiati che sicuramente lasceranno il paese dopo il ritorno di un regime retrogrado di cui pensavo di essersi sbarazzati nel 2001. Ricordiamo ancora i boat people d’Indocina nel 1975. All’epoca Raymond Aron e Jean-Paul Sartre, due intellettuali che fino a quel momento erano in conflitto su tutto, chiesero insieme la solidarietà nei confronti dei rifugiati, dando vita a un’unità nazionale per chiedere solidarietà: 125mila rifugiati d’Indocina furono accolti in Francia, in modo ordinato e organizzato, trasformando un trauma individuale e collettivo in una seconda occasione il cui successo è stato apprezzato da tutti.

    Davvero il mondo è cambiato al punto che un simile slancio di solidarietà è diventato impossibile? Finora soltanto il Canada si è impegnato ad accogliere ventimila afgani sul suo territorio. Nel 2015 l’Europa si è divisa davanti al flusso di siriani, e soltanto la Germania di Angela Merkel si è dimostrata all’altezza della situazione. Tra l’altro la cancelliera ha comunque dovuto incassare le critiche persino dal suo stesso partito, per non parlare dell’ascesa dell’estrema destra di AfD alle elezioni successive. Dobbiamo davvero attendere che decine se non centinaia di migliaia di afgani arrivino in Turchia, dove l’esodo e già cominciato, e in altri paesi al confine con l’Afghanistan prima di prendere decisioni sull’onda dell’emozione e del panico e nel timore che l’estrema destra possa approfittarne?

    Al di là della solidarietà ci saranno immancabili conseguenze strategiche. Joe Biden ha dichiarato che l’America “is back”, ma l’impressione generale, per riprendere le parole detta al New York Times da François Heisbourg, esperto di questioni strategiche, è che l’America sia piuttosto “back home”, che sia “tornata a casa”. Come accaduto dopo la guerra in Vietnam, anche oggi in gioco ci sono il prestigio e la credibilità della prima potenza mondiale, in un momento di ridefinizione dei rapporti di forza internazionali. Basta seguire i profili dei mezzi di comunicazioni ufficiali cinesi sui social network per percepire la preoccupazione rispetto all’imminente vittoria dei taliban alle porte della Cina. Pechino, tra l’altro, non perde occasione per piantare un chiodo nella bara della potenza americana, o almeno è questo il concetto che vuole trasmettere all’opinione pubblica. Il messaggio subliminale inviato agli abitanti di Hong Kong e Taiwan è chiaro: non pensate che lo zio Sam verrà a salvarvi…

    L’ultimo tema inevitabile del dibattito è il parallelo – né falso né totalmente valido — tra l’Afghanistan e il Sahel, ovvero tra il fallimento statunitensi e le difficoltà francesi. Gli esperti potranno discuterne all’infinto, ma è facile immaginare cosa penseranno i jihadisti del Sahel vedendo gli americani in fuga da Kabul davanti a una formazione che non ha un millesimo della potenza del più grande esercito del mondo. A quanto pare non abbiamo finito di imparare la lezione dalla disfatta di Kabul.

    (Traduzione di Andrea Sparacino)

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