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Sardegna , il grido di dolore per l’incendio, la volpe simbolo. Ma come è possibile che a Oristano le fiamme non si sono fermate?

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    Sardegna , il grido di dolore per l’incendio, la volpe simbolo ripresa in un post di Roberto Saviano

    Il corpo di questa piccola volpe asfissiata dal fumo dell’incendio in Sardegna è il giudizio più feroce e inappellabile sull’homo sapiens. Mi chiedo spesso come sarebbe questo pianeta se non fosse stato ammorbato dalla razza umana…. la piú crudele e violenta tra tutte le specie viventi a cui mi dispiace d’appartenere.

    Ogni incendio è causato da due fenomeni distinti: l’accensione delle fiamme e la loro propagazione. Il primo è solitamente quello che riceve più attenzione mediatica, ma quando un incendio boschivo raggiunge le dimensioni di quelli attualmente in corso in Sardegna, il singolo evento di innesco ha poca importanza: contano le circostanze che hanno facilitato la propagazione delle fiamme. Sono più complesse da capire – c’entra il cambiamento climatico, che complica sempre le cose – ma più importanti da conoscere per evitare altri incendi simili in futuro.

    Secondo le prime stime regionali, gli incendi in provincia di Oristano hanno bruciato almeno 20mila ettari di terreno. Rientrano nella categoria dei «grandi incendi forestali», quelli che sono troppo vasti per essere spenti ma possono solo venire arginati con gli interventi aerei. Si sviluppano spesso in posti come la California, ma anche nei paesi intorno al mar Mediterraneo. Erano grandi incendi forestali ad esempio quelli che quattro anni fa si verificarono in Portogallo e, in misura minore, in Sicilia, Calabria e Campania: in Italia il 2017 è stato l’anno in cui è bruciata la più grande superficie territoriale nell’ultimo decennio.

    Le statistiche messe insieme dal Corpo forestale dello stato, ora Carabinieri forestali (CUFA), e dai corpi delle regioni e province autonome dicono che mentre tra la fine degli anni Settanta e il 2000 la superficie media per incendio diminuiva, dal 2000 in poi è aumentata. Non è successo perché i servizi di spegnimento degli incendi siano peggiorati o perché si sia investito meno per finanziarli: la spesa al contrario è aumentata. È successo perché sono intervenuti altri fattori.

    «I fattori predisponenti di propagazione degli incendi possono essere raggruppati in tre grandi gruppi: meteorologia, orografia e caratteristiche della vegetazione», spiega Giorgio Vacchiano, ricercatore in selvicoltura e pianificazione forestale dell’Università degli Studi di Milano, in Un paese che brucia, un rapporto sui cambiamenti climatici e gli incendi boschivi in Italia realizzato dalla Società italiana di selvicoltura ed ecologia forestale (SISEF) e da Greenpeace nel 2020.

    Negli ultimi decenni ovviamente l’orografia delle zone boschive italiane, cioè la conformazione fisica di montagne, coste e valli, è rimasta la stessa, ma è cambiato il rapporto tra gli incendi e le condizioni meteorologiche, che li influenzano sempre di più. In Un paese che brucia, Davide Ascoli, ricercatore in pianificazione forestale e selvicoltura dell’Università di Torino, cita le statistiche del CUFA che dicono che «la forza della relazione fra la superficie bruciata ogni anno e l’indice di predisposizione meteorologica agli incendi è aumentata dal periodo 1988-2003 al periodo 2004-2018».

    In tutti i paesi attorno al mar Mediterraneo negli ultimi decenni è aumentata la frequenza di condizioni meteorologiche che favoriscono gli incendi. Queste condizioni sono amplificate dal cambiamento climatico dovuto alle attività umane. In particolare, sono aumentate le temperature medie e si sono allungati sia i periodi di piogge durante gli inverni che quelli di siccità durante le estati, che riducendo l’umidità della vegetazione facilitano la diffusione delle fiamme. Anche la maggiore abbondanza di piogge invernali può favorire gli incendi estivi, perché causa una maggiore crescita delle piante che nella stagione secca diventano materiale da combustione.

    La vegetazione è l’altro fattore che influenza la propagazione delle fiamme ed è quello su cui si può intervenire localmente per ridurre il rischio che si verifichino altri grandi incendi forestali, dato che alle tendenze climatiche si può provare a far fronte solo a livello globale.

    I grandi incendi forestali sono favoriti se nelle zone boschive si accumulano piante e rami secchi a terra. È dunque più probabile che si sviluppino se i boschi sono lasciati a loro stessi e non sono gestiti con tecniche di selvicoltura, come diradamenti selettivi e fuoco prescritto.

    Negli ultimi decenni sempre più zone rurali italiane e le attività agricole a esse legate sono state abbandonate in favore delle aree urbane ed è aumentata la superficie del territorio occupata dai boschi: tra il 1990 e il 2018 è cresciuta di più di un milione di ettari. Di per sé l’espansione delle foreste non è un problema, ma dato che in Italia le zone boschive sono a stretto contatto con infrastrutture e case bisognerebbe gestirle in ottica di prevenzione degli incendi, una cosa che secondo chi studia la selvicoltura non viene fatta abbastanza.

    «La natura ha i suoi processi, che non sono né buoni né cattivi, ma possono avere un effetto negativo per le persone se rendono il territorio meno sicuro e danneggiano l’economia», dice Davide Ascoli, spiegando perché non si può lasciare che le foreste crescano senza interventi umani: «La rinaturalizzazione del territorio può essere una risorsa e aumentare la biodiversità, ma oltre alla vegetazione anche gli spazi urbani si espandono: per la natura un incendio non è un grande problema, lo è per le persone se brucia una casa o se il fumo arriva sull’autostrada». Questo non significa che le foreste debbano essere ridotte, ma gestite, con diradamenti e decespugliamenti ad esempio.

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